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  • Lunedì 2 marzo 2026

Avete presente quelle foto degli atleti alla Casa Bianca?

Si fanno da più di cent'anni, ma con Donald Trump sta cambiando anche questa tradizione sportiva

Donald Trump tiene in mano una maglia della squadra di football dei New England Patriots durante la loro visita alla Casa Bianca per aver vinto il campionato nazionale, 19 aprile 2017 (Samuel Corum/Anadolu Agency/Getty Images)
Donald Trump tiene in mano una maglia della squadra di football dei New England Patriots durante la loro visita alla Casa Bianca per aver vinto il campionato nazionale, 19 aprile 2017 (Samuel Corum/Anadolu Agency/Getty Images)

Tra il pubblico che ascoltava il presidente statunitense Donald Trump durante il tradizionale discorso sullo stato dell’Unione di settimana scorsa, c’era anche la maggior parte della nazionale maschile di hockey su ghiaccio. Era stata invitata perché ha vinto una storica medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, e qualche ora prima aveva anche visitato la Casa Bianca.

Negli Stati Uniti andare alla Casa Bianca è una consuetudine per le squadre sportive che vincono un titolo importante, nazionale o internazionale. Succede più o meno regolarmente da oltre 150 anni, ma con Trump anche questo sta cambiando parecchio.

Dato il suo carattere imprevedibile e il suo approccio molto divisivo alla politica, capita che certe squadre non accettino il suo invito; o che lui, al contrario, non le inviti. Anche quando una squadra decide di partecipare a questa specie di cerimonia, capita di frequente che singoli giocatori scelgano di non andarci.

Tutte queste cose sono accadute anche in questi giorni. Dei 25 giocatori della nazionale di hockey, cinque non si sono presentati. Si sono giustificati dicendo di non aver avuto tempo perché il campionato sarebbe iniziato a breve. Quattro di loro sono nati o cresciuti in Minnesota, lo stato dove l’amministrazione Trump ha portato avanti per settimane un’operazione anti-immigrazione molto violenta.

Per la stessa occasione, Trump aveva esteso l’invito anche alla nazionale femminile di hockey (anch’essa vincitrice del torneo olimpico), ma la squadra non si è presentata. La portavoce ha parlato di «tempistiche e impegni (…) già programmati», ma di recente la capitana Hilary Knight si era lamentata per una battuta sessista fatta da Trump durante le Olimpiadi. Mentre si congratulava con i giocatori della nazionale maschile, Trump aveva scherzato dicendo che sarebbe stato obbligato a invitare anche la squadra femminile, altrimenti lo «avrebbero messo sotto impeachment» (qui era una battuta, ma gli è già successo due volte).

Ora non si sa nemmeno se i Seattle Seahawks si presenteranno alla Casa Bianca: non sono ancora stati invitati e si rifiutano di commentare un eventuale invito. Sarebbe notevole se pure loro, alla fine, non andassero da Trump, perché sono la squadra che lo scorso 8 febbraio ha vinto il Super Bowl, la finale della NFL. È il campionato statunitense di football, cioè il più popolare in assoluto negli Stati Uniti.

Prima di Trump era già successo che certi giocatori si rifiutassero di andare alla Casa Bianca, ma spesso più per motivi personali che politici. E, soprattutto, non accadeva in maniera così sistematica e coinvolgendo squadre intere.

Essere invitati alla Casa Bianca dal presidente è una delle tradizioni sportive più prestigiose e popolari negli Stati Uniti. È anche molto antica: il primo presidente a fare una cosa del genere fu Andrew Johnson nel 1865, che ospitò i Brooklyn Atlantics, la squadra più forte dell’epoca nel baseball – uno sport nato da una trentina d’anni, ma che era già diventato parecchio popolare negli Stati Uniti.

Gli Atlantics di Brooklyn, considerati “Campioni d’America” nel 1865 (Charles H. Williamson/Library of Congress/Corbis/VCG via Getty Images)

Con la nascita delle principali leghe professionistiche e collegiali (di baseball, basket, football e hockey – tutte molto seguite negli Stati Uniti), gli inviti alle squadre vincitrici divennero sempre più frequenti. Nel 1963 John F. Kennedy fu il primo presidente a ospitare la squadra vincitrice della NBA, il campionato nordamericano di basket.

Con Ronald Reagan, presidente per gran parte degli anni Ottanta, questa iniziativa divenne una tradizione stabile, molto popolare e poco politica, da cui uscivano frequenti e simpatici siparietti. Per questo i suoi successori – spesso grandi appassionati di sport, peraltro – continuarono a sfruttarla. Nel 2013 Obama invitò persino i giocatori dei Chicago Bears (la squadra di football della sua città) che avevano vinto la NFL nel 1985.

Con Trump le cose andarono diversamente già dal suo primo mandato (dal 2017 al 2021). Nei primi due anni della sua presidenza, 10 delle 20 squadre che avevano vinto un titolo importante negli Stati Uniti non furono invitate alla Casa Bianca o si rifiutarono di andarci. Tra queste ci furono anche squadre molto importanti, come i Golden State Warriors vincitori dell’NBA nel 2017. L’anno dopo i Golden State Warriors vinsero ancora, ma si incontrarono con Barack Obama anziché con Trump.

Nel 2018 Trump cancellò il suo invito anche per i Philadelphia Eagles, i vincitori del Super Bowl, perché la squadra non aveva promesso che tutti i giocatori sarebbero rimasti in piedi durante l’inno con la «mano sul cuore».

La forte polarizzazione della politica statunitense degli ultimi anni ha contribuito a questi episodi, che però con Joe Biden (in carica tra il 2021 e il 2025) sono stati molto più rari. Ha influito la tendenza di Trump a politicizzare occasioni come queste, prima considerate apolitiche. Ma anche, a sua volta, la forte (ri)politicizzazione dello sport statunitense, iniziata quando nel 2016 il giocatore di football americano Colin Kaepernick iniziò a inginocchiarsi durante l’inno nazionale, per protesta contro le discriminazioni e le violenze della polizia nei confronti delle persone afroamericane e delle minoranze etniche negli Stati Uniti.

Anche con la nazionale maschile di hockey si è visto come Donald Trump usi lo sport per promuovere le sue idee politiche. Non solo l’ha invitata ad assistere al suo discorso sullo stato dell’Unione (cosa piuttosto insolita), ma l’ha proprio chiamata in causa: «Il nostro paese sta tornando a vincere. A dimostrarlo, qui con noi stasera, c’è un gruppo di vincitori che ha appena reso orgogliosa l’intera nazione». Nello stesso giorno, alcuni membri della squadra si sono fatti fotografare con Karoline Leavitt, portavoce di Trump, indossando cappellini MAGA (“Make America Great Again”), lo slogan dei sostenitori del presidente.

Per questo negli Stati Uniti la celebrazione della loro vittoria è diventata subito una cosa divisiva, perdendo la dimensione collettiva e unanime che di solito accompagna i trionfi di una squadra sportiva nazionale. The Athletic ha spiegato che ormai «l’America non vive più questi rituali allo stesso modo, e forse non li vivrà mai più. Gli atleti farebbero bene a riconoscere che, in questo contesto, la celebrazione può facilmente essere trasformata in capitale politico».