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  • Venerdì 24 aprile 2020

Il più grande fallimento delle forze speciali americane

Il 24 aprile del 1980 gli Stati Uniti cercarono di liberare gli ostaggi dell'ambasciata americana a Teheran, ma l'operazione fu un totale disastro

(AP Photo)
(AP Photo)

Il 24 aprile del 1980 le forze speciali americane tentarono di liberare i 53 dipendenti dell’ambasciata statunitense di Teheran, che da mesi erano tenuti in ostaggio dal regime iraniano. La missione fu uno spettacolare fallimento, il più grave nella storia delle forze speciali americane. Il fallimento mise fine alle speranze del presidente Jimmy Carter di farsi rieleggere alle successive elezioni, e portò a una serie di riforme nell’esercito americano i cui effetti si vedono ancora oggi. Gli ostaggi sarebbero stati liberati soltanto un anno dopo, dopo lunghe e difficili trattative diplomatiche.

Il sequestro e le trattative
Nel gennaio del 1979 una rivoluzione guidata dal clero islamico iraniano aveva rovesciato il governo guidato dallo scià Mohammad Reza Pahlavi, il monarca autoritario che guidava il paese dal colpo di stato del 1953. Il nuovo regime teocratico era profondamente ostile agli Stati Uniti, e lo divenne ancora di più quando a ottobre di quello stesso anno lo scià fuggitivo venne accolto proprio negli Stati Uniti per ricevere cure mediche. Migliaia di iraniani, soprattutto studenti e attivisti politici, scesero in piazza per protestare e il 4 novembre alcune centinaia di manifestanti assaltarono l’ambasciata americana. Dopo aver sopraffatto le guardie che difendevano l’edificio, i manifestanti catturarono gran parte dei suoi dipendenti e li affidarono alla custodia delle forze del regime.

– Leggi anche: La “crisi degli ostaggi” di Teheran

Il presidente Carter era famoso per la sua abilità diplomatica e la sua capacità di conciliare avversari di lunga data: un anno prima era riuscito a far firmare la pace tra Israele ed Egitto, le due principali potenze rivali del Medio Oriente. Carter cercò di ottenere la liberazione degli ostaggi in modo pacifico, e nei primi mesi del sequestro la sua pacatezza e la priorità che diede a garantire in ogni modo la sicurezza degli ostaggi portarono il suo gradimento a un livello per lui senza precedenti.

Dopo mesi di trattative inconcludenti, però, la situazione iniziava a sembrare senza uscita. Tra marzo e aprile del 1980, a quasi sei mesi dall’inizio del sequestro, i negoziatori iraniani fecero capire che la liberazione degli ostaggi avrebbe richiesto ancora molto tempo. Con le elezioni di novembre che si facevano sempre più vicine, Carter decise di autorizzare un’operazione militare per liberarli.

L’operazione
Le audaci operazioni delle forze speciali americane, celebrate da film, libri e videogiochi, sembrano oggi la cosa più normale del mondo. Nessuno si stupisce quando i giornali danno notizia di un raid compiuto da un pugno di elicotteri e di soldati in territorio ostile in cui un famoso terrorista o leader di qualche milizia viene catturato o ucciso. È quello che ci si aspetta che faccia l’esercito della più grande potenza militare del mondo

Nel 1980 la situazione era molto diversa. L’esercito americano era da poco uscito dalla guerra del Vietnam ed era ancora organizzato come una forza il cui compito principale erano i conflitti convenzionali: un grosso martello con cui combattere l’Unione Sovietica, non un bisturi per eseguire operazioni chirurgiche in territorio nemico. I generali americani ragionavano in termini di centinaia di migliaia di uomini da spostare e di migliaia di tonnellate di rifornimenti da distribuire. I raid solitari di piccoli gruppi di soldati erano per loro una reliquia di un passato romantico.

