La prima volta in cui le donne votarono in Italia non è quella che pensate

Non fu per il referendum del 2 giugno 1946 ma per le elezioni amministrative di marzo, in cui vennero elette anche le prime sindache

Una donna di 82 anni, Maria Castaldo, vota per la prima volta alle elezioni amministrative di Anzio, il 18 marzo 1946 (GettyImages)
Una donna di 82 anni, Maria Castaldo, vota per la prima volta alle elezioni amministrative di Anzio, il 18 marzo 1946 (GettyImages)
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La prima volta che le donne poterono votare ed essere votate in Italia fu precisamente ottant’anni fa, il 10 marzo del 1946. Non avvenne, come spesso si pensa, in occasione del referendum del 2 giugno dello stesso anno, quello per decidere tra la monarchia e la repubblica (che si svolse in contemporanea alle elezioni per scegliere l’Assemblea costituente), ma per le elezioni amministrative che si tennero circa tre mesi prima, tra il 10 marzo e il 7 aprile.

La richiesta di allargare il suffragio alle donne iniziò prima della fine della Seconda guerra mondiale, riprendendo un attivismo che si era in gran parte interrotto proprio a causa della guerra. La prima richiesta fu quella della Commissione per il voto alle donne dell’UDI, l’Unione donne italiane, un’associazione per i diritti delle donne nata per iniziativa di alcune esponenti del movimento antifascista. La sostennero i centri femminili dei vari partiti e i rappresentanti del Comitato nazionale pro-voto, nato nel 1944 proprio per chiedere il diritto di voto per le donne.

Il suffragio femminile fu discusso il 30 gennaio del 1945 durante una riunione del Consiglio dei ministri. Con l’Europa ancora in guerra e con il nord Italia sotto l’occupazione tedesca, la misura fu approvata in modo piuttosto sbrigativo, come qualcosa di ovvio e inevitabile. Il decreto fu firmato il giorno successivo da Umberto II di Savoia, allora Luogotenente generale del Regno d’Italia.

Sanciva che avrebbero potuto votare le donne con più di 21 anni a eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati», ma non diceva nulla a proposito dell’eleggibilità delle donne. Questa, infatti, venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 1946, approvato dalla Consulta nazionale il 23 febbraio ed entrato in vigore il 10 marzo del 1946, appena in tempo per le elezioni amministrative che iniziavano quel giorno.

Furono le prime elezioni in Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale: si votò in 5.722 comuni in cinque tornate, dal 10 marzo al 7 aprile, e in altri 1.383 comuni in otto tornate in autunno, per rinnovare le amministrazioni comunali di tutti i capoluoghi di provincia (tranne Bolzano e Gorizia, dove si votò nel 1948), un tempo governati dai fascisti.

La partecipazione delle donne fu molto alta, così come l’affluenza generale, che superò l’89 per cento. Vennero elette 2mila candidate nei consigli comunali, soprattutto nelle liste di sinistra, e le prime sei sindache della storia d’Italia: Margherita Sanna a Orune, in provincia di Nuoro; Ninetta Bartoli a Borutta, in provincia di Sassari; Ada Natali, a Massa Fermana, allora in provincia di Ascoli Piceno e oggi in provincia di Fermo; Ottavia Fontana a Veronella, in provincia di Verona; Elena Tosetti a Fanano, in provincia di Modena; Lydia Toraldo Serra a Tropea, all’epoca in provincia di Catanzaro, oggi in provincia di Vibo Valentia.

Un’affluenza e una partecipazione simile si registrarono anche il 2 giugno. In quell’occasione furono elette 21 donne nell’assemblea Costituente, su 226 candidate: nove della Democrazia cristiana, nove del Partito comunista, due del Partito socialista e una del Fronte dell’Uomo Qualunque (un movimento nato in quegli anni che si contrapponeva un po’ a tutti i partiti esistenti, e da cui deriva il sostantivo “qualunquismo” spesso usato in politica). Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, che fu incaricata dall’Assemblea di scrivere la nuova proposta di Costituzione.