I moai dell’isola di Pasqua vanno restaurati o no?
I famosi monoliti sono essenziali per il turismo e si stanno disintegrando, ma per la popolazione ci sono altri aspetti da considerare

L’isola di Pasqua (Rapa Nui), nel mezzo dell’oceano Pacifico, è famosa in tutto il mondo per i suoi “moai”, i grossi monoliti dalle fattezze antropomorfe che secondo la tradizione locale simboleggiano lo spirito degli antenati. Attorno a queste figure di pietra si è sviluppato un settore turistico che è la principale risorsa per gli abitanti del posto, ma c’è anche un dibattito sulla loro conservazione.
I moai infatti sono esposti alle intemperie, e senza un piano di conservazione efficace sono destinati a sgretolarsi in tempi non troppo lunghi. Restaurarli sarebbe essenziale sia per preservare il patrimonio culturale del posto, sia per favorire il turismo e quindi il sostentamento della popolazione. Gli interventi però sarebbero costosi, lunghi e complicati. In più non tutti sono convinti che debbano essere fatti.
I moai sono i simboli ancestrali della cultura indigena dell’isola, che si trova a 3.500 chilometri dalle coste del Sudamerica, è grande come due terzi dell’isola d’Elba e fa parte del Cile dal 1888. Furono costruiti tra il 1100 e il 1600 circa dalla popolazione di origine polinesiana dell’isola, i rapa nui appunto, che li scolpivano dopo che una persona importante della comunità moriva. Di norma venivano collocati sopra ad altari cerimoniali, noti come “ahu”, e venivano dotati di pupille precedentemente scolpite, che davano ancora di più l’impressione di una faccia vivente (“aringa ora”): in questo modo si credeva che il defunto potesse continuare a proteggere la comunità.
Oggi in tutta l’isola ce n’è un migliaio. Alcuni sono alti anche dieci metri e possono pesare diverse tonnellate; ce ne sono di relativamente ben conservati ma anche di malmessi o ridotti in pezzi.

I moai nella cava del vulcano dormiente Rano Raraku, quella da cui proviene la pietra con cui sono costruiti, in una foto del febbraio 2025 (Sergio Pitamitz/VWPics/Redux via Contrasto)
L’archeologa statunitense Jo Anne Van Tilburg, che studia l’isola da oltre 40 anni, ha spiegato che quando gli europei ci arrivarono per la prima volta trovarono la gran parte dei moai a terra. Anche se ci sono ricostruzioni divergenti, secondo quanto tramandato tra i rapa nui erano stati abbattuti soprattutto per via di scontri tra tribù rivali: nella seconda metà del Novecento comunque moltissimi vennero raddrizzati e risistemati perlopiù sotto la guida di archeologi stranieri, anche per renderli più fruibili come attrazioni turistiche.
Molte persone rapa nui però contestano alcuni di questi interventi, in parte per il loro intento di spettacolarizzare e in parte perché non fedeli alla funzione originale delle statue. In origine infatti i moai erano rivolti verso l’interno dell’isola, affinché gli antenati potessero proteggere i vivi nei centri abitati: in qualche caso invece sono stati ricollocati verso l’oceano, in una posa forse più suggestiva, ma che omette il loro significato ancestrale.
Per alcuni esperti e persone del posto, inoltre, il ciclo naturale dei moai comprende anche la loro distruzione, e per questo anziché essere restaurati dovrebbero semplicemente sgretolarsi e scomparire nella terra. L’archeologo statunitense Dale Simpson Jr., esperto di cultura polinesiana, ha ricordato per esempio che molti popoli del Pacifico distruggono deliberatamente oggetti e manufatti proprio con questa idea: riparare i moai sarebbe insomma una violazione della loro sacralità.

