Cosa spera di ottenere Elly Schlein dai referendum

Ha due grandi obiettivi politici, e nessuno di questi è davvero la vittoria del “Sì”: sa già che è quasi impossibile

Maurizio Landini ed Elly Schlein durante la manifestazione organizzata da Cgil, Cisl e Uil in occasione della Festa del lavoro del primo maggio a Roma, (Roberto Monaldo/LaPresse)
Maurizio Landini ed Elly Schlein durante la manifestazione organizzata da Cgil, Cisl e Uil in occasione della Festa del lavoro del primo maggio a Roma, (Roberto Monaldo/LaPresse)
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In vista dei referendum dell’8 e del 9 giugno, Elly Schlein ha deciso di impegnare il Partito Democratico in favore del “Sì” su tutti e cinque i quesiti: i quattro che riguardano il mercato del lavoro e che propongono una sostanziale soppressione del Jobs Act, e quello sul diritto alla cittadinanza. Schlein sa bene che è del tutto improbabile che si raggiunga il quorum, cioè che almeno la metà degli aventi diritto vada a votare, e che dunque i referendum abbiano validità effettiva: ma ha deciso di coinvolgere il suo partito in questa campagna perché spera di ottenere comunque dei risultati politici positivi.

– Leggi anche: Tutto quello che c’è da sapere sui referendum dell’8 e del 9 giugno

Due, in particolare. Da un lato, riposizionare il PD un po’ più a sinistra, e dunque più in linea col suo profilo personale di leader radicale, e soprattutto ricostruire una sintonia con la CGIL, il maggiore sindacato italiano, guidato da Maurizio Landini, che è il principale promotore dei referendum sul lavoro. Dall’altro, Schlein vuole provare a dare una dimostrazione di forza in chiave elettorale: spera, cioè, che vadano a votare almeno 12 milioni di persone – anzi, almeno 12 milioni e 306mila persone – e cioè più di quelli che alle politiche del settembre del 2022 votarono per i partiti di destra che ora sostengono il governo.

La decisione di partecipare attivamente alla campagna referendaria della CGIL per i referendum sul lavoro non era scontata. Il Jobs Act è infatti una riforma promossa attraverso vari provvedimenti adottati dal governo di Matteo Renzi, all’epoca segretario del PD, tra il 2014 e il 2016. Il PD lo sostenne con determinazione, e lo fecero anche vari esponenti che ora stanno convintamente con la segreteria di Schlein, come per esempio il responsabile economico Antonio Misiani.

Per Schlein, però, conta anzitutto la coerenza col suo percorso personale: già nel 2015, da europarlamentare del PD, aveva manifestato contro il Jobs Act proprio insieme alla CGIL, per poi abbandonare il partito in dissenso rispetto alla linea politica di Renzi; e più di recente, nella campagna per le primarie che l’ha portata a essere eletta segretaria del PD nel febbraio del 2023, aveva promesso una revisione delle leggi sul lavoro promosse dal Jobs Act. Schlein è da sempre piuttosto preoccupata di dover compromettere la propria immagine di leader in nome degli equilibri interni del PD: sulle questioni di politica estera, come il sostegno militare all’Ucraina, sa di dover mediare con cautela per evitare rotture con l’ala più moderata del partito; sul tema del lavoro invece, che ritiene fondamentale, non ha accettato compromessi.

In realtà quando ha deciso di puntare sulla campagna referendaria Schlein era convinta che tra i quesiti ammessi ci sarebbe stato anche quello sull’autonomia differenziata, la riforma voluta dal governo di Meloni per dare maggiori poteri alle regioni. L’idea era dunque di sfruttare un tema molto sentito per promuovere una grossa mobilitazione politica che vedeva tutti i partiti del centrosinistra, insieme coi sindacati e associazioni dell’area progressista, uniti anzitutto per abrogare quella riforma: doveva insomma essere una dimostrazione di compattezza e di forza delle opposizioni.

A gennaio invece la Corte costituzionale ha deciso di non ammettere il referendum abrogativo sull’autonomia differenziata. A quel punto nel piano di Schlein è venuto a mancare un elemento fondamentale: il quesito che avrebbe garantito maggiore presa sugli elettori in vista del referendum.

