Sulla cocaina la pensavamo molto diversamente
Prima dell’attuale stigma sociale e dei pregiudizi, suscitò un esteso interesse medico e fu utilizzata in decine di prodotti commerciali

Nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, prima di diventare famoso come l’inventore della psicanalisi, il giovane neurologo austriaco Sigmund Freud conduceva spesso esperimenti con l’oculista Karl Koller, suo amico e collega all’ospedale di Vienna. Insieme assumevano grandi quantità di cocaina per via orale per studiarne gli effetti. All’epoca non si sapeva ancora molto di quella sostanza alcaloide, presente nelle foglie di coca (Erythroxylum coca) e isolata per la prima volta quasi trent’anni prima dal chimico tedesco Friedrich Gaedcke.
Freud si era interessato alle proprietà stimolanti di quel composto, che contava di poter sfruttare per il trattamento di alcune malattie. La scoperta di Koller, che approfondì gli studi in autonomia, fu ancora più clamorosa: la cocaina aveva effetti anestetizzanti rivoluzionari. Se n’era accorto applicandola direttamente sulla lingua, e gli venne in mente di provarla come anestetico locale sull’occhio di una rana e poi su uno dei suoi stessi occhi. Nel 1884 descrisse in un articolo sulla rivista Lancet i risultati dei suoi esperimenti, che furono accolti dalla comunità scientifica con eccezionale entusiasmo.
I due principali composti utilizzati all’epoca come anestetici, l’etere e il cloroformio, non erano adatti alla chirurgia oculare ed erano in generale rifiutati spesso dai pazienti per i molti effetti collaterali. Decine di articoli sulla cocaina cominciarono ad affollare le più illustri riviste scientifiche al mondo e in seguito anche i giornali: «con la scoperta della cocaina, sembra essere iniziata una nuova era», disse nel 1885 uno dei presidenti della British Medical Association. A un certo punto Koller si trasferì a New York, dove proseguì i suoi studi e ottenne ulteriore fama e riconoscimenti per la sostanza che aveva contribuito a far conoscere. Per questo motivo il suo amico Freud lo chiamava scherzosamente «Coca Koller».
La storia della cocaina è un esempio di come la percezione di una sostanza possa cambiare in relativamente poco tempo in funzione di vari fattori culturali, economici e sociali. Nel caso della cocaina successe tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando da farmaco prodigioso cominciò a essere considerata una “droga” pericolosa, caricandosi di significati culturali e ideologici legati non tanto alla sostanza quanto alla reputazione delle persone che ne facevano uso, scrive lo storico della medicina inglese Douglas Small nel libro Cocaine, Literature, and Culture, 1876-1930.
Tutto quello che sappiamo della cocaina, la seconda droga illegale più diffusa in Europa dopo la cannabis, deriva da informazioni accumulate nel corso del tempo: come vale per ogni altra sostanza. Le piante che la contengono sono originarie dell’America meridionale e delle regioni andine, dove le loro foglie si pensa siano masticate dalle persone da migliaia di anni (lo si fa tuttora, dove la pratica è legale, per favorire la resistenza fisica e gestire i sintomi del mal di montagna).
L’immagine della cocaina più familiare è la sua forma più nota: il cloridrato di cocaina, la polvere bianca che generalmente viene sniffata. Produce sensazioni di euforia, infaticabilità e lucidità mentale, favorisce la loquacità e può causare dipendenza e vari danni alla salute, variabili a seconda della modalità d’assunzione e della frequenza d’uso. Ma molto prima che tutto questo fosse noto, la cocaina fu utilizzata a lungo per produrre decine di farmaci acquistabili più o meno liberamente, prescritti come medicinali per diverse condizioni.

Un’illustrazione di una farmacia pubblicata nel 1900 sulla rivista umoristica statunitense Puck (Pierce Archive LLC/Buyenlarge/Getty)
La scoperta di Koller aveva favorito altre ricerche sugli effetti della cocaina sul dolore e sui sintomi di decine di malattie e malanni vari. L’offerta di prodotti che la contenevano, favorita dall’assenza di rigide regolamentazioni sull’approvazione e sull’immissione dei farmaci nel mercato, aumentò in funzione di una domanda crescente. Nel 1886, in alcune città degli