I 15 moai del sito di Ahu Tongariki in una foto del 2019 (Naftali Hilger/laif via Contrasto)
Secondo la storica Elena Charola, che ne ha parlato in un libro, si può dire che i moai cominciavano a deteriorarsi già mentre venivano scolpiti. Infatti sono di tufo vulcanico, una roccia porosa che è facile da lavorare ma che è anche molto delicata, e il cambiamento climatico sta accelerando un processo in corso da secoli, ha detto al País Nancy Rivera, parte del consiglio del parco nazionale di Rapa Nui, che occupa circa il 40 per cento dell’isola, è patrimonio dell’umanità Unesco dal 1995 e dal 2017 è gestito dalla comunità Ma’u Henua.
Quasi tutti sono vicini alle coste: quando gli spruzzi di acqua marina ci finiscono sopra, l’acqua evapora mentre il sale penetra nella roccia, si cristallizza e si espande, creando sottili crepe che favoriscono l’erosione degli strati superficiali, con il risultato che si deteriorano soprattutto dettagli come occhi e naso.
Negli ultimi tempi le piogge sono diventate meno frequenti ma molto più abbondanti, e i venti a loro volta più intensi provocano mareggiate con onde più alte, esponendo i moai a più sollecitazioni. Sull’isola inoltre la vegetazione è scarsa, e i periodi di siccità aumentano il rischio di incendi boschivi come quello del 2022, che danneggiò alcuni moai in maniera irreparabile, e che peraltro si sviluppò solo due mesi dopo la riapertura dell’isola al turismo, dopo due anni di restrizioni legate alla pandemia da coronavirus.
Per tutelare i beni danneggiati dall’incendio l’Unesco ha avviato un piano di emergenza, che comprende il trattamento dei moai con una soluzione chimica sviluppata all’Istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze per lavare la fuliggine ed eliminare i licheni in superficie. Ariki Tepano Martin, presidente della comunità Ma’u Henua, ha detto a BBC Mundo che finora con questo metodo però sono stati trattati solo cinque delle decine danneggiate dall’incendio.

Dettaglio di un moai vicino al sito di Ahu Tongariki nel 2013 (Hal Beral/VWPics/Redux via Contrasto)
Pedro Edmunds Paoa, a lungo sindaco di Rapa Nui, ha detto che da un lato la pressione del turismo costringe l’isola a tutelare i moai, ma dall’altro c’è comunque disaccordo su come tutelarli anche per motivi pratici, oltre che culturali.
Il parco nazionale di Rapa Nui fu creato nel 1935 e prima di essere dato in concessione ai Ma’u Henua nel 2017 era stato amministrato per decenni dallo stato cileno attraverso l’associazione non profit CONAF (Corporación Nacional Forestal); sempre nel 1935 venne dichiarato monumento nazionale, e questo significa che deve essere tutelato anche per legge. Anche adesso che è gestito dalla comunità indigena, però, continua di fatto a dipendere dalla collaborazione con il governo cileno e con commissioni scientifiche o istituzioni private, spesso straniere, che quasi sempre sono quelle che finanziano i lavori.
Per fare qualche esempio, negli anni Novanta il sito di Ahu Tongariki, il più famoso, che fu distrutto da uno tsunami nel 1960, fu ricostruito grazie ai finanziamenti del Giappone, ed è sempre grazie a fondi giapponesi che nel 2018 gli archeologi locali hanno costruito due strutture simili a dighe vicino a un altro altare lungo la costa sud, per ridurre l’impatto delle onde. Certi tentativi di consolidare i moai però hanno fatto più danni che altro, mentre quelli potenzialmente efficaci dovrebbero essere ripetuti nel tempo ma richiedono soldi che la comunità non ha, ha spiegato Van Tilburg in un’intervista.
Per qualsiasi intervento nel parco insomma servono denaro, analisi approfondite e confronti, e la stessa Unesco ha riconosciuto che la gestione è diventata complicata perché parte della comunità locale diffida dell’intervento dello stato.
Sull’isola di Pasqua arrivano circa 100mila turisti all’anno: molti meno del periodo pre-pandemia ma comunque tantissimi, considerando le dimensioni e le strutture limitate dell’isola. Fin dalla riapertura per visitare i siti è obbligatoria una guida, visto che tra l’altro molti turisti toccavano le statue, contribuendo a rovinarle, e per finanziare i progetti di tutela archeologica dallo scorso primo ottobre la comunità Ma’u Henua ha deciso di aumentare il costo del biglietto d’ingresso al parco. Senza un piano nazionale di tutela, però, secondo Edmunds Paoa i moai si eroderanno fino a trasformarsi in sabbia nel giro di poco più di cent’anni.

I sette moai del sito di Ahu Akivi in una foto del 2010 (EPA/IAN SALAS via ANSA)
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