Da dove è sbucato Beeple

Nonostante le poche competenze e l'approccio naïf, un artista americano ha venduto un'opera per 69 milioni di dollari grazie agli NFT

di Gabriele Gargantini

Il primo maggio del 2007 un allora 25enne Mike Winkelmann decise che da quel giorno avrebbe realizzato, ogni giorno, qualcosa di artistico. Cominciò con un disegno di suo zio Jim, soprannominato Uber Jay.

Oltre cinquemila giorni dopo Mike Winkelmann – ormai più noto come Beeple – è l’autore della terza opera più costosa di sempre tra quelle vendute mentre il loro autore era ancora in vita, dopo Rabbit di Jeff Koons e Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) di David Hockney. Beeple ha raggiunto questo risultato grazie a Everydays: The First 5000 Days, un collage di 21.069 x 21.069 pixel delle sue prime cinquemila opere giornaliere, venduto all’asta da Christie’s per 69,3 milioni di dollari. Venduto, per la precisione, come NFT: cioè come opera d’arte certificata in quanto autentica e unica, ma esistente solo in formato digitale. «Sono, nella loro estrema essenza, delle prove di proprietà, che puntano verso un certo file e dicono “questa cosa è tua”» come li ha definiti lo stesso Beeple.

Osservando con attenzione, in alto a sinistra in Everydays: The First 5000 Days (che è costato circa 15mila dollari per ognuna delle opere che lo compongono) si vede, tra le tante piccole immagini, il disegno che ritrae zio Jim.

Oltre a essere il più noto artista digitale di sempre – seguito, solo su Instagram, da oltre due milioni di utenti – e oltre a essere il personaggio più spesso associato al nuovo fenomeno degli NFT, Beeple negli ultimi anni ha collaborato con marchi, personaggi e celebrità famosissimi. Ma nonostante sia di fatto l’artista-del-momento, nelle sue interviste rivendica spesso di avere poche competenze artistiche e di dover migliorare molto dal punto di vista tecnico, dimostrando un approccio per molti versi naïf rispetto al sofisticato mondo dell’arte contemporanea.

Il risultato di tutto questo è una produzione banale e destinata a essere dimenticata presto secondo alcuni critici, interessante o quantomeno rappresentativa del momento storico secondo altri. Per molti appassionati di arte digitale, criptovalute o investimenti online, è semplicemente una produzione per cui vale la pena spendere milioni di dollari.

– Leggi anche: Gli NFT, spiegati

Mike Winkelmann, che compirà 40 anni a giugno, è nato e cresciuto a North Fond du Lac, in Wisconsin, una città di 5mila abitanti in uno stato della regione dei Grandi Laghi, nel nord degli Stati Uniti. Il padre lavorava come ingegnere elettronico e la madre in un centro per anziani. Lui si laureò nel 2003 in informatica in un’università dell’Indiana, non lontano dal Wisconsin. L’idea, ha raccontato di recente, «era di fare il programmatore di videogiochi» ma poi capì che la cosa era «noiosa come la merda» e non avrebbe fatto per lui. Dopo essersi «sudato la laurea», si trovò quindi un impiego come web designer.

Ora Winkelmann vive in un normalissima casa di una tranquilla zona residenziale di Charleston, in South Carolina: è sposato con un’ex insegnante, ha due figli e, almeno fino a qualche settimana fa, era proprietario di una «fottuta e scassata Toyota Corolla». Chi lo ha intervistato – e sono stati molti in questi giorni – ne ha evidenziato il marcato accento del Wisconsin e l’aspetto ordinario, i capelli ben pettinati e gli abiti piuttosto anonimi. E però anche il frequente ricorso alle parolacce, in particolare a tutte le possibili declinazione della parola “fuck”. Secondo il New Yorker, con un gusto nel farlo «che ricorda a volte quello di un adolescente che le ha appena imparate, certe parole».

Il New York Times ne ha evidenziato «il comportamento imperturbabile» e un aspetto che «fa pensare a uno di quei tizi dell’assistenza tecnica». Il New Yorker ha scritto che «non assomiglia all’idea che si può avere di un artista da record, e anzi sembra somigliare più a una possibile comparsa di The Office». E ha aggiunto che di certo non ha fatto grandi studi di storia dell’arte, perché a una domanda che chiamava in causa l’espressionismo astratto ha risposto «non ho davvero idea di cosa diavolo sia».

