Uno dei più grandi affari nella storia di Netflix
Qualche anno fa comprò da Sony gran parte dei diritti di “KPop Demon Hunters” per 120 milioni di dollari: pochissimi, col senno di poi

Nel 2020 la regista canadese Maggie Kang propose alla società di produzione Sony di realizzare un film animato a partire da un soggetto molto semplice: una band femminile di k-pop che dà la caccia ai demoni. L’idea piacque molto al produttore Aaron Warner, che le attribuiva un buon potenziale; la dirigenza però l’accolse con un certo scetticismo. Dopo averne avviato la produzione, nel 2021 Sony decise di vendere a Netflix i diritti sul merchandising, su gran parte delle musiche e sulla distribuzione nei cinema per una cifra che, a quei tempi, sembrava molto vantaggiosa: 120 milioni di dollari, 20 in più di quanti Sony ne avesse spesi fino a quel momento.
Col senno di poi, fu una delle valutazioni meno lungimiranti della storia del cinema: oggi quel film, KPop Demon Hunters, è diventato il più visto di sempre su Netflix, per un totale di visualizzazioni dichiarato di oltre 500 milioni, ha incassato più di 24 milioni di dollari soltanto dalle vendite dei biglietti al cinema e domenica ha vinto due Oscar, per il miglior film d’animazione e per la miglior canzone.
Come ha scritto il giornalista di Puck Matthew Belloni, cinque anni fa quel contratto sembrava un affare per Sony. Netflix si era offerta di superare l’intera cifra che Sony aveva speso fino a quel momento in cambio delle future proprietà intellettuali collegate e dei diritti di distribuzione. Le società si accordarono anche su eventuali sequel, stabilendo che Sony avrebbe continuato a produrli e Netflix a distribuirli.
Era un momento di grandi difficoltà per Sony: la pandemia era ancora in corso, e i cinema erano chiusi a causa delle restrizioni per il contenimento dei contagi. Peraltro, a differenza di concorrenti come Amazon, Paramount e la stessa Netflix, Sony non disponeva di una propria piattaforma di streaming su cui dirottare le uscite. In quel contesto di grande incertezza, accettare l’offerta sembrò la scelta più logica.
Per dare un’idea di quanto l’affare concluso da Netflix sia stato conveniente, basti pensare che nel 2021 l’azienda investì 500 milioni di euro per inserire nel suo catalogo le repliche delle puntate di Seinfeld, una famosissima sitcom degli anni Novanta. Spendendo poco più di un quinto di quella cifra si è assicurata una proprietà intellettuale originale da cui ricavare nuovi film, serie e prodotti commerciali.
Il rammarico di Sony riguarda principalmente quest’ultimo punto. L’azienda si trova da molti anni in una grossa crisi creativa: gran parte dei film che fa uscire al cinema, come quelli animati dedicati a Spider-Man e a Chainsaw Man, si basa su personaggi già esistenti di cui detiene i diritti cinematografici, e non su universi narrativi creati da zero. «Che si tratti di videogiochi, film o anime, non abbiamo molte proprietà intellettuali create e gestite fin dall’inizio da noi. Questo è un grande problema», aveva detto un paio d’anni fa l’amministratore delegato Kenichiro Yoshida in un’intervista al Financial Times. Il film di Kang avrebbe risolto gran parte del problema.
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Buona parte del successo di KPop Demon Hunters è dovuta alle musiche, e il modo più immediato per rendersene conto è dare un’occhiata alle classifiche dei servizi di streaming. “Golden”, la canzone che ha vinto l’Oscar, è nelle prime venti posizioni dei singoli più ascoltati su Spotify da mesi, con 1,5 miliardi di stream. E l’anno scorso le nove canzoni del film avevano avuto una forte rappresentanza nella top 50 dei singoli più ascoltati sulla piattaforma e nella Billboard Hot 100, la classifica di riferimento dell’industria discografica americana.
Fu insomma ulteriormente miope, col senno di poi, che almeno i diritti della colonna sonora non fossero stati a suo tempo mantenuti nella loro interezza da Sony, che è una delle tre major musicali al mondo. Anche perché cinque anni fa il k-pop era nella sua fase di massima espansione, e investire in un film dedicato al genere poteva essere un azzardo più che giustificato.
