C’è un motivo se lo stipendio in busta paga vi sembra più basso

Perché in alcuni casi lo è davvero, a causa di un cambiamento nella tassazione dei dipendenti: una guida per capirci qualcosa

Un corteo del sindacato USB a Roma, il 22 aprile 2022 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Un corteo del sindacato USB a Roma, il 22 aprile 2022 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
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In breve:

  • La legge di bilancio 2025 ha cambiato il taglio del cuneo fiscale trasformandolo da sconto sui contributi a detrazione fiscale: questo lo rende meno visibile in busta paga e per alcuni lavoratori significa anche un leggero taglio rispetto al 2024.
  • Il cuneo fiscale è la differenza tra stipendio netto e costo del lavoro per l’azienda: fino al 2024 era un taglio sui contributi INPS del 6-7 per cento, ora è una detrazione che varia dal 4,8 al 7,1 per cento a seconda del reddito.
  • I sistemi informativi hanno impiegato mesi per recepire la modifica: nel settore privato in alcuni casi il bonus non è stato erogato fino a marzo con arretrati, mentre nel pubblico è arrivato solo a giugno creando difficoltà per lavoratori con stipendi bassi.

Da gennaio sono cambiate diverse cose nella tassazione dei lavoratori dipendenti, che hanno riconfigurato in modo sensibile la composizione e gli importi della busta paga, quel documento che ogni mese indica qual è lo stipendio netto che si riceverà dopo il pagamento delle imposte, dei contributi e di tutto il resto delle trattenute. Il risultato di questi interventi in diversi casi ha comportato un calo anche significativo degli stipendi netti, già di per sé in Italia cronicamente bassi: calo che si nota nell’importo totale che si riceve ma di cui è difficile capire l’origine nelle varie voci della busta paga.

È difficile perché la busta paga è un documento abbastanza oscuro: per questo qui spieghiamo cos’è cambiato e perché (e anche come capire se siete interessati o meno da questi cambiamenti).

Innanzitutto una parte del problema riguarda solo alcuni territori, perché in alcune regioni e comuni sono aumentate le cosiddette addizionali, cioè quelle imposte pagate dai lavoratori dipendenti che vivono lì e che servono a finanziare il bilancio delle amministrazioni locali, regionali e comunali. È successo per esempio in Toscana ed Emilia-Romagna. È però a livello nazionale che c’è la novità più grossa.

L’ultima legge di bilancio – cioè quella legge che ogni anno determina le variazioni sul reperimento e la spesa dei soldi pubblici nell’anno successivo – ha cambiato in modo sostanziale il taglio del cuneo fiscale, una sorta di bonus in vigore dal 2022 che garantiva uno sconto sulle altissime tasse sul lavoro che i lavoratori dipendenti e le aziende devono pagare, e che dimezzano quasi lo stipendio che percepisce il lavoratore ogni mese rispetto a quanto spende il datore di lavoro. Il cuneo fiscale è la differenza tra il netto e il costo del lavoro per l’azienda: l’Italia è tra i paesi che lo hanno più alto al mondo.

– Ascolta In Soldoni: Cosa sono le tasse?

Il bonus in questione era stato introdotto nel 2022 dal governo di Mario Draghi, in un momento in cui serviva mettere velocemente dei soldi in più nelle buste paga dei lavoratori, per compensare gli effetti enormi sul costo della vita della crisi energetica e dell’inflazione, anche a seguito della pandemia. Da allora era stato rinnovato di anno in anno, fino a che il governo di Giorgia Meloni ha deciso di renderlo permanente dal 2025. Questa scelta ha garantito che i lavoratori continueranno a percepirlo in modo strutturale, eppure oggi questo beneficio sembra meno sostanzioso dello scorso anno: sia perché in alcuni casi lo è davvero sia perché lo si vede poco tra le pieghe della busta paga.

Per capire come mai bisogna spiegare un po’ di cose tecniche (ma in breve e limitandoci all’essenziale, promesso).

