“Libera” ha ricevuto il macchinario per accedere al suicidio assistito
Sarà la prima persona paralizzata dal collo in giù a poterlo fare in Italia, dopo una lunga trafila giudiziaria e molte difficoltà tecniche

Martedì il tribunale di Firenze ha autorizzato “Libera”, nome di fantasia di una donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù, a utilizzare il macchinario che le permetterà, quando e se lo deciderà, di accedere al suicidio assistito, come lei aveva chiesto. Il suicidio assistito, o morte assistita, è la pratica con cui a determinate condizioni ci si può somministrare autonomamente un farmaco per morire: il macchinario in questione permette di farlo anche alle persone tetraplegiche, come finora in Italia non è mai successo. Era stato costruito e testato dal CNR, il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca.
Libera ha detto che in questo momento ha bisogno di tempo, tranquillità e riservatezza. Ha anche detto di augurarsi che nessun’altra persona nelle sue condizioni debba trovarsi a dipendere da un volere politico che le impedisca di esercitare un diritto riconosciuto dalla giustizia, riferendosi alla lunga trafila giudiziaria che ha dovuto affrontare prima che le venisse riconosciuto il diritto di morire con il suicidio assistito.
La vicenda di Libera era iniziata nel marzo del 2024, quando la donna aveva chiesto alla sua azienda sanitaria di accedere al suicidio assistito sulla base della sentenza della Corte Costituzionale del 2019, quella che l’ha reso legale in Italia (dopo la verifica di alcuni requisiti). Nonostante Libera fosse stata ritenuta idonea, nella pratica la sua paralisi le impediva di somministrarsi il farmaco da sola.
Il farmaco non poteva esserle somministrato da altre persone perché altrimenti si sarebbe trattato di un caso di eutanasia, che in Italia è illegale. Dopo alcune controversie tra gli avvocati della donna e l’azienda sanitaria locale, che si era rifiutata di procedere con la pratica, era iniziato un lungo percorso giudiziario durato due anni.
Per via dell’impossibilità a morire nel modo in cui desiderava pur avendone il diritto, Libera si era rivolta al tribunale di Firenze, che aveva sottoposto il suo caso alla Corte Costituzionale, chiedendo di rendere legale l’eutanasia. La Corte aveva ribadito il divieto di eutanasia, motivandolo però col fatto che in quel caso specifico non erano state fatte sufficienti verifiche sull’esistenza o meno di strumenti con cui lei avrebbe potuto somministrarsi il farmaco da sola, ricorrendo cioè al suicidio assistito.
A quel punto era iniziato un lungo e complesso procedimento giudiziario per trovare uno strumento adatto a permetterle di farlo: sembrava che il caso si fosse risolto lo scorso ottobre, quando era stata individuata un’azienda in grado di fornire la strumentazione necessaria, cioè una macchina che può essere controllata con il movimento degli occhi o della bocca. Il tribunale di Firenze aveva allora ordinato all’azienda sanitaria locale, cioè la USL Toscana Nord Ovest, di consegnarla a Libera entro 15 giorni.
Poi però c’erano state alcune complicazioni nel reperimento degli strumenti e delle componenti per costruire effettivamente il macchinario. Alla fine il tribunale di Firenze aveva incaricato il CNR di costruirlo entro 90 giorni.
Il macchinario era stato costruito e consegnato a inizio marzo alla USL Toscana Nord Ovest, dopo un test fatto proprio su Libera, attraverso la somministrazione di soluzione fisiologica al posto del farmaco letale (una miscela di cloruro di sodio e acqua). Il test era stato fatto a casa di Libera, in Toscana, in presenza del personale del CNR, che poi aveva riportato il dispositivo nei propri laboratori per gli ultimi accertamenti.