In molti hanno fatto notare una certa somiglianza con il giovane Bill Gates.

(ANSA/UFFICIO STAMPA CHRISTIE’S)

Beeple lavora in una stanza sulle cui pareti non c’è nemmeno un quadro, con due schermi affiancati di 65 pollici l’uno: uno sempre acceso su CNN, l’altro su Fox News; entrambi senza audio. «Non cambio mai canale e lascio sempre senza audio» ha detto lui, che ne parla come delle sue «finestre sul mondo esterno». Per lavorare e per creare le sue opere, Beeple usa invece un paio di schermi collegati a dei computer che si trovano però in un’altra stanza, con i cavi che passano attraverso un buco nel muro. Per i suoi lavori, i computer (e le loro tante schede grafiche) si scaldano parecchio, e quindi deve tenerli su una piattaforma sopra alla vasca da bagno.

Winkelmann scelse Beeple come nickname digitale in omaggio a un peluche degli anni Ottanta, che reagiva (a suo modo) a certi stimoli visivi e sonori. Lo scelse senza farci attorno grandi ragionamenti e senza aspettarsi – come ha detto di recente – che di lì a un paio di decenni si sarebbe trovato a dover spiegarne l’origine in un’intervista per il New York Times.

Nel 2007, quando si mise a disegnare zio Jim, quasi nessuno conosceva Beeple e per molto tempo praticamente nessuno guardò le sue opere. Seppur non avesse quasi nessun tipo di esperienza artistica iniziò – come spiega ormai da anni a chi glielo chiede – dopo aver sentito che l’artista britannico Tom Judd si era messo a fare un disegno al giorno. All’epoca aveva già una certa esperienza nell’uso di alcuni programmi di grafica e animazione con la quale si era anche fatto notare, ma per il suo nuovo progetto scelse di cimentarsi con qualcosa che non aveva mai fatto: dei disegni con carta e penna.

Intervistato nel 2010 dall’Atlantic, quindi già dopo oltre 1.500 opere quotidiane, Beeple disse che «iniziare qualcosa di nuovo ogni giorno» era un modo «per superare la paura di iniziare qualcosa di nuovo, ma anche per superare la paura di finire qualcosa». E già allora spiegò che si era dato come regola di iniziare e finire davvero qualcosa di nuovo ogni giorno – quindi senza prepararsi in anticipo le opere successive – e di pubblicare davvero un’opera al giorno, sempre entro la mezzanotte. Parlò di quel tipo di imposizioni come di «una benedizione ma anche di una maledizione», perché da una parte lo aiutava a «superare il blocco da pagina bianca» ma dall’altra lo metteva di fronte alla difficoltà di fare «qualcosa di bello in un’ora o due, e a volte anche meno».

Beeple disse anche di credere che un progetto come quello lo aiutava a sfatare l’idea che «per fare arte devi essere in uno stato zen di totale ispirazione», aggiungendo che «l’arte è come fare la cacca».

Fin qui Beeple non ha mai saltato nemmeno un giorno, e anno dopo anno ha iniziato a creare opere più complesse, fatte usando prima programmi come Photoshop e poi, tra gli altri, Cinema 4D, che continua a usare anche oggi. Nel 2017, dieci anno dopo l’inizio delle sue opere, raccontò a Vice che il giorno in cui poi sarebbe nata sua figlia, prima di accompagnare in ospedale la moglie già in travaglio, si prese cinque minuti per fare un’opera veloce. Questa:

In quell’intervista, Beeple disse anche di non ricordare in modo particolare certe opere più di altre, sebbene ce ne fossero alcune in cui si ricordava di «aver provato per la prima volta nuove tecniche o nuove idee». Nelle sue interviste raramente ne cita di particolari, né dice quali preferisce, e ha raccontato tra le altre cose di essere una persona pigra fuori dal suo unico impegno giornaliero.


A inizio 2020, quando già il suo nome iniziava a farsi conoscere anche fuori dall’arte digitale, Beeple parlò a The Verge delle sue quasi cinquemila opere. Disse che, da quando era padre di due figli, in genere si metteva a farle dopo averli messi a letto, ma anche che negli anni gli era capitato di lavorarci «negli aeroporti, nei bar e nelle sale del pronto soccorso» e che ormai è diventata un’abitudine, «come lavarsi i denti». Aggiunse anche: «è davvero irrealistico pensare che ogni giorno io mi possa sedere, essere super-ispirato, trovare il tempo di fare un’opera d’arte e dire “wow, è grandioso”. Però mi aiuta molto sapere che, anche se oggi faccio qualcosa che non mi piace, c’è sempre domani».

