Degli NFT non è rimasto quasi niente

Cinque anni fa ci fu chi pagò centinaia di migliaia di dollari per l'immagine di una scimmia che oggi ne vale un decimo

Le immagini di alcuni NFT della serie Bored Ape Yacht Club mostrati nei cartelloni pubblicitari di Times Square, a New York, nel 2022. (Noam Galai/Getty Images)
Le immagini di alcuni NFT della serie Bored Ape Yacht Club mostrati nei cartelloni pubblicitari di Times Square, a New York, nel 2022. (Noam Galai/Getty Images)
Caricamento player

C’è stato un periodo, tra il 2021 e il 2022, in cui social network, siti di news e persino trasmissioni televisive si affollarono dei racconti di persone che si vantavano di avere pagato anche centinaia di migliaia di dollari per le immagini di alcune scimmie illustrate di dubbio gusto. Non avevano acquistato solo le immagini, dicevano, ma anche i certificati di proprietà digitale a loro connessi tramite la tecnologia della blockchain. Questo a loro dire rendeva gli NFT, i “non fungible token”, oggetti unici e investimenti molto attraenti. In un caso, un utente pagò addirittura 3,4 milioni di dollari per un esemplare “raro” di Bored Ape Yacht Club, una delle più note collezioni di NFT.

Di quell’entusiasmo e di quelle speculazioni oggi non rimane praticamente niente. Secondo una stima del sito specializzato NFTevening, già nel 2024 il 96 per cento dei progetti di NFT era «morto», nel senso che non aveva né registrato vendite né discussioni sui social media. Quanto a Bored Ape Yacht Club, il valore medio della collezione è sceso del 96 per cento dal picco raggiunto nel maggio del 2022, quando anche molte celebrità li usarono come avatar per i loro profili social.

Fin da subito il settore fu caratterizzato da molte truffe, progetti massicciamente promossi e poi abbandonati, e hype mediatico alimentato da personalità di internet come Logan Paul, che nel 2021 lanciò CryptoZoo, un gioco basato su criptovalute e NFT che attirò molti investitori (spesso giovanissimi), rivelandosi poi un fallimento.

All’apice della speculazione, nel gennaio del 2022, Justin Bieber pagò 500 Ethereum (all’epoca pari a 1,3 milioni di dollari) per una Bored Ape che oggi riceve offerte d’acquisto massime da 16mila dollari, comunque piuttosto alte per gli standard odierni del settore. Lo stesso Paul, prima di sviluppare CryptoZoo, investì in altri NFT: uno di questi fu pagato 623mila dollari e oggi ne vale circa 10.

Ma il grosso delle perdite interessò soprattutto gli utenti comuni, che avevano creduto di potersi arricchire comprando NFT, magari fidandosi di celebrità e influencer. Nell’ottobre del 2023 uno di loro raccontò a Vice di aver speso mezzo milione di dollari in NFT, un investimento che nel giro di pochi mesi arrivò a valere cinque milioni di dollari e poi crollò a circa cinquemila (ed è probabile che da allora sia diminuita ulteriormente).

Una mostra di opere di Beeple a Palazzo Strozzi, nel 2022. (Roberto Serra – Iguana Press/Getty Images)

Il momento in cui gli NFT diventarono mainstream arrivò probabilmente nel marzo del 2021, quando la casa d’aste Christie’s vendette un’opera digitale di Mike Winkelmann, artista noto come Beeple, per 69 milioni di dollari, dando inizio a una lunga fase di speculazione che interessò soprattutto il mondo dell’arte e della moda. A conferma del declino degli NFT, a settembre Christie’s ha chiuso il suo dipartimento dedicato all’arte digitale.

In quel periodo, il mercato degli NFT godette in particolare dell’interesse più ampio nei confronti delle criptovalute e del metaverso, due tecnologie alla base del Web3, una supposta evoluzione del web potenziata da realtà virtuale e blockchain. Proprio gli NFT, in questo scenario, erano fondamentali per l’acquisto di beni virtuali, insieme ad altri smart contract che avrebbero sostituito qualsiasi accordo tra privati.

– Leggi anche: E il metaverso?

Gli NFT, infatti, erano e sono degli attestati di proprietà perché collegano un dato token (o gettone) a un indirizzo nella blockchain, che per semplificare è una sorta di database condiviso, le cui informazioni sono certificate e pubblicamente consultabili. Come suggerisce il loro nome, gli NFT sono «non fungibili», ovvero unici e non intercambiabili. Erano pensati per essere associati a file digitali, che per loro natura sono facilmente riproducibili, in modo da individuarne e certificarne l’unicità e l’autenticità. Se una determinata illustrazione di una scimmia con quel determinato cappellino buffo può essere copiata innumerevoli volte, solo una è certificata come originale dal suo rispettivo NFT.

