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  • Mercoledì 12 agosto 2026

Valter Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci

Ha ammesso durante un interrogatorio in carcere, e ha detto di averlo fatto per far assegnare al giornalista, di cui era amico, una scorta più consistente

Valter Lavitola in procura a Roma, 8 luglio 2026 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Valter Lavitola in procura a Roma, 8 luglio 2026 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Valter Lavitola ha ammesso durante un interrogatorio di essere il mandante dell’attentato compiuto nell’ottobre del 2025 contro il giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di Rai 3 Report. La confessione è stata comunicata dal suo avvocato Sergio Cola, che ha detto che Lavitola avrebbe organizzato l’attentato per far assegnare a Ranucci una scorta più consistente e quindi proteggerlo da eventuali vere aggressioni. Lavitola era stato arrestato il 10 agosto, e mercoledì è stato interrogato per oltre cinque ore dal giudice per le indagini preliminari (gip) nel carcere di Rebibbia.

Alla fine dell’interrogatorio Sergio Cola ha precisato che Ranucci «aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori, secondo il modo di vedere di Lavitola, erano pericolosissimi, lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo». Quando all’avvocato è stato chiesto se Ranucci fosse a conoscenza del proposito di Lavitola, ha risposto: «Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi». Ha invece detto di aver presentato un’istanza per chiedere, per il suo assistito, «una misura cautelare meno afflittiva come gli arresti domiciliari».

Nell’attentato venne fatta esplodere una bomba rudimentale fuori da casa di Ranucci a Campo Ascolano, una frazione del comune di Pomezia, vicino a Roma. Vennero distrutte due auto di Ranucci, ma non ci furono feriti. A fine giugno erano state arrestate quattro persone con l’accusa di aver compiuto materialmente l’attentato, alcuni giorni più tardi Lavitola era stato indagato con l’accusa di esserne il mandante: un fatto sorprendente per diverse ragioni, a partire dal fatto che Ranucci e Lavitola sono molto amici.

Secondo la procura di Roma, Lavitola avrebbe incaricato un dipendente del suo ristorante, Clesio Tavares Gomes, 47 anni e di origini camerunensi, di trovare qualcuno in grado di recuperare esplosivi e farli esplodere fuori dalla casa di Ranucci. Poi avrebbe fatto partire Gomes per il Camerun. Anche Gomes, ora latitante, è tra gli indagati. Lavitola ha detto che Gomes non è in Camerun perché è fuggito, ma perché doveva curare dei propri affari lì.

Le indagini hanno ricostruito, basandosi sul segnale dei loro cellulari, che Lavitola e Gomes si trovavano nella zona della casa di Ranucci un mese prima dell’attentato, il 15 settembre. Secondo la procura, quello sarebbe stato una sorta di sopralluogo per decidere come organizzare l’attentato.

Fino ad oggi Lavitola aveva negato il proprio coinvolgimento dicendo che era normale che lui si trovasse lì, visto il rapporto stretto con Ranucci, e che era normale che ci fosse anche Gomes, suo collaboratore e «factotum». Lavitola è accusato del reato di strage, aggravato dal metodo mafioso.

Lavitola è proprietario di un ristorante a Roma, nel quartiere di Monteverde Vecchio. Si chiama “Cefalù Bistrò di Pesce” ed è frequentato da politici e giornalisti. Oltre che imprenditore, Lavitola è anche editore e giornalista, ma sono soprattutto le vicende giudiziarie in cui è stato coinvolto ad averlo reso conosciuto e a qualificarlo come un «faccendiere» della politica: vicende che vanno da quella della casa di Monte Carlo di Gianfranco Fini a un tentativo di estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, passando per la cosiddetta “compravendita dei senatori” per far cadere il governo di Romano Prodi.

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