Ciononostante, la segretaria del PD ha deciso comunque di mantenere l’impegno in favore degli altri cinque quesiti. Durante la direzione nazionale del 27 febbraio, cioè l’organismo che determina l’indirizzo politico del partito, ha annunciato la sua volontà: tenendo conto degli imbarazzi diffusi tra molti dirigenti del PD, ha lasciato intendere che non avrebbe preteso da tutti una partecipazione attiva alla campagna per il “Sì”, ma che in ogni caso la posizione ufficiale del partito sarebbe stata chiaramente in favore dell’abrogazione del Jobs Act (oltre che a favore del quesito che rende più facile la concessione della cittadinanza italiana).

Schlein rivendica che in quell’occasione la sua relazione sia stata approvata «senza voti contrari né astenuti». In effetti, questo risultato è stato possibile perché molti degli esponenti riformisti della direzione, cioè quelli più moderati e meno vicini alla segretaria, avevano abbandonato l’assemblea prima del voto finale.

Per Schlein d’altra parte è fondamentale ricomporre un buon rapporto con la CGIL, dopo anni in cui il sindacato, sotto la guida radicale di Landini, aveva spesso criticato le posizioni del PD sui temi sociali, oltreché sulla guerra in Ucraina, sul green pass durante la pandemia o sul sostegno al governo di Mario Draghi. Più spesso invece la CGIL aveva condiviso quelle del Movimento 5 stelle. Nell’ottica di Schlein il PD deve tornare a essere il partito dei lavoratori, e in questo senso non può fare a meno di una sintonia solida con la CGIL: anche così si spiega il fatto che la segretaria abbia voluto dare risalto all’incontro avuto con Landini a metà aprile nella sede del PD a Roma, per concordare alcune iniziative per la campagna referendaria.

Schlein finora sta comunque tenendo un atteggiamento cauto. È consapevole che è quasi impossibile fare in modo che oltre 25,5 milioni di italiani vadano a votare, in un fine settimana di inizio giugno, per dei referendum abrogativi. Negli ultimi 30 anni solo 4 dei 29 referendum organizzati hanno ottenuto il quorum. Anche per questo, pur esponendosi con interviste e dichiarazioni, ha evitato di intestarsi in prima persona questa iniziativa, sapendo che molti dei dirigenti del PD non la seguirebbero fino in fondo, e altri ne approfitterebbero per criticarla se poi il risultato fosse negativo.

In queste ore nel partito c’è un certo malumore per il fatto che a spendersi con convinzione per il referendum siano in pochi: alcuni dei più impegnati sul tema del lavoro – per esempio la senatrice Susanna Camusso, ex segretaria della CGIL – e alcuni membri della segreteria più vicini a Schlein come Marco Sarracino. Alcuni collaboratori di Schlein nei giorni scorsi hanno sollecitato vari dirigenti regionali del PD a promuovere una mobilitazione più intensa nelle prossime settimane.

L’obiettivo di Schlein in ogni caso non è quello dei 25,5 milioni di elettori, cioè appunto il quorum: come detto, lei punta grosso modo alla metà. In circostanze come queste, a un certo punto nasce sempre il dibattito sulla cosiddetta “asticella”: si inizia cioè a chiedere al leader di turno di indicare un risultato minimo da raggiungere per misurare poi il successo o il fallimento dell’iniziativa. Quasi sempre i leader stanno ben attenti a non esagerare.

In questo caso alcuni esponenti del PD vicini a Schlein hanno dato un’indicazione ufficiosa durante colloqui più o meno riservati: l’obiettivo è appunto fare in modo che circa 12,5 milioni di persone vadano a votare “Sì” ai referendum. Per l’approvazione dei quesiti sarebbe un mezzo disastro, la metà del quorum. Ma significherebbe anche mobilitare più elettori di quelli che nel settembre 2022 votarono per i partiti di destra: e questo per Schlein sarebbe un successo e un modo per presentarsi come principale leader delle opposizioni.