A volte i medici prescrivono passatempi
Il cosiddetto “social prescribing” contribuisce a migliorare la salute mentale e fisica, e si sta diffondendo

In condizioni di malessere visitare un museo o prendere lezioni per suonare l’ukulele non sono esattamente le prime cose che vengono in mente. Per questo forse ha senso che le visite al museo o le lezioni di ukulele vengano raccomandate da un medico, che si occupi anche di indirizzare il paziente verso servizi vicini che le organizzino. È l’idea attorno al social prescribing, o prescrizione sociale, la pratica con cui gli operatori sanitari “prescrivono” ai propri pazienti attività ricreative e in compagnia, da pianificare con l’aiuto di personale qualificato.
È una pratica riconosciuta e promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e parte dal presupposto che passatempi, socializzazione e attività fisica siano fondamentali per la salute mentale e in generale il benessere. L’OMS spiega infatti che può contribuire ad affrontare ansia, solitudine e depressione, ma anche malattie croniche non trasmissibili, tra cui patologie cardiovascolari o respiratorie croniche. Nel Regno Unito esiste da alcuni decenni ma più di recente si è diffuso anche in altri paesi, con più o meno efficacia.
Time ha raccontato la storia di una 93enne del Massachusetts con dolori cronici al petto che era arrivata a rivolgersi al pronto soccorso ogni due settimane. Dopo un po’ la sua medica aveva scoperto che i dolori erano iniziati da quando il nipote si era trasferito e aveva smesso di accompagnarla al corso di ballo che frequentava. La medica le aveva così consigliato di rivolgersi a un’assistente geriatrica per farsi accompagnare alle lezioni di ballo, e pian piano la donna non aveva avuto più dolori.
Un caso simile di successo del social prescribing l’ha raccontato il New York Times ed è quello di una 52enne californiana a cui, oltre a un farmaco per la pressione alta, il medico aveva prescritto una visita con un “health coach”, un professionista che doveva aiutarla a capire come stare meglio. La donna aveva cominciato a fare attività fisica con un gruppo di persone due volte alla settimana, in più aveva trovato un lavoro meno stressante e aveva continuato a farsi seguire regolarmente da un’infermiera, con il risultato che nel giro di un anno era riuscita a fare a meno del farmaco.
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Il social prescribing ha cominciato a diffondersi a partire dagli anni Ottanta nel Regno Unito, dove è stato stimato che una visita medica su cinque riguardi problemi che non sono medici, come solitudine, isolamento o guai economici: tutti fattori che però possono avere un impatto grave sulla salute fisica e mentale. Da qualche anno nel paese la pratica viene promossa e finanziata come soluzione parallela alle cure mediche dal National Health Service (NHS), il servizio sanitario nazionale, che la definisce «un componente chiave dell’assistenza universale personalizzata».
Prevede che i medici raccomandino ai pazienti un incontro con i cosiddetti link worker, cioè persone che conoscono molto bene i servizi presenti nelle varie comunità, e che durante il colloquio cercano di conoscere al meglio la persona per capire cosa le piaccia e cosa la motivi. Dopodiché concordano con lei un piano per partecipare alle attività ricreative organizzate da circoli culturali o associazioni locali, in base alle sue preferenze.
Secondo Deb Buccino, una pediatra del Massachusetts, le raccomandazioni tradizionali dei medici, come fare regolarmente attività fisica o seguire una dieta sana, rischiano di suonare «come un disco rotto». Se invece a essere prescritte sono attività che al paziente pesano di meno, come una lezione di ballo, una nuotata in acque libere o un’attività di volontariato, si può essere più motivati a seguirle. Per il NHS il social prescribing è in sostanza un metodo per mettere in collegamento le persone e la comunità, con l’obiettivo di «soddisfare i bisogni pratici, sociali ed emotivi che influiscono sulla loro salute e sul loro benessere».

Un gruppo di studenti durante una corsa a Lexington, Kentucky (Brian Cahn via ZUMA Wire, ANSA)
Nel 2024 i link worker in Inghilterra erano più di 3.500, a disposizione di un bacino d’utenza tra le 500mila e i 3 milioni di persone su un totale di 57 milioni di abitanti. Programmi simili sono attivi in Galles, Scozia e Irlanda del Nord, oltre che in Irlanda e in paesi come Australia, Giappone, Finlandia, Austria e Paesi Bassi. Negli Stati Uniti vengono proposti da organizzazioni non profit o enti locali, spesso nell’ambito di progetti sperimentali, un po’ come in Italia: l’Istituto Superiore di Sanità ha ricordato tra gli altri quelli avviati con le case di comunità, cioè i poliambulatori pubblici pensati per rafforzare la medicina territoriale dopo la pandemia da coronavirus.
Come sottolinea la giornalista Julia Hotz, autrice di un libro sul tema, la pratica non deve essere intesa come sostituta di altre terapie: può però attivare un circolo virtuoso nella cura della persona perché si incentra su un’attività che interessa, perché non bisogna occuparsi di doverla organizzare e perché sapere di dover fare una certa cosa in un certo posto a una certa ora può aiutare a mantenere l’impegno con se stessi.
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Con l’aumento dei disturbi cronici, l’invecchiamento generale della popolazione e le attenzioni sempre maggiori per la salute mentale, i farmaci possono non essere «la soluzione magica che a volte ci si aspetta», scrive Time, e quindi il social prescribing può essere parte della soluzione. E le ricerche svolte finora indicano che raccomandare attività ricreative può effettivamente contribuire a migliorare la salute delle persone.
Per fare qualche esempio, due studi svolti negli Stati Uniti e analizzati in una ricerca comparativa più ampia hanno evidenziato che le persone coinvolte nei programmi di questo tipo avevano segnalato una qualità di vita migliore e anche qualche risparmio, visto che avevano ridotto le visite in ospedale. In base a un altro studio svolto su 8.357 adulti tra i 40 e i 74 anni con diabete di tipo 2 nel nord-est dell’Inghilterra, i valori della glicemia erano migliorati negli individui a cui erano state prescritte attività ricreative, rispetto a quelli che avevano seguito terapie tradizionali. Al tempo stesso però il processo per dedicarsi a queste attività era risultato più lungo, complicato e costoso.
Gli studi sul tema comunque sono ancora pochi e poco rappresentativi: partendo da casi ed esigenze molto diversi infatti è difficile misurare con criteri precisi che tipo di impatto questa pratica possa avere su larga scala e sul lungo periodo.
Infine va tenuto in considerazione che risulta più facile da attuare nei paesi con un sistema sanitario pubblico e ben integrato con gli altri servizi a disposizione dei cittadini, dove viene promossa anche come metodo che può contribuire a ridurre la pressione sul sistema stesso: l’idea, infatti, è che limitare l’insorgenza o gli effetti di disturbi gravi attraverso le attività sociali possa posticipare o evitare del tutto la prescrizione di farmaci o terapie più costose.
Sembra invece più complicata da realizzare in un paese come gli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è basato in grandissima parte sulle assicurazioni private. In ogni caso alcune compagnie assicurative statunitensi hanno cominciato a sperimentarla in collaborazione con gli enti locali. A detta degli esperti sentiti dal New York Times, se prescrivere attività ricreative riuscisse a tenere lontane le persone dal pronto soccorso per problemi di routine, farebbe risparmiare miliardi di dollari ogni anno alle assicurazioni, che con ogni probabilità sarebbero più inclini a coprire almeno in parte i costi per sostenerle.
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