Fino all’anno scorso il bonus era uno sconto sui contributi versati all’INPS, quelle somme che servono all’istituto per pagare le pensioni. Era in percentuale dello stipendio lordo per chi aveva un reddito da lavoro dipendente inferiore ai 35mila euro annuali: il 7 per cento sotto i 25mila euro e il 6 per cento sopra e fino alla soglia massima di 35mila. Era molto comodo e si vedeva chiaramente nella busta paga, con una voce che indicava proprio “Esonero 6% (o 7%)”, con l’importo dello sconto che andava direttamente ad aumentare lo stipendio netto.

Un esempio di busta paga, con una retribuzione lorda di 2.468 euro e a cui era applicato un esonero sui contributi del 6 per cento, pari a 148,08 euro che si vedevano direttamente nella colonna delle competenze

Per renderlo strutturale il governo ha dovuto trasformarlo da uno sconto sui contributi a uno sconto sulle imposte, cioè sull’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche che serve a finanziare gran parte del bilancio statale, dalla scuola alla sanità: questo perché uno sconto sui contributi nel lungo periodo avrebbe avuto effetti negativi sul bilancio dell’INPS, già messo male per via della perenne insostenibilità del sistema pensionistico italiano. Il governo aveva assicurato che la transizione sarebbe stata più morbida possibile, e che quindi non avrebbe causato decurtazioni. Ma così non è stato, perché cambiando gli strumenti non sono riusciti a replicare lo stesso effetto.

Non è tutta colpa del governo, e molto dipende dal funzionamento abbastanza complicato dei bonus, che giocano sulle soglie di reddito e spesso creano effetti perversi e indesiderati che finiscono addirittura per penalizzare, anziché dare un beneficio.

Col nuovo calcolo sono innanzitutto cambiate le soglie: sotto i 20mila euro di reddito lordo all’anno si riceve ancora un bonus molto simile al vecchio esonero, che si vede nitidamente in busta paga. Sopra i 20mila le cose diventano più complicate, e il bonus diventa una detrazione, cioè una riduzione delle imposte, quindi dell’IRPEF, da pagare. Tra i 20mila e i 32mila la detrazione è di mille euro all’anno per tutti (circa 83 euro al mese); da 32 a 40mila parte da mille euro all’anno, e scende gradualmente fino a zero.
Il governo ha deciso di togliere la soglia netta a 35mila euro e di renderla graduale da 32 fino a 40mila per evitare il cosiddetto “effetto scalone”, cioè l’azzeramento di un bonus al superamento anche solo di un euro dell’importo limite.

Per minimizzare il rischio di penalizzazioni il governo è intervenuto anche sulla detrazione che spetta di diritto a tutti i dipendenti sotto i 50mila euro di reddito. Per chi ha tra i 20mila euro e i 40mila euro di reddito, quindi, in busta paga si dovrebbero vedere due cose: un leggero cambiamento della detrazione da lavoro dipendente (che solitamente rientra nella voce “Detrazioni fiscali”, che contiene la somma di tutte quelle a cui si ha diritto) e una nuova riga della busta paga a sostituzione della vecchia sull’esonero, che in gran parte dei casi si chiama “Ulteriore det.”, che sta per ulteriore detrazione.

Un esempio di una busta paga con le voci in cui intercettare il taglio del cuneo fiscale

Ora il bonus è meno evidente di prima: va cercato tra le varie righe della busta paga, e anche capire se il passaggio è avvenuto senza decurtazioni non è facile. La misura ha quindi perso in gran parte la trasparenza di prima, che è per l’appunto la caratteristica per cui la politica è così affezionata ai bonus di questo tipo: gonfiano lo stipendio e si vedono, generando un buon consenso per il governo di turno che li introduce (vedi gli 80 euro del governo Renzi nel 2016).

Lisa Contegiacomo è funzionaria della CGIL e dice che in questa prima parte dell’anno si sono rivolte ai loro sportelli molte persone per chiedere chiarimenti sulla busta paga. Dario Montanaro, presidente dell’Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro, dice che la nuova complessità ha fatto perdere «il capitale politico» alla misura, portando in secondo piano anche il fatto che il governo sia riuscito a renderla permanente. A maggio l’Agenzia delle Entrate ha dovuto pure pubblicare una circolare con diversi chiarimenti.

Da tempo gli economisti discutono sul fatto che il meccanismo generale dei bonus non sia più funzionale allo stato attuale del mondo del lavoro: complica un sistema già complesso, crea una certa confusione tra i lavoratori poco avvezzi alla normativa fiscale, e genera anche una percezione di ingiustizia tra chi non ne ha più diritto. Eppure la politica continua a intervenire sul sistema fiscale in questo modo.

Contegiacomo ha anche raccontato che i sistemi informativi dei consulenti del lavoro ci hanno messo qualche mese a recepire la modifica del calcolo: col risultato che nel settore privato in certi casi il bonus non è stato erogato fino a marzo (e poi è stato versato con gli arretrati), e nel settore pubblico i sistemi si sono adeguati ora, e con la busta paga di giugno si vedrà il primo pagamento del bonus (anche qui con gli arretrati). «Sono differenze anche di 80 euro per lavoratori che già di per sé non hanno stipendi alti, quindi è una somma che ha fatto la differenza ogni mese», dice Contegiacomo.

La minore trasparenza è però solo parte del problema: varie categorie di reddito sono state proprio penalizzate.

Chi ci ha guadagnato sono le persone con meno di 8.500 euro e con più di 35mila euro di reddito annuo lordo, che erano escluse dalla vecchia misura. In mezzo non è ben chiaro cosa avvenga, anche perché la situazione dei lavoratori è molto soggettiva e generalizzare è difficile: si alternano perdite a benefici, che possono andare da qualche euro ad alcune decine di euro al mese.

C’è però una soglia intorno alla quale si sono creati dei problemi ragguardevoli e diffusi, che hanno riguardato le persone con i redditi tra gli 8.500 e i 9mila euro lordi all’anno (che equivalgono a circa 600 euro netti di stipendio mensile, dunque a una retribuzione molto bassa): tralasciando i tecnicismi, per un effetto del ricalcolo hanno perso diritto al vecchio bonus Renzi (quello da 80 euro, poi diventato 100 durante la pandemia). Una perdita di 100 euro al mese per quella fascia di reddito è considerevole, ed è stata oggetto di alcune interrogazioni parlamentari e richieste di chiarimenti da parte dei sindacati. Il governo non ha ancora trovato una soluzione. Ma non è finita.

Fin qui per motivi di semplicità abbiamo omesso un dettaglio tecnico, che però fa molta differenza. Il reddito da considerare per capire se si rientra o meno tra i beneficiari del bonus non è più solo lo stipendio annuale che si percepisce da lavoratori dipendenti, ma il reddito complessivo. Può capitare che un lavoratore dipendente abbia anche altre fonti di guadagni: una casa in affitto, qualche investimento in borsa o collaborazioni esterne. Il che crea un altro effetto perverso: la possibilità che ci si possa trovare nella condizione di dover restituire al fisco tutto il bonus alla fine dell’anno.

Il datore di lavoro infatti riconosce il bonus in automatico se rientra nelle soglie il reddito da lavoro dipendente che lui stesso eroga al suo impiegato. Banalmente: se la retribuzione annua pagata al lavoratore è sotto i 40mila euro, il datore di lavoro riconosce in automatico quanto gli spetterebbe. Sta al dipendente comunicare di avere redditi accessori che potrebbero portarlo fuori dalla platea dei beneficiari. Ma per assurdo potrebbe finirci anche se non li avesse, e sforasse la soglia anche solo per gli straordinari. Si può essere sicuri di averne diritto solo con il conguaglio che viene fatto con la busta paga di dicembre, quando si sa con precisione qual è stato il reddito complessivo dell’anno. E per questo c’è un piccolo trucco che potrebbe tornare utile.

Valentina Filippini, consulente del lavoro e divulgatrice, spiega che se si ha il dubbio di sforare le soglie per qualsiasi motivo una buona soluzione potrebbe essere di chiedere al datore di lavoro di non pagare il bonus mensilmente: in questo caso se si ha diritto lo si ottiene tutto insieme alla fine dell’anno col conguaglio; altrimenti non cambia niente, e però si evita di doverlo restituire. Secondo i calcoli dell’Istat sono circa 500mila i lavoratori dipendenti che quest’anno non avranno più diritto al bonus proprio perché è cambiata la base di calcolo.

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