Perché l’accordo sulla legge elettorale è stato fatto in fretta e furia

C'entra soprattutto la paura di Giorgia Meloni di perdere il referendum sulla riforma della giustizia

Da sinistra: il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, lo scorso aprile alla Camera (Roberto Monaldo / LaPresse)
Da sinistra: il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, lo scorso aprile alla Camera (Roberto Monaldo / LaPresse)
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Giovedì il governo ha depositato alla Camera e al Senato il disegno di legge elettorale, cioè l’insieme di regole per calcolare i seggi spettanti ai partiti in parlamento sulla base dei voti ottenuti alle elezioni politiche. Il disegno di legge dovrà ora essere discusso e approvato dal parlamento prima delle prossime elezioni, che salvo sorprese dovrebbero tenersi nella prima metà del prossimo anno.

In teoria quindi c’è tempo, ma nella pratica no. Si vede dalla fretta con cui il governo ha presentato la legge, che è il risultato di trattative su cui i partiti che lo compongono si arrovellavano da mesi, ma su cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto affrettarsi a tutti i costi per arrivare a un testo definitivo proprio in queste settimane, prima di un altro grande appuntamento elettorale: il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, il 22 e il 23 marzo. Le ragioni sono molto politiche.

Dall’esito del referendum non dipende solamente l’entrata o meno in vigore dell’unica grande riforma del governo di Meloni, ma anche lo spirito con cui partirà la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche: se al referendum vincerà il “Sì” e la riforma passerà è evidente che i partiti al governo si presenteranno più forti e con più argomenti in loro sostegno; al contrario, se vincerà il “No” non avranno questo vantaggio, che invece sarà dei partiti di opposizione (generalmente schierati per il “No”, appunto, anche se con alcune eccezioni).

La volontà di Meloni di accelerare sulla legge elettorale nasconde quindi una certa paura di perdere al referendum, e di perdere dunque lo slancio in questione. Con questo timore il tempismo è essenziale per salvare le apparenze: una riforma della legge elettorale subito dopo essere uscita sconfitta da un voto importante rischierebbe di apparire come un tentativo di modificarla per avvantaggiarsi alle elezioni politiche. Del resto non sarebbe il primo governo a farlo.

Giorgia Meloni a Palazzo Chigi (Roberto Monaldo/LaPresse)

È infatti proprio questo modo di ragionare che spiega l’anomala proliferazione di leggi elettorali in Italia: negli ultimi 40 anni nessun altro paese occidentale ha cambiato le leggi elettorali con tanta frequenza, fondamentalmente perché ogni governo ha provato a indirizzare il voto a proprio favore modificando le regole a ridosso delle elezioni. Proprio per evitare tutto ciò, anche in questa occasione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto intendere ai partiti al governo che non apprezzerebbe se anche questa legge elettorale fosse approvata troppo a ridosso delle elezioni.

L’idea del governo è di ottenere il voto della Camera entro luglio e quello del Senato prima di metà ottobre: non sarà banale perché, senza entrare troppo nei dettagli, le procedure di voto sulla legge elettorale sono più ostiche di quelle ordinarie. Serviva quindi avere una legge da presentare piuttosto alla svelta.

Per arrivare a un testo definitivo nell’ultima settimana hanno lavorato giorno e notte – tra cartoni di pizza e messaggi disperati alle famiglie – alcuni delegati dei partiti che compongono la maggioranza. Al testo finale sono arrivati alle due di notte di mercoledì, giovedì è stato rivisto dai leader di partito e poi presentato alle camere.

Il risultato è una legge su cui ci sono diverse perplessità, probabilmente anche a causa di un testo scritto in rincorsa, e in cui è evidente il compromesso politico, soprattutto a discapito di Meloni.

Mancano infatti due elementi che sono sue storiche battaglie. Uno è la possibilità per gli elettori di mettere le preferenze sulla scheda elettorale, cioè di indicare il nome di candidati specifici di fianco al nome del partito votato, in modo da dare direttamente a loro il voto senza affidarsi all’ordine con cui altrimenti ripartiscono i voti i partiti. L’altro consiste nell’indicare sulla scheda elettorale il nome del candidato presidente del Consiglio della coalizione, una modifica che avrebbe richiamato la riforma costituzionale del cosiddetto premierato, tanto auspicata da Meloni ma mai davvero sostenuta dagli altri partiti al governo (e che infatti il governo non è mai andato vicino ad approvare, nonostante fosse stata annunciata a inizio mandato).

Il disegno di legge non contiene né l’una né l’altra cosa, e il fatto che Meloni abbia fatto a meno di entrambe è un ulteriore indizio di quanto ci tenesse a evitare lungaggini e intoppi. Meloni sa che per assicurarsi una nuova vittoria è importante approvare una nuova legge elettorale, visto com’è fatta quella attualmente in vigore, il cosiddetto “Rosatellum” con cui si andò a votare per le politiche del settembre 2022.

Gli alleati di governo di Meloni: Matteo Salvini della Lega e Antonio Tajani di Forza Italia, lo scorso maggio alla Camera (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Nel 2022 la coalizione di destra composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati ottenne una solida maggioranza soprattutto perché il centrosinistra si era presentato diviso, dando un enorme vantaggio alla coalizione guidata da Meloni.

Se le opposizioni si ricompattassero, e quindi per esempio il Partito Democratico corresse insieme al Movimento 5 Stelle come è avvenuto nelle ultime elezioni regionali, l’esito delle elezioni nazionali potrebbe essere un sostanziale pareggio. Questo non renderebbe possibile formare alcuna maggioranza parlamentare solida, e potrebbe quindi portare a governi meno stabili.

La legge elettorale proposta dal governo è pensata per evitare questo scenario, e infatti si chiama Stabilicum (il nome gioca appunto sulla parola “stabilità”): ha la desinenza latina secondo la tradizione delle ultime leggi elettorali italiane, anche se in latino non significa niente. È di tipo proporzionale: significa che in teoria i partiti prendono tanti seggi in proporzione ai voti che prendono. C’è poi una sorta di correzione maggioritaria, cioè un premio cosiddetto “di maggioranza” o “di governabilità”. La coalizione che vince prendendo almeno il 40 per cento dei voti ottiene anche 70 deputati extra alla Camera e 35 al Senato, ma senza potere andare oltre i 230 deputati e i 114 senatori.

I premi nelle leggi elettorali hanno sempre effetti un po’ distorsivi, ma questo sembra essere eccessivamente problematico: è probabile che se ne riparlerà e in ogni caso può ancora essere discusso e modificato.

Se nessuno arriva al 40, si va al ballottaggio tra chi ha ottenuto almeno il 35 per cento: chi vince il ballottaggio si prende il premio. Se nessuno arriva al 35 per cento, si assegnano semplicemente i seggi su base proporzionale. In questo caso non ci sarebbe alcuna maggioranza chiara, e bisognerebbe trovare accordi tra coalizioni diverse: è però uno scenario inverosimile, ad oggi. La soglia di sbarramento, cioè la percentuale minima di voti che serve ai partiti o alle coalizioni per poter entrare in parlamento, è fissata al 3 per cento, uguale a quella attuale.

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