Spiegò poi di non curarsi dei commenti e soprattutto di quelle persone che «adorano ogni cosa che faccio». Perché «non aiuta leggere qualcuno che scrive “questa è una grande opera” se so che non lo è, e che per me fa cagare. È una cosa che ti fotte il cervello e ti fa smettere di crearti i giusti stimoli. Non voglio entrare in quel cazzo di ordine di idee secondo cui ogni cosa che faccio è fottutamente geniale».


Sintetizzare e trovare eventuali tratti comuni in un insieme di cinquemila-e-passa opere, fatte via via con programmi e approcci diversi, è complicato. Con una drastica semplificazione nella produzione di Beeple si possono individuare quattro macro-periodi. Un primo periodo di disegni e vignette relativamente semplici; un secondo periodo più astratto e digitale, evidentemente legato alle sperimentazioni con nuovi programmi; un terzo periodo che si può definire fantascientifico e un ultimo periodo, diciamo dal 2018 in poi, che ai diversi elementi precedenti ha aggiunto spesso una sorta di satira politica e sociale.

Tra le sue migliaia di opere si trova un po’ di tutto, ma negli ultimi anni tornano spesso certi elementi e certi personaggi politici e della cultura popolare: da Buzz Lightyear a Kim Jong Un, da Donald Trump a Topolino, da Pikachu a Michael Jackson. Ci sono riferimenti all’attualità  di ogni tipo – dalla morte di George Floyd allo scioglimento dei Daft Punk – e, sia in opere recenti che in opere di dieci anni fa, contenuti che potrebbero turbare e infastidire molti, per una svariata serie di ragioni e in una vasta gamma di modi.

A proposito: come ha scritto il New Yorker, «se le sue composizioni vi sembrano kitsch o già viste, è perché lui ha contribuito a creare un certo cliché». In altre parole, potreste aver visto cose ispirate o in qualche modo copiate da lui, senza saperlo.

I soggetti di tante opere recenti di Beeple, inoltre, sono spesso inseriti in scenari robotici, distopici e postapocalittici. Tuttavia, lui dice di «non essere uno che pensa che il mondo stia per finire» e di ritenersi un tipo «piuttosto ottimista, che crede che per la nostra società le cose continueranno ad andare come sono andate fin qui, e che succederanno cose terribili, ma anche cose bellissime».

Molte spesso, ha detto Beeple a The Verge, per le sue opere si immagina di «estremizzare trend della nostra società, portandoli ai loro massimi e più ridicoli estremi» verso cose che «potrebbero succedere ma probabilmente non succederanno, e sono solo un modo divertente di guardare cose che però stanno succedendo». Riguardo a Trump ha detto, per esempio, di credere che sia stato «una conseguenza molto stramba e non prevista di certa tecnologia». «Il mio scopo» ha detto «è fare cose così strane e assurde che anziché farti pensare a delle risposte ti facciano pensare a delle domande».

Nonostante sia ormai molto identificato con le sue opere quotidiane, Beeple ha fatto anche moltissime altre cose: a livello di immagini e a livello di video, talvolta anche lavorando con la realtà virtuale e la realtà aumentata. Ha collaborato per pubblicità e video tra loro molto diversi e tra i marchi per cui ha lavorato (anche prima di diventare così famoso) ci sono, oltre a Louis Vuitton, Space X, Apple e Nike, anche Magic Leap, Samsung, Coca Cola, Adobe, Pepsi e Sony.


Oltre che per il Super Bowl del 2020, Beeple ha realizzato anche alcune animazioni usate durante la convention del 2016 del Partito Democratico che nominò candidata presidenziale Hillary Clinton, spesso rappresentata (anche in tempi recenti) nelle sue opere. Tra i cantanti che hanno usato video o immagini a cui Beeple ha in qualche modo lavorato ci sono Skrillex, Justin Bieber, Eminem, gli One Direction, Katy Perry, Wiz Khalifa e Janet Jackson. Ed è suo anche il video “Kill Your Co-Workers” di Flying Lotus.


Insomma, già da anni Beeple era relativamente noto per le sue opere quotidiane e al contempo un apprezzato professionista. Era però un professionista pagato per i suoi lavori grafici e di animazione, non un artista le cui opere vendevano per decine di milioni di dollari. Non che non volesse: la questione è che erano opere digitali, non fisiche, e quindi senza un grande mercato in contesti tradizionali.

