Chi è Nicolás Maduro
Ha governato il Venezuela in modo autoritario per 12 anni, prima di essere catturato dagli Stati Uniti dopo mesi di pressioni

Sabato mattina gli Stati Uniti hanno bombardato il Venezuela e hanno catturato e portato fuori dal paese il presidente Nicolás Maduro, che governava da 12 anni in modo sempre più autoritario. La cattura di Maduro è uno sviluppo per molti versi sorprendente: negli ultimi mesi gli Stati Uniti avevano avviato una campagna per destabilizzare e rovesciare il suo regime, ma l’operazione di sabato, così concentrata sul presidente, è stata inedita.
Nicolás Maduro, che ha 63 anni, è presidente del Venezuela dal 2013. In quell’anno succedette all’ex presidente Hugo Chávez, che aveva guidato il paese per i precedenti 14 anni con l’appoggio dell’esercito, prima di morire di cancro. Al tempo Maduro, in origine un autista di autobus e poi un leader sindacale, era il vicepresidente di Chávez, di cui a partire dagli anni Novanta era diventato uno dei più stretti collaboratori. Poco prima di morire Chávez aveva nominato Maduro come suo successore e su questa eredità politica Maduro ha costruito la sua identità e retorica nell’ultimo decennio.
In questi anni Maduro si è vantato di portare avanti la dottrina politica ideata dal suo predecessore, nota come “chavismo”, che mischia populismo di sinistra, richiami alla lotta di liberazione dell’America Latina, e un forte anticapitalismo e anti-americanismo. A mancargli sono sempre stati però il carisma di Chávez (attorno al quale si era sviluppato un culto della personalità) e anche in parte la sua popolarità: da quando è salito al potere la situazione economica del Venezuela è peggiorata progressivamente e il paese è entrato in una profonda crisi, che ha causato una massiccia emigrazione (circa 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese negli ultimi dieci anni, contro 28 milioni che sono rimasti).

Sostenitori di Nicolás Maduro protestano a Caracas contro l’attacco statunitense esponendo dei ritratti di Maduro (a destra) e di Hugo Chávez (a sinistra), il 3 gennaio 2026 (AP Photo/Matias Delacroix)
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La crisi, iniziata già negli ultimi anni della presidenza di Chávez, è stata causata da una serie di fattori, fra cui le sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto (specialmente a partire dal primo mandato di Trump) sull’industria petrolifera venezuelana, basata sui giacimenti di petrolio più grandi al mondo e da cui il paese dipende economicamente. Questa situazione ha portato Maduro a governare in modo sempre più autoritario e ad affidarsi sempre di più all’esercito per reprimere l’opposizione.
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A gennaio del 2019, a seguito di elezioni presidenziali molto contestate e ufficialmente vinte da Maduro, una parte dell’opposizione provò a contrastarlo proclamando come presidente ad interim Juan Guaidó, leader dell’opposizione e presidente dell’Assemblea nazionale, il principale organo legislativo del paese. Guaidó aveva invocato un emendamento costituzionale che consente al capo della legislatura di guidare un governo provvisorio fino a quando non si possano tenere nuove elezioni e inizialmente molti governi esteri, inclusi gli Stati Uniti, l’avevano riconosciuto come legittimo presidente.
Maduro aveva però ignorato questo tentativo e represso brutalmente l’opposizione. Da allora per tre anni in Venezuela c’erano stati due presidenti, ciascuno dei quali definiva l’altro «usurpatore». A gennaio del 2023 però la stessa opposizione venezuelana aveva riconosciuto che il tentativo di Guaidó era fallito: Maduro aveva acquisito sempre più poteri, stringendo anche relazioni con governi esteri come quelli della Russia, della Cina e dell’Iran, ed era riuscito anche a convincere gli Stati Uniti (al tempo governati da Joe Biden) a eliminare alcune sanzioni riguardanti l’industria petrolifera e a sbloccare tre miliardi di dollari di fondi venezuelani all’estero. Pochi mesi dopo il regime di Maduro aveva espulso Guaidó dal paese.

Juan Guaidó nel 2022 (AP Photo/Matias Delacroix)
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Nonostante la promessa fatta agli Stati Uniti di Biden di collaborare di più con le opposizioni in cambio dell’allentamento delle sanzioni, il consolidamento del regime autoritario di Maduro si era mostrato chiaramente durante le elezioni presidenziali del 2024: ormai estremamente impopolare, Maduro aveva impedito di candidarsi alla leader dell’opposizione María Corina Machado e aveva arrestato molti suoi alleati e sostenitori (in questo periodo gli Stati Uniti di Joe Biden avevano reintrodotto le sanzioni). Nonostante tutti i conteggi indipendenti avessero dichiarato come vincitore il candidato dell’opposizione Edmundo González, alleato di Machado, Maduro era stato dichiarato vincitore dalle autorità elettorali colluse con il regime e a gennaio si era autoproclamato presidente per un terzo mandato.
Nei mesi precedenti pochissimi paesi avevano riconosciuto la vittoria di Maduro come legittima e l’opposizione aveva organizzato estese proteste, che erano state violentemente represse dal regime. In poco tempo però l’opposizione, la più forte da diversi anni, si era disgregata: González, su cui pendeva un mandato d’arresto, era fuggito dal paese e aveva ottenuto asilo politico in Spagna, mentre Machado era stata brevemente arrestata a gennaio del 2025 ed era poi entrata in clandestinità. A ottobre del 2025 aveva vinto il Nobel per la pace e si era fatta rivedere in pubblico per la prima volta a metà dicembre, dopo essere riuscita ad arrivare a Oslo in gran segreto.

Edmundo González e María Corina Machado durante un evento della campagna elettorale per le elezioni presidenziali a Barinas, il 6 luglio del 2024 (AP Photo/Ariana Cubillos)
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Il primo anno del terzo mandato di Maduro era stato caratterizzato da nuove tensioni con gli Stati Uniti, dove nel frattempo si era reinsediato Trump. Oltre ad aumentare le sanzioni sul Venezuela, bombardare le barche di presunti narcotrafficanti e schierare navi e truppe al largo delle sue coste, prima dell’attacco di sabato Trump aveva anche designato Maduro come capo di un’organizzazione terroristica e messo su di lui una taglia da 50 milioni di dollari (l’amministrazione statunitense sostiene che Maduro sia a capo del Cártel de los Soles, un presunto gruppo di narcotrafficanti sulla cui esistenza ci sono molti dubbi). Maduro aveva cercato di contrastare questi attacchi adottando una retorica pacifista per lui inusuale e un po’ maldestra, che non ha funzionato.
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