L’ultima Italia ai Mondiali
Nel 2014 in Brasile: Prandelli e Balotelli, Pirlo e Cassano, “morsi e rimorsi”, Costa Rica e Uruguay; ma almeno c'eravamo

Nel 2006 l’Italia allenata da Marcello Lippi vinse i Mondiali maschili di calcio. Nel 2010, sempre allenata da Lippi e con nove giocatori della squadra del 2006, la Nazionale fu eliminata ai gironi. Nel 2014 l’Italia cambiò allenatore (arrivò Cesare Prandelli) e gran parte della squadra: rispetto al 2010 cambiarono 17 giocatori su 23, con solo quattro calciatori che dal 2006 erano campioni del mondo. L’Italia uscì di nuovo ai gironi, in quella che resta – e resterà perlomeno fino al 2030 – l’ultima partecipazione dell’Italia ai Mondiali.
Prandelli era stato scelto e annunciato come nuovo allenatore già prima dei Mondiali del 2010, grazie ai suoi buoni risultati alla Fiorentina. Lippi, si scrisse, aveva fatto l’errore di affezionarsi troppo ai suoi giocatori del 2006. Prandelli provò fin da subito a costruire una squadra nuova, per la gran parte diversa da quella di Lippi. Non rinunciò (chi mai l’avrebbe fatto?) a un portiere come Gianluigi Buffon o a centrocampisti come Andrea Pirlo e Daniele De Rossi, ma in attacco puntò forte su giocatori diversi, e in particolare due attaccanti talentuosi ma caratterialmente complicati, che prima si erano visti poco in Nazionale: Antonio Cassano e Mario Balotelli.
Con loro nel 2012 l’Italia arrivò in finale agli Europei, dove perse contro la Spagna, nettamente più forte, e poi si qualificò ai Mondiali come prima del suo girone, davanti a Danimarca e Repubblica Ceca, senza nemmeno una sconfitta e con due turni di anticipo.
Quando Prandelli scelse i 23 giocatori per i Mondiali l’assenza più commentata fu quella di Giuseppe Rossi, attaccante estroso e di grande classe, però parecchio fragile e propenso a molti infortuni, che se ne risentì. Per via di un infortunio mancava anche Riccardo Montolivo, centrocampista su cui Prandelli aveva fin lì puntato molto come trequartista atipico da cui far passare la maggior parte del gioco offensivo della squadra.
La difesa era solida: Buffon in porta e in difesa i tre juventini Andrea Barzagli, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini; a centrocampo, oltre a Pirlo e De Rossi c’erano Thiago Motta, Claudio Marchisio e Marco Verratti, tutti calciatori a loro agio nel gestire il gioco; in attacco oltre a Balotelli e Cassano (che nella stagione precedente avevano giocato nel Milan e nel Parma) c’erano Lorenzo Insigne (allora nel Napoli) e i due attaccanti del Torino di Gian Piero Ventura: Alessio Cerci e Ciro Immobile.
Tra i più anziani, esperti e ascoltati del gruppo (i “senatori” della squadra, si dice in gergo calcistico) c’erano Buffon (36 anni), Pirlo (35), Barzagli (33) e De Rossi (30). Tra i giovani c’erano Insigne, Verratti e Balotelli, che aveva 23 anni.
Il precedente campionato di Serie A l’aveva stravinto con 102 punti la Juventus di Antonio Conte e il capocannoniere era stato Immobile, con 22 gol. Non andarono ai Mondiali Luca Toni (37 anni e 20 gol), Antonio Di Natale (36 anni e 17 gol) e Alberto Gilardino (31 anni e 15 gol). Toni e Gilardino, peraltro, erano nella squadra del 2006.

Prandelli nel 2014 in Brasile (Clive Rose/Getty Images)
L’Italia del 2014 non partiva tra le favorite, ma nemmeno come una squadra spacciata. Anzi, veniva raccontata – e in parte non disdegnava di raccontarsi – come una possibile outsider, una squadra che aveva certo avuto tempi migliori ma che per storia, talento, esperienza e arte di arrangiarsi avrebbe potuto giocarsela con tutti.
Ai Mondiali in Brasile (allora c’erano ancora 32 squadre, non 48 come sarà quest’anno) l’Italia finì in un girone difficile, per molti il peggiore, con Inghilterra, Uruguay e Costa Rica. Solo le prime due passavano agli ottavi di finale e l’idea prevalente era che sarebbero passate due su tre tra Inghilterra, Italia o Uruguay. Il Costa Rica era dato per molti come probabile, quasi spacciato, quarto. La squadra contro cui non fare passi falsi e perdere magari punti importanti, ma per nulla al livello delle altre tre.
L’Italia cominciò dalla partita sulla carta più difficile, contro l’Inghilterra di Steven Gerrard, Frank Lampard e Wayne Rooney. Era un’Inghilterra mediamente un po’ in là con gli anni, ma con diversi grandi giocatori. L’Italia vinse 2-1 grazie ai gol di Marchisio e Balotelli, mentre il Costa Rica vinse a sorpresa contro l’Uruguay. Per l’Italia tutto si era messo per il meglio: aveva battuto una rivale diretta, l’altra aveva perso e Balotelli sembrava aver subito ingranato a dovere. Ci fu chi parlò di «partita perfetta».