Le cose sono cambiate con gli NFT: i “Non-Fungible Token”, i certificati digitali progettati sulla tecnologia della blockchain, alla base di un mercato digitale (artistico ma non solo) da centinaia di milioni di dollari. Gli NFT sono relativamente noti già dal 2017, ma Beeple iniziò a interessarsene davvero solo dalla seconda metà del 2020. A settembre, infatti, fu contattato da un responsabile di Nifty Gateway – uno dei più importanti siti per la compravendita di NFT – che gli chiese se fosse interessato a vendere sul sito le sue opere. All’inizio Beeple non se ne curò, poi però vide che gli NFT potevano essere interessanti e che altri artisti digitali ci stavano facendo «montagne di soldi».

A ottobre vendette le prime e a dicembre ne vendette diverse altre, e in un solo finesettimana guadagnò circa 4 milioni di dollari. In parte grazie alle vendite dirette, su cui riceveva circa il 90 per cento del totale; in parte grazie alle successive rivendite, sulle quali spesso con gli NFT l’autore ottiene il 10 per cento. Già allora, comunque, molte delle sue opere se le comprò un individuo noto come MetaKovan, proprietario di quello che si ritiene essere il più grande fondo di NFT al mondo e attualmente proprietario dell’NFT Everydays: The First 5000 Days.  

A differenza di molti altri artisti digitali, Beeple ha anche venduto, in associazione ai suoi NFT, degli oggetti fisici che mostrano le sue opere (in genere le sue opere quotidiane). Ha però scelto di non farlo per Everydays: The First 5000 Daysche quindi è un’opera esclusivamente digitale. Tra l’altro, Beeple ha raccontato che all’inizio, quando fu contattato da Christie’s per organizzare un’asta, lui propose di vendere solo la sua cinquemilllesima immagine, questa:

https://twitter.com/beeple/status/1347406074685566977

Christie’s, invece, spinse per qualcosa di meno – ahem – controverso, e ci si mise d’accordo per il collage, che contiene tutte le opere di Beeple – compresa questa, in basso a destra e ben lontana da zio Jim – però senza che nessuna sia davvero visibile, perlomeno sul sito di Christie’s (che tra l’altro per promuovere l’opera ha usato immagini assai più neutre).


Beeple, comunque, è ben cosciente che quella degli NFT possa essere almeno in parte una bolla e che molti di quelli che stanno comprando le sue opere «sono investitori, più che collezionisti». E ha detto: «questa gente avrebbe potuto mettersi a speculare su qualsiasi cosa, ma si è messa a farlo su quello che faccio io».

Con la popolarità, ovviamente, sono arrivate anche certe critiche. In parte legate al suo fare soldi grazie agli NFT, secondo qualcuno qualcosa di troppo effimero per poter davvero avere valore e dall’enorme impatto ambientale (mantenere le blockchain consuma tantissima elettricità). In parte legate alla sua arte, che secondo il critico del New York Times Jason Farago asseconda i «divertimenti puerili» di internet. Su Artnet, il critico Ben Davis ha stroncato drasticamente lo stile di Beeple, scrivendo che almeno alcune delle opere di Everydays: The First 5000 Days «sono destinate ad avere la scadenza degli avanzi del Taco Bell». Altre, soprattutto le prime, secondo Davis non si classificano nemmeno come arte.

Da parte sua, sul suo sito – che si chiama beeple-crap, un nome ripreso anche da alcuni suoi profili social – Beeple continua a descriversi come uno che fa «una certa varietà di art crap [stronzate artistiche] su una certa varietà di media». E che a proposito della sua art crap scrive: «alcune sono ok, altre fanno cagare, ma sta lavorando per far sì che ogni giorno facciano un po’ meno cagare, quindi stategli vicino… :)».

Sembra anche aver gradito l’idea di un generatore automatico di sue opere.

Di recente, ha detto che con tutti i soldi guadagnati con gli NFT potrebbe mettersi a lavorare su qualcosa su grande scala, magari installazioni artistiche non digitali, o magari tecnologie interattive. Dice che la pandemia non gli ha cambiato più di tanto la vita, visto che anche prima passavano spesso giorni senza che uscisse di casa. Una casa che di recente, dopo il successo delle sue opere, è presidiata da una guardia armata.