Per capitalizzare al massimo il successo del film, Netflix ha usato strategie distributive inusuali per il suo modello di business. L’azienda concentra la gran parte della sua offerta sullo streaming, evitando o limitando fortemente i passaggi nelle sale. Con KPop Demon Hunters però ha fatto un’eccezione: dopo la pubblicazione sulla piattaforma lo ha distribuito al cinema due volte, in estate e in occasione della festa di Halloween, in entrambi i casi in “versione karaoke”.
Netflix avrebbe potuto guadagnare ancora di più grazie al merchandising, ma non ci è riuscita perché Hasbro e Mattel, le due aziende che produrranno i giocattoli ispirati ai personaggi del film, non sono riuscite a concludere la produzione in tempo per le vacanze di Natale del 2025, un periodo in cui la domanda per questi articoli sarebbe stata altissima. Un portavoce di Netflix ha detto all’Hollywood Reporter che per molti mesi l’azienda ha faticato a trovare venditori interessati a produrre i giocattoli (un’operazione che può richiedere fino a due anni), perché consideravano l’investimento poco vantaggioso. Gli accordi con Mattel e Hasbro sono stati presi soltanto dopo l’uscita del film.
A settembre, quando KPop Demon Hunters era già diventato uno dei franchise più profittevoli al mondo, l’amministratore delegato di Sony Pictures Ravi Ahuja aveva detto che cedere gran parte dei diritti a Netflix era stata la scelta più saggia, nonostante tutto. Secondo Ahuja il film non avrebbe ottenuto lo stesso riscontro se fosse uscito direttamente al cinema, perché non avrebbe beneficiato dell’iniziale «passaparola» tra gli abbonati della piattaforma. Sony continuerà comunque a essere coinvolta nella produzione dei prossimi film di KPop Demon Hunters, il cui sequel è già stato annunciato. Ahuja ha detto anche che Sony nonostante tutto ha mantenuto alcuni «diritti musicali» sul film, anche se la maggior parte è stata ceduta a Netflix.
Le voci che hanno contribuito a rendere ascoltatissime le nove canzoni del film, soprattutto “Soda Pop” dei demoni Saja Boys e “Golden” delle Huntr/x, sono per la maggior parte di artisti di origine coreana come Ejae, Audrey Nuna e Rei Ami.
Il fatto che “Golden” e le altre canzoni siano così curate da sembrare quelle di veri gruppi k-pop è il risultato di un grande investimento nella produzione della colonna sonora: sono stati ingaggiati produttori che conoscono molto bene l’industria, da Teddy Park, che lavora con le Blackpink, al compositore Lindgren, che ha collaborato con i BTS e le TWICE, tutte pop star coreane riconosciute internazionalmente (le TWICE cantano anche due canzoni della colonna sonora).
KPop Demon Hunters era uscito su Netflix il 20 giugno 2025, generando fin da subito un interesse enorme e quasi senza precedenti, considerando che si trattava di un prodotto originale (cioè non è adattato da fumetti, libri o serie di successo) e pensato per un pubblico di bambini.
La storia è ambientata a Seul, la capitale della Corea del Sud, e parla di un gruppo di idol coreane (come vengono chiamate le pop star locali) che sono segretamente anche delle cacciatrici di demoni. Il loro obiettivo è costruire uno scudo luminoso dorato, alimentato dalle proprie voci, per proteggere il mondo dai demoni. I cattivi del film sono i Saja Boys, una boy band rivale di cinque demoni travestiti da cantanti di k-pop, che vogliono usare a loro volta la musica per distruggere lo scudo e liberare i demoni nel mondo.
Per il doppiaggio la produzione statunitense ha scelto solo attori con origini coreane, più o meno lontane. Alcuni di loro sono già famosi per la partecipazione ad altri film e serie tv: Ken Jeong (Leslie Chow in Una notte da leoni), Daniel Dae Kim e Yunjin Kim (marito e moglie nelle serie Lost) e Lee Byung-hun (il Front Man di Squid Game).
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