Con la diffusione del terrorismo, e la frequenza crescente con cui gli stati si trovavano a dover fronteggiare gruppi armati che prendevano in ostaggio aerei e ambasciate, anche l’esercito americano negli anni Settanta decise di dotarsi di un gruppo scelto con funzioni di anti-terrorismo, in grado di compiere delicate operazioni mirate. Nel 1977 il colonnello Charles Beckwith, paragonato dai suoi uomini all’attore Slim Pickens, che nel film Il dottor Stranamore si lancia da un aereo a cavallo di una bomba atomica sventolando un cappello da cowboy, fondò la “Delta Force”, il primo reparto di forze speciali con funzioni anti-terrorismo dell’esercito americano.

Tre anni dopo Carter si rivolse proprio alla Delta Force e al colonnello Beckwith per liberare gli ostaggi prigionieri in Iran. L’operazione che venne messa a punto – chiamata “Eagle Claw”, “artigli dell’aquila” – è considerata ancora oggi la più ambiziosa, delicata e complessa mai eseguita dalla forze speciali americane. Che fosse al contempo anche la prima nel suo genere, con il senno di poi, avrebbe dovuto suggerire maggiori cautele.

Il piano, in sostanza, era questo: prima dell’alba del 24 aprile, quattro aerei da trasporto carichi di soldati e carburante – seguiti da otto elicotteri da trasporto – sarebbero dovuti entrare in Iran volando abbastanza bassi da non essere individuati dai radar e sarebbero atterrati in mezzo al deserto, in un punto a circa 700 chilometri dalla capitale Teheran. In questo “campo base”, chiamato in codice Desert One, gli elicotteri avrebbero dovuto rifornirsi, caricare i soldati della Delta Force destinati a liberare gli ostaggi e quindi dirigersi verso un secondo campo base, Desert Two, sempre in mezzo al deserto, ma questa volta a poca distanza da Teheran.

Qui i soldati avrebbero dovuto stendere reti mimetiche sopra gli elicotteri e nascondersi per tutto il giorno. Una volta scesa la notte, un gruppo di agenti della CIA infiltrati a Teheran nei mesi precedenti avrebbe raggiunto Desert Two con alcuni camion che sarebbero serviti per trasportare gli uomini della Delta Force fino in città. A quel punto, le squadre d’assalto si sarebbero divise in due: un distaccamento avrebbe attaccato l’ambasciata, dove era detenuta gran parte degli ostaggi, mentre l’altro avrebbe fatto lo stesso con il ministero degli Esteri, dove erano prigionieri tre diplomatici americani. A quel punto Delta Force ed ostaggi avrebbero dovuto raggiungere lo stadio di Teheran per farsi prelevare dagli elicotteri, tornare a Desert One, salire a bordo degli aerei e mettersi al sicuro.

Il disastro
Come ha scritto il giornalista americano Mark Bowden, uno dei massimi esperti di forze speciali americane, il piano includeva «un sacco di elementi che avrebbero dovuto incastrarsi perfettamente, e uno strettissimo margine di errore». Com’era prevedibile, fin dall’inizio nulla andò per il verso giusto e alla fine nessun militare americano riuscì a spingersi oltre Desert One.

Prima dell’alba del 24 aprile l’arrivo dei quattro grandi aerei di trasporto alla prima base si svolse senza problemi, o quasi. Poco dopo l’atterraggio, però, gli americani si accorsero che su una vicina pista in terra battuta stava passando un veicolo. Gli uomini della Delta Force gli spararono contro un missile anticarro e con sorpresa videro il veicolo esplodere in una colonna di fuoco alta decine di metri: era l’autocisterna di un contrabbandiere carica di petrolio.

Poco dopo si verificò un altro incidente: sulla stessa pista i soldati avvistarono un piccolo autobus carico di persone. La remota base nel deserto si stava rivelando non poi così remota. Questa volta gli uomini della Delta Force ritennero più prudente non far saltare in aria il veicolo, e si limitarono a bloccarlo e a perquisire tutti i passeggeri. I soldati chiesero a Washington cosa fare dei prigionieri e Carter in persona ordinò che venissero imbarcati sugli aerei alla fine dell’operazione: sarebbero stati liberati in un secondo momento.

Nel frattempo, gli otto elicotteri che si stavano avvicinando a Desert One iniziarono ad avere un guasto dopo l’altro. Un primo elicottero dovette essere abbandonato in mezzo al deserto per problemi alla strumentazione. Un secondo tornò indietro dopo che la formazione si era persa nel mezzo di una tempesta di sabbia. Dei sei elicotteri arrivati a Desert One, uno aveva subito tali danni nella tempesta che il pilota si rifiutò di farlo volare di nuovo.

Rimanevano cinque elicotteri utilizzabili per la missione, il minimo ritenuto sufficiente per portarla a termine. Ma l’operazione era solo all’inizio. I cinque elicotteri superstiti dovevano ancora volare per più di cinquecento chilometri fino a Desert Two, rimanere sotto il sole per un’intera giornata, volare fino allo stadio di Teheran e da lì di nuovo per altri settecento chilometri fino a Desert One. Perdere anche solo un elicottero in questa complicata serie di passaggi avrebbe significato abbandonare in Iran parte delle squadre d’assalto o alcuni degli ostaggi.

Quando la situazione venne comunicata a Carter, il presidente dette ordine di abbandonare la missione. «Almeno non abbiamo subito perdite e nessun civile iraniano è stato ucciso», commentò amaramente (non era probabilmente stato informato della morte dell’autista dell’autocisterna colpita dal missile).

Ma in Iran le cose peggiori dell’operazione dovevano ancora accadere. Mentre gli americani si preparavano a sgomberare in tutta fretta la base, divenuta oramai simile a un piccolo aeroporto, a uno degli elicotteri venne ordinato di spostarsi, per facilitare le manovre a uno dei grandi aerei da trasporto. Con le ruote che affondavano nella sabbia soffice non era facile spostare l’elicottero a livello del suolo, così il pilota lo fece alzare in volo di qualche metro seguendo le indicazioni di un controllore di volo la cui luce di posizione era l’unica cosa che riusciva a vedere nel vortice di sabbia sollevato dal rotore.

Proprio a causa della sabbia, il controllore cercò di spostarsi in un punto più protetto. Meccanicamente, il pilota dell’elicottero continuò a seguire la sua luce senza rendersi conto che così stava spostando il suo mezzo pericolosamente vicino all’aereo parcheggiato poco lontano. Improvvisamente, le lame del rotore entrarono in collisione con la fusoliera dell’aereo. Entrambi i velivoli avevano i serbatoi pieni di carburante e l’aereo aveva anche la stiva piena di barili. Lo scontro distrusse l’elicottero e fece scoppiare un grosso incendio che distrusse entrambi i mezzi. Otto militari americani morirono. Bloccati dalle fiamme e costretti ad allontanarsi in tutta fretta, gli altri abbandonarono i loro corpi sul campo.

Il fallimento dell’operazione venne annunciato dalla Casa Bianca il giorno dopo. Presto gli iraniani diffusero le fotografie di ciò che restava della base Desert One, comprese le immagini dei corpi carbonizzati degli otto militari morti nell’incidente. Il disastro contribuì alla sconfitta di Carter alle elezioni di novembre, che furono vinte da Ronald Reagan, ma servì anche a cambiare profondamente le forze armate americane.

L’esperienza ottenuta nell’operazione fu preziosa per comprendere come rendere più agile e flessibile l’organizzazione militare. In particolare, gli americani capirono che per avere successo in operazioni così complesse non era possibile utilizzare uomini provenienti da diverse branche delle forze armate: piloti di aerei dell’aviazione, elicotteri della marina, forze speciali dell’esercito, ma era necessario avere un approccio più integrato. Pianificare operazioni meno complesse e con margini di errore meno ampi fu un’altra lezione importante. Le riforme introdotte dopo “Eagle Claw” culminarono nel 1987 con la creazione del SOCOM, il comando unificato delle forze speciali americane, che ha reso possibili operazioni come l’uccisione di Osama bin Laden e del leader dell’ISIS Abu Bakr al Baghdadi.