Balotelli dopo il gol all’Inghilterra (Christopher Lee/Getty Images)
Nel secondo turno l’Uruguay vinse contro l’Inghilterra, e l’Italia perse 1-0 contro il Costa Rica, che si ritrovò a sorpresa – ma con merito – primo nel girone. «Ingabbiati. Sconfitti dalla Costa Rica e in un mare di guai grande come l’oceano che bagna Recife», scrisse la Gazzetta dello Sport. Meno metaforico, ma ugualmente drastico, fu il Post, che parlò di «una partita brutta che il Costa Rica ha controllato e gestito e che l’Italia invece ha subìto».

Il gol del Costa Rica (Michael Steele/Getty Images)
L’Italia si trovò in quella situazione in cui, come ricorderanno i meno giovani che già c’erano quando la Nazionale aveva l’abitudine di andare ai Mondiali, spesso le è capitato di trovarsi: fare calcoli per capire se e come passare il turno, talvolta anche in base ai risultati dell’altra partita. In quel caso, comunque, calcoli facili: nell’ultima partita del girone contro l’Uruguay le sarebbe bastato anche solo pareggiare.
E invece perse. Per 1-0. Con un gol su calcio d’angolo a pochi minuti dalla fine. Dopo una “severa espulsione” di Marchisio (quando si dice “severa espulsione”, nel calcio, si vuole dire, senza dirlo, che era esagerata) e, perfino, dopo che Luis Suarez, attaccante dell’Uruguay, diede un morso a Chiellini. «Italia fuori, fra morsi e rimorsi», scrisse la Gazzetta dello Sport non lasciandosi sfuggire la ghiotta occasione di fare questo titolo.

Chiellini e Suarez (Matthias Hangst/Getty Images)
Le prime pagine del giorno dopo parlarono di bufera, disastro e fallimento. Quella partita del 24 giugno 2014 è ancora oggi – e resterà perlomeno per altri quattro anni – l’ultima dell’Italia ai Mondiali; mentre l’ultimo gol, quello di Balotelli contro l’Inghilterra, fu il 14 giugno. È da quasi 4.300 giorni che l’Italia maschile non è ai Mondiali di calcio; ne passeranno più o meno altri 1.500 prima che, nel 2030, l’Italia possa eventualmente tornare ai Mondiali.
Quando l’Italia giocò i suoi ultimi Mondiali, Instagram non aveva le Storie, Netflix non era in Italia e Spotify, TikTok, e le sigle ChatGPT, VAR e DAZN non dicevano nulla.
Italia-Uruguay fu una partita brutta, nervosa, stanca e stancante. Prandelli si dimise subito dopo («non volevo sentirmi dire di rubare i soldi ai contribuenti», disse) e altrettanto fece Giancarlo Abate, il presidente della Federcalcio. Al loro posto arrivarono Conte e Carlo Tavecchio, che a sua volta si dimise dopo la non-qualificazione del 2018.
Oltre al morso, di quei Mondiali restarono soprattutto le vicende, di calcio e anche non, relative a Balotelli. Se Cassano giocò poco e restò, quantomeno per i suoi standard, fuori da grandi polemiche, Balotelli fu sempre al centro di tanti discorsi: pro e contro, calcistici e no, prima, durante e dopo. È una storia lunga e complicata, ma di certo lui ci mise del suo, e ci fu qualcosa che non funzionò tra lui e “i senatori”.
Nonostante si tenda a dire che “certe cose restano dentro lo spogliatoio”, anni dopo Chiellini scrisse nella sua autobiografia Io, Giorgio: «Antonio lo adoro, giocatore straordinario e persona intelligente, ma anche di difficile gestione con i suoi alti e bassi; Balotelli invece non è un buono, è una persona negativa e senza rispetto per il gruppo».
Per il resto, Suarez – che a quasi 40 anni ancora gioca – si scusò con Chiellini. Balotelli passò dal Milan al Nizza, e poi al Marsiglia, e da lì al Brescia e al Monza, e poi all’Adana Demirspor, al Sion, al Genoa e all’Al-Ittifaq, squadra emiratina in cui si trova al momento. Prandelli andò al Galatasaray e al Valencia, poi all’Al-Nasr, al Genoa e infine di nuovo alla Fiorentina. Non allena più dal 2021, e già nel 2014, pochi giorni dopo i Mondiali, da nuovo allenatore del Galatasaray disse, di Balotelli:
«Mario non è un campione, è un giocatore che ha i colpi. Quando ci siamo salutati gliel’ho detto: se vuole diventare quello che pensa, deve essere nella realtà e non nella visione virtuale. Gli ho voluto bene e gliene voglio tuttora, ma deve percepire la realtà e non creare il proprio mondo parallelo. Gli ho detto: fai tesoro di questa esperienza perché la Nazionale ha bisogno di te. Se torni coi piedi per terra, non sarai solo un giocatore che ha i colpi e non un campione».