L’origine degli NFT risale al 2014, quando Kevin McCoy e Anil Dash, rispettivamente un artista digitale e un imprenditore, crearono il primo NFT registrando un video su Namecoin, una piattaforma di blockchain, durante un evento al New Museum di New York City. «L’unica cosa che volevamo era assicurarci che gli artisti potessero fare un po’ di soldi e avere il controllo del loro lavoro», scrisse Dash in un articolo del 2021 in cui prese le distanze dall’evoluzione della tecnologia.

I sostenitori della tecnologia pensavano che gli NFT avrebbero permesso tra le altre cose la nascita di un mercato per l’arte digitale simile a quello dell’arte fisica tradizionale. E in effetti a partire dal 2021 online si diffuse un’estetica legata agli NFT, rapidamente giudicata dozzinale, derivativa, dilettantesca e più semplicemente di pessimo gusto da chi capiva qualcosa di arte, nonostante venisse venduta a prezzi folli.

– Leggi anche: Perché l’arte degli NFT è così dozzinale

Dopo un anno abbondante di entusiasmi, con la fine del 2022 l’interesse per gli NFT cominciò a scemare, anche a causa di ChatGPT, che contribuì a cambiare radicalmente le priorità del settore tecnologico, spostandole verso l’intelligenza artificiale. Con la fine degli investimenti sul metaverso e sul Web3 sparì anche l’esigenza di avere certificati di proprietà per beni digitali, visto che la rete non è stata sostituita da un ambiente virtuale in cui fare shopping.

Buona parte dell’interesse per gli NFT si fondava sull’ipotesi che un numero crescente di settori avrebbe iniziato a vendere beni digitali agli utenti, come vestiti, accessori o armi speciali da usare nei videogiochi. In pratica, però, questo modello esiste già sotto forma di acquisti all’interno delle app, per esempio, senza che sia necessario ricorrere alla blockchain o a certificati di proprietà particolari. Allo stesso tempo, il concetto di proprietà esclusiva di un bene digitale non ha convinto il grande pubblico, così come l’idea di spendere soldi per un’immagine che può essere scaricata da chiunque sul web, gratuitamente, che alla lunga è sembrata assurda a sempre più persone.

Un altro fattore di crisi furono i molti scandali che interessarono il settore delle criptovalute, tra cui il collasso di servizi come Terra Luna, FTX e Celsius Network, che ridussero di molto la liquidità disponibile nel mercato. A differenza di criptovalute come Bitcoin, che da allora sono tornate a crescere, gli NFT non si sono più ripresi, anche perché la loro reputazione è rimasta legata a speculazioni ad alto rischio.

Questo legame con furti, truffe e mancanza di trasparenza in generale ha finito per rovinare anche la vera applicazione degli NFT, la possibilità di certificare la proprietà di un bene online. Gli artisti e i creatori di contenuti avrebbero ancora bisogno di uno strumento con cui proteggere le proprie opere in un ambiente digitale, ma è probabile non siano disposti a farlo usando una tecnologia tanto rischiosa e complessa.

Alcuni esperimenti recenti hanno provato un approccio diverso, abbinando gli NFT a prodotti reali. Nel 2024 Louis Vuitton ha presentato il suo quarto NFT, la versione virtuale di una giacca disegnata da Pharrell Williams (dal costo di 7.900 euro), mentre Balenciaga ha collaborato con Ledger, un’azienda che produce portafogli fisici per criptovalute, realizzando una custodia per uno dei dispositivi di Ledger che includeva un chip NFC (simile a quello incluso nelle carte di identità elettroniche) con cui certificare l’originalità del prodotto.

– Leggi anche: Che ne è stato della cautela nel settore delle intelligenze artificiali?

Nulla di paragonabile a quanto veniva promesso nel 2021, quando alcune aziende immaginavano un futuro in cui questi strumenti sarebbero stati usati in praticamente ogni ambito immaginabile. Oggi il mercato degli NFT è molto più piccolo ma, secondo alcuni suoi sostenitori, starebbe maturando, abbandonando i suoi aspetti più rischiosi e fraudolenti, che oggi sono invece tipici delle meme coin, una forma di criptovaluta altamente speculativa spesso associata a meme e celebrità, proprio come succedeva un tempo con gli NFT.

La migliore notizia del 2025 per gli NFT ha riguardato però la politica: con l’elezione di Donald Trump, infatti, il governo statunitense ha assunto una posizione molto più permissiva nei confronti delle criptovalute. Oltre ad approvare il Genius Act, una controversa legge che mira a legittimare l’utilizzo delle stablecoin (un tipo di criptovaluta) al pari dei metodi di pagamento tradizionali, Trump ha graziato alcune persone condannate per reati finanziari legati al settore, tra cui l’ex capo della piattaforma Binance, Changpeng Zhao.

A pochi giorni dalla sua inaugurazione, lo scorso gennaio, Trump ha anche presentato una meme coin personale (seguita da quella della first lady Melania Trump) e una collezione di NFT chiamata “Trump Bitcoin Digital Trading Cards”. Nonostante tutto, le vendite totali di NFT nel corso del 2025 hanno raggiunto un giro d’affari di 5,6 miliardi di dollari, in calo del 37 per cento rispetto al 2024.