L’“invenzione” del Rinascimento
Per quanto familiare e affermato, è un classico esempio di ambiguità e arbitrarietà di qualsiasi convenzione

La suddivisione della storia dell’umanità in periodi è naturalmente una convenzione: non è che un giorno le persone vivono nel Medioevo e il giorno dopo nel Rinascimento, e non c’è mai stato un ultimo giorno di un certo periodo o un primo giorno di un altro. Il Rinascimento, in particolare, è da tempo al centro di un dibattito esemplare sui limiti di molte convenzioni, che è stato ripreso in un articolo del New Yorker, a partire dai libri più recenti di due storici.
Di solito per Rinascimento si intende un periodo che nella sua interpretazione più ampia va dalla seconda metà del Trecento alla fine del Cinquecento. Si sviluppò quindi a cavallo tra due diverse età della storia: il Medioevo e l’età moderna. Nonostante sia una categoria consolidata nella percezione comune e uno dei periodi storici italiani più conosciuti anche all’estero, i suoi limiti sono discussi e variabili, a seconda di quali discipline e aree del mondo siano prese in considerazione (il Rinascimento europeo si sviluppò più tardi, sotto l’influenza di quello italiano).
Inizialmente si affermò nella cultura umanistica italiana del Cinquecento il termine “Rinascita”, non per indicare un periodo ma una nuova attitudine nelle arti: un ritorno ai modelli classici greci e latini, dopo secoli di diffusione e popolarità di quelli greco-bizantini. La definizione di Rinascimento come periodo storico si affermò invece molto dopo, non prima del Settecento, e per indicare un rinnovamento culturale che era considerato tipico dell’età moderna e in contrapposizione con l’età che l’aveva preceduta, cioè il Medioevo. A sostenere l’idea di una discontinuità netta tra Rinascimento e Medioevo fu in particolare lo storico svizzero dell’Ottocento Jacob Burckhardt, la cui interpretazione fu poi contestata dal tedesco Konrad Burdach all’inizio del Novecento.
Nonostante il lungo dibattito nella storiografia, ancora oggi è comune considerare il Rinascimento un periodo di grande vitalità artistica, culturale e scientifica; il Medioevo al contrario un periodo di decadenza, oscurantismo e regressione. Il Rinascimento ha però anche vari aspetti in comune con tutto ciò che era venuto prima (oltre che con quello che sarebbe venuto dopo). Ci furono rinascimenti – nel senso di ripresa di modelli classici – già molto prima: gli archi a tutto sesto nell’architettura romanica del XII secolo, solo per dirne uno.
La tesi che il Rinascimento, nelle sue caratteristiche essenziali, sia non tanto un singolo periodo omogeneo e circoscritto ma soprattutto un nuovo modo di vedere le cose – le cui tracce sono presenti in fasi precedenti e soprattutto successive della storia – è al centro del libro Rinascimento. L’alba del mondo, dello storico tedesco Bernd Roeck. In un certo senso, secondo lui, il Rinascimento segnò l’invenzione stessa del concetto di modernità e di essere umano moderno. Per la prima volta l’essere umano era considerato una combinazione di abilità artigianale e ambizione intellettuale, esercitate in una comunità estesa e in un contesto di crescente concorrenza.
Non fu però un cambio di prospettiva improvviso. Molte delle varie attività che impegnarono artisti, professionisti e scienziati del Rinascimento – da Filippo Brunelleschi a Galileo Galilei, da Leon Battista Alberti a Leonardo da Vinci – avevano in comune il fatto di avere profonde ricadute sociali e una relazione continua con l’intera comunità. Che era una condizione resa possibile da strutture e organizzazioni non nuove, ma sorte già in epoca medievale, come per esempio le gilde e le corporazioni, le cui leggi regolarono per secoli la fabbricazione degli strumenti: dalla bilancia fino al telescopio.
Ci sono poi molti segni del Rinascimento anche dopo il Rinascimento. L’idea che l’essere umano fosse un insieme di abilità pratica e ambizione intellettuale ispirò, tra le altre cose, la successiva Rivoluzione scientifica. Le abitudini in parte egualitarie – e in un certo senso democratiche – diffuse in corporazioni, facoltà e monasteri precedettero e favorirono la nascita dei moderni stati democratici. Le persone del Rinascimento erano inoltre abituate a gare e competizioni aperte, un altro tratto distintivo della modernità.
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Una prospettiva diversa da quella di Roeck ma che rende ugualmente sfumati i confini del Rinascimento è adottata dalla storica statunitense Ada Palmer nel libro Inventing the Renaissance, non edito in Italia. Secondo lei molte caratteristiche attribuite al Rinascimento sono il risultato di una forzatura, di una contrapposizione troppo netta e assoluta con oscurantismo, povertà e devastazioni dell’epoca precedente. Erano fenomeni che continuarono anche dopo, tanto da motivare secondo Palmer proprio l’attitudine di studiosi e intellettuali a rivolgere la loro attenzione verso i modelli classici, più in cerca di consolazione che per fiducia in una rinascita.
Il libro è il racconto più o meno dettagliato delle vite di diversi personaggi illustri del Rinascimento, attraverso cui Palmer cerca di dimostrare come alla fine anche loro fossero ispirati da ambizioni e sentimenti umani ordinari e contraddittori, del tutto simili a quelli dei loro predecessori e dei loro successori. Lorenzo de’ Medici, per esempio, è descritto come una figura ambivalente e non esattamente “Magnifico”. La magnificazione e valorizzazione della sua vita e di quelle di altri furono più che altro l’effetto di un successivo bisogno ottocentesco, nostalgico e illusorio, di trovare nel passato modelli di eccellenza a cui rifarsi.
Nell’articolo sul New Yorker, in parziale dissenso con le idee di Roeck e di Palmer, l’autore Adam Gopnik contesta a entrambi una sottovalutazione dell’influenza delle arti figurative, che molti storici delle idee tendono spesso, secondo lui, a considerare solo un riflesso e quasi mai un «motore» dei cambiamenti culturali e intellettuali. Invece, nel caso del Rinascimento, «i dipinti ci dicono più dell’epoca di quanto l’epoca possa dirci dei dipinti», scrive Gopnik.
Non è possibile secondo lui cogliere la vera originalità e il tratto più dirompente del Rinascimento senza considerare la pittura. L’introduzione di tecniche come la prospettiva lineare e quella aerea, o come il disegno anatomico di precisione, rese possibile un nuovo modo di vedere le cose e permise agli artisti di fare cose che prima non era possibile fare. Per questo motivo la pittura, più di altre discipline, fu «il centro principale di energia e progresso intellettuale».
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