5 grandi canzoni d’amore di Gino Paoli

Tra alberi infiniti, attimi senza fine e gusti un po' amari

(Luciano Viti/Getty)
(Luciano Viti/Getty)
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In più di sessant’anni di carriera il cantautore italiano Gino Paoli, morto martedì a 91 anni, ha scritto decine di canzoni sull’amore, e in un modo tutto suo: a volte partendo da immagini potenti e suggestive (le pareti delle stanze che diventano alberi infiniti), altre con metafore semplici ma estremamente efficaci (il sapore del sale sulle labbra che ricorda la malinconia di estati tranquille, spensierate e passionali), altre ancora con strofe didascaliche ma molto toccanti. Spesso sono diventate dei classici della musica italiana, e in qualche caso hanno fatto la fortuna della persone che le hanno interpretate. Qui ce ne sono cinque.

Il cielo in una stanza
È una delle canzoni d’amore più famose della musica italiana, con poche altre contendenti. Paoli la scrisse nel 1959, dopo aver frequentato per qualche tempo una donna che si prostituiva, di cui si innamorò. Non ha un vero ritornello e contiene strofe criptiche e allusive, ma proprio per questo difficili da dimenticare: «Suona un’armonica/Mi sembra un organo/Che vibra per te e per me/Su nell’immensità del cielo».

Il senatore Luigi Manconi, che negli anni Settanta alternava l’attività politica a quella da critico musicale firmandosi come Simone Dessì, la definì «il manifesto di una nuova poetica e di una nuova sensualità, finora taciuta e che inizia infine a manifestarsi come tendenza minoritaria ma diffusa, appartata ma irresistibile».

Paoli ha raccontato in più occasioni che fare incidere “Il cielo in una stanza” non fu semplice, perché il suo testo violava molte convenzioni della musica leggera del tempo: fu rifiutata da molti discografici e una sua amica, la cantante e attrice Miranda Martino, arrivò addirittura a definirla «una merda».

Ma per fortuna piacque a Mogol, che intervenne sulla produzione, diede una rifinitura al testo e la fece cantare a Mina, la cantante italiana più famosa del periodo: fu un successo enorme. Paoli raccontò che all’inizio voleva scrivere una generica canzone d’amore, ma che poi preferì concentrarsi su un elemento molto più fisico: il momento dell’orgasmo. «È una canzone dedicata a un gesto umano, ma mistico, che proietta in una dimensione dove sei tutto e niente. Descrivere l’atto è praticamente impossibile, così ho trovato questa tecnica: ci giro intorno e il non detto arrivo a suggerirlo con l’ambiente».

Sapore di sale
È una canzone nostalgica, parla di un amore passato ed evoca fin dalle prime note sentimenti molto malinconici. Anche perché si basa su un espediente che i parolieri italiani hanno utilizzato decine di volte: l’estate come metafora della giovinezza. Racconta una storia piccola, ordinaria e delicata: un uomo e una donna che trascorrono una giornata in spiaggia, estraniandosi da tutto ciò che li circonda.

“Sapore di sale” uscì nell’estate del 1963, e all’arrangiamento parteciparono Ennio Morricone e il sassofonista Gato Barbieri. Paoli costruì una certa mitologia attorno alla nascita di questa canzone, cambiando di volta in volta qualche dettaglio. Si sa per certo che la scrisse mentre si trovava in vacanza a San Gregorio, una località di mare vicina a Capo d’Orlando, in Sicilia; ma non a chi l’avesse dedicata, e neppure come gli fosse venuta in mente.

Qualche anno fa disse che la melodia e le parole gli vennero in mente dopo pochi secondi, come se qualcuno gliele avesse «suggerite». In altre occasioni raccontò che era dedicata all’attrice italiana Stefania Sandrelli, che Paoli frequentò quando lei era minorenne, e lui sposato. In un’intervista data a Repubblica nel 2014 diede una versione ancora diversa: «Scrissi Sapore di sale ispirandomi proprio alla bellezza della spiaggia. L’amore era per quel posto che allora era incantato». Negli ultimi sessant’anni l’hanno cantata in tantissimi, da Rita Pavone agli Skiantos.

Una lunga storia d’amore
Tra le molte canzoni d’amore di Paoli, è quella più matura: la scrisse nel 1984 per il film erotico di Paolo Quaregna Una donna allo specchio, con protagonista Sandrelli. Ha un testo mesto e lacerante, racconta la fine di una relazione lunga e sofferta e il ritornello («ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai») rimane in testa molto facilmente. Fu la canzone che negli anni Ottanta rilanciò la carriera di Paoli, contribuendo a fare conoscere i suoi dischi degli anni Sessanta a un pubblico più giovane. E nonostante la sua “modernità” gli appassionati la considerano un classico.

Che cosa c’è
È la più didascalica tra le canzoni d’amore di Paoli: un valzer che comincia con un verso che mette le cose in chiaro fin da subito («Che cosa c’è? C’è che mi sono innamorato di te»). Come tutte le altre è molto probabile che, nelle intenzioni iniziali, dovesse essere dedicata a una donna; e come in molti altri casi non sapremo mai con certezza a chi. La principale indiziata è la cantante che la rese famosa: Ornella Vanoni, che la incise nel 45 giri Che cosa c’è/La fidanzata del bersagliere (1963).

Senza fine
Uscì due anni prima di “Che cosa c’è”, e fu portata al successo ancora da Ornella Vanoni, a cui è peraltro dedicata (questa volta lo si sa per certo). Come nel caso di altre canzoni italiane orecchiabili e il cui titolo è composto da una o al massimo due parole (“Ti amo”, “Gloria”, “Azzurro”) riuscì a farsi notare anche fuori. Negli anni è stata interpretata da un notevole gruppo di cantanti esteri, tra cui Dean Martin (quello di “That’s Amore”), Jula de Palma, Wes Montgomery e Mike Patton dei Faith No More.