Le enormi proteste antigovernative in Nepal
Erano partite dal blocco dei social network nel paese: i manifestanti hanno incendiato vari edifici governativi e il primo ministro si è dimesso

Da lunedì in Nepal sono in corso enormi e violente proteste che hanno portato alle dimissioni del primo ministro, Khadga Prasad Sharma Oli. Le proteste erano iniziate in modo spontaneo, dopo che il governo aveva deciso di bloccare quasi tutti i social network: anche se martedì il blocco è stato rimosso, i manifestanti hanno continuato a protestare contro il governo per problemi più ampi, come il nepotismo e la corruzione dei politici al governo, che vengono considerati privilegiati rispetto al resto della popolazione.
Martedì nella capitale Katmandu i manifestanti hanno assaltato e incendiato vari edifici governativi, tra cui il complesso del parlamento, e la situazione è stata molto caotica per tutta la giornata. In serata (nel tardo pomeriggio, in Italia) l’esercito nepalese ha rivolto un appello ai manifestanti, chiedendo di fermare le rivolte.
Martedì nelle strade di Katmandu i manifestanti hanno bruciato copertoni e veicoli delle forze dell’ordine; hanno incendiato la sede della Corte Suprema, del parlamento, quella di uno dei partiti della coalizione di governo, quella del gruppo editoriale Kantipur Publications e anche le case di vari politici, fra cui il primo ministro dimissionario Sharma Oli.
I giornali locali hanno scritto che ci sono state proteste anche in altre città, tra cui Pokhara, la seconda più grande del paese, e Siddharthanagar, Birgunj e Jaleshwar, al confine con l’India. In diverse aree del paese le autorità hanno imposto un coprifuoco: il direttore del principale ospedale di Katmandu ha detto che tra lunedì e martedì almeno 22 persone sono state uccise negli scontri.
A causa dei disordini tutti gli aeroporti del paese sono stati chiusi e non saranno operativi almeno fino alle 12 di mercoledì ora locale. Ci sono state rivolte anche in diverse carceri: da due prigioni delle province occidentali di Gandaki e Lumbini sono evasi rispettivamente 773 e 127 detenuti.
– Leggi anche: Le foto e i video delle violente proteste in Nepal
Il governo nepalese aveva deciso di chiudere 26 siti web – tra cui importanti social network e piattaforme digitali come Facebook, Instagram e YouTube – perché non si erano registrati presso il ministero delle Comunicazioni per ottenere una licenza, come richiesto da una nuova legge del paese. Aveva motivato la decisione dicendo che era necessaria per limitare i commenti di odio, la criminalità e le notizie false. Secondo molti manifestanti invece il provvedimento era una restrizione alla libertà di espressione.
Gli scontri erano iniziati quando alcuni manifestanti erano entrati nell’area del parlamento a Katmandu, una zona vietata ai cortei, e avevano lanciato oggetti contro la polizia. I poliziotti avevano risposto attaccandoli con manganelli, armi con proiettili di gomma, cannoni ad acqua e lacrimogeni. L’agenzia di stampa Associated Press ha scritto che la polizia aveva anche sparato contro i dimostranti.
L’ex primo ministro Sharma Oli è il leader del Partito Comunista del Nepal. Era diventato primo ministro nel luglio del 2024, ma aveva ricoperto l’incarico altre due volte: tra il 2015 e il 2016 e tra il 2018 e il 2021. È in politica da decenni, ma questa crisi potrebbe mettere fine alla sua carriera, dato che i manifestanti chiedono un generale rinnovamento della classe politica.
I partecipanti alle proteste sono principalmente i giovani, e infatti gli organizzatori le hanno chiamate “proteste della Gen Z” (cioè Generazione Z, le persone nate fra il 1997 e il 2012). Molte persone hanno manifestato con addosso l’uniforme scolastica o universitaria.



