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  • Venerdì 9 gennaio 2026

Cos’è la diplomazia degli ostaggi

Iniziò in Iran nel 1979 e si è diffusa in molti altri stati illiberali, tra cui il Venezuela di Nicolás Maduro

L'attesa dei parenti di detenuti politici all'esterno della prigione Rodeo 1 a Guatire, Venezuela (AP Photo/Matias Delacroix)
L'attesa dei parenti di detenuti politici all'esterno della prigione Rodeo 1 a Guatire, Venezuela (AP Photo/Matias Delacroix)
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Alcuni dei prigionieri politici liberati fra giovedì e venerdì in Venezuela erano cittadini stranieri arrestati con motivi pretestuosi e trattenuti come potenziale merce di scambio in trattative con paesi stranieri, perlopiù occidentali. Erano parte della cosiddetta “diplomazia degli ostaggi”, una pratica frequente fra i regimi illiberali e le dittature e applicata anche dal Venezuela di Nicolás Maduro. Anche il cooperante Alberto Trentini è uno di questi ostaggi: è in carcere in Venezuela da più di un anno senza accuse formali, e non si sa se sarà liberato in questi giorni.

Si parla di diplomazia degli ostaggi quando uno stato trattiene un cittadino straniero con un pretesto, con accuse false e con un processo giudiziario creato appositamente in modo pretestuoso. Gli obiettivi possono essere molteplici: ottenere specifiche concessioni di natura politica, scambiare l’ostaggio con propri cittadini detenuti all’estero, raggiungere obiettivi economici o avere una risorsa ulteriore da spendere in una trattativa diplomatica. Per i governi dei cittadini presi in ostaggio le possibilità non sono molte: in quasi tutti i casi devono trattare e fare concessioni. È il motivo per cui la diplomazia degli ostaggi spesso funziona, dal punto di vista dei paesi illiberali che la praticano, anche se compromette la loro reputazione internazionale.

In Venezuela questo genere di arresti è piuttosto recente ed è diventato consueto negli ultimi anni: secondo l’ong Foro Penal a fine dicembre i detenuti stranieri erano 86, e a inizio gennaio il ministero degli Esteri italiano ha detto che circa 20 sono italiani.

L’uso sistematico della diplomazia degli ostaggi è cominciato in Iran subito dopo la rivoluzione del 1979, e proprio l’Iran è il paese che tuttora la usa maggiormente. È successo anche con la giornalista italiana Cecilia Sala, che alla fine del 2024 fu arrestata senza accuse formali e detenuta per tre settimane nel carcere iraniano di Evin. La sua detenzione era legata a Mohammed Abedini Najafabadi, un uomo iraniano che era detenuto in Italia dopo essere stato arrestato su richiesta degli Stati Uniti, con l’accusa di trafficare in tecnologia bellica.

Uno degli ostaggi dell’ambasciata statunitense di Teheran, l’8 novembre 1979 (AP Photo)

I primi ostaggi presi dall’Iran furono 52 dipendenti dell’ambasciata statunitense a Teheran, in quella diventata nota come la “crisi degli ostaggi”. L’ambasciata era stata assaltata dai manifestanti nel novembre del 1979: pochi mesi prima c’era stata la rivoluzione che trasformò il paese in una Repubblica Islamica, a cui seguirono proteste antiamericane alimentate anche dal fatto che lo scià Mohammad Reza Pahlavi, il monarca autoritario che aveva guidato il paese dal colpo di stato del 1953, era stato ospitato negli Stati Uniti per cure mediche.

– Leggi anche: Quando l’Iran e gli Stati Uniti erano alleati

Dopo iniziali trattative, nell’aprile del 1980 il presidente statunitense Jimmy Carter decise di provare a liberare gli ostaggi con un’operazione delle forze speciali. Fallì disastrosamente, e gli ostaggi vennero liberati per via diplomatica solo nel 1981: l’Iran ottenne lo sblocco di fondi congelati e l’impegno statunitense a non interferire negli affari iraniani.

Da allora i casi di stranieri incarcerati con false accuse, legate perlopiù ad attività di spionaggio, sono stati decine. In alcuni casi i prigionieri sono stati liberati in cambio del rilascio di detenuti iraniani all’estero (anche accusati di legami con il terrorismo), in altri in seguito a trattative che hanno portato alla riduzione o eliminazione di sanzioni internazionali. Nel 2022 la cittadina britannica Nazanin Zaghari-Ratcliffe, arrestata nel 2016, fu liberata dopo che il Regno Unito accettò di pagare un debito contestato da circa 450 milioni di euro (legato alla mancata consegna di materiale bellico negli anni Settanta).

La liberazione di alcuni ostaggi statunitensi in uno scambio con l’Iran, il 19 settembre 2023 (Jonathan Ernst/Pool via AP)

La Russia ha cominciato a imprigionare cittadini stranieri da usare come ostaggi in corrispondenza del suo crescente isolamento internazionale. Dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022 e le successive sanzioni internazionali, il regime di Vladimir Putin ha proceduto con meno remore, anche perché non aveva più una reputazione internazionale da difendere.

I casi più noti sono quelli di cittadini degli Stati Uniti: la giocatrice di pallacanestro Brittney Griner, arrestata all’aeroporto di Mosca nel 2022 per il possesso di due cartucce per un vaporizzatore con olio di hashish (un derivato della cannabis) e scambiata con il trafficante di armi Viktor Bout, che stava scontando una lunga pena negli Stati Uniti; Paul Whelan, ex marine arrestato nel 2018 con accuse di spionaggio; e il giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich, anche lui accusato di spionaggio. Whelan e Gershkovich sono stati liberati nell’estate del 2024, in un grande scambio di prigionieri.

La Cina non usa la diplomazia degli ostaggi in modo sistematico, ma negli ultimi anni ci sono stati casi di arresti per intimidazione politica, detenzioni in vista di scambi, soprattutto con gli Stati Uniti, e per ritorsione. L’editore di Hong Kong di cittadinanza svedese Gui Minhai fu arrestato nel 2015 per la pubblicazione di libri critici contro il regime: è ancora in carcere ed è un caso diplomatico aperto fra Cina e Svezia. I cittadini canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor furono arrestati nel 2018 come ritorsione per l’arresto in Canada della dirigente della compagnia telefonica Huawei, Meng Wanzhou: i due sono stati liberati dopo più di mille giorni, quando è stata liberata anche Meng dal Canada.

– Ascolta anche: Globo: La diplomazia degli ostaggi, con Farian Sabahi

In Myanmar, subito dopo il colpo di stato del 2021 la giunta militare che prese il potere arrestò sei cittadini stranieri, fra cui l’economista australiano Sean Turnell, il documentarista giapponese Toru Kubota e l’ex ambasciatrice britannica Vicky Bowman. I sei ostaggi furono usati per provare a fare pressioni su governi che avevano condannato il colpo di stato, per ottenere un riconoscimento e limitare eventuali sanzioni. Sono stati liberati in seguito, per motivi che la giunta ha definito «umanitari e diplomatici».

Anche la Corea del Nord ha più volte usato come strumento di pressione diplomatica cittadini stranieri incarcerati per motivi pretestuosi o condannati a pene enormi per violazioni di leggi nordcoreane.

Diverse convenzioni internazionali condannano l’uso della detenzione arbitraria e la cattura di ostaggi “di stato”, ma come in altri casi simili le convenzioni e i trattati non sono riconosciuti da tutti i paesi e le violazioni sono difficilmente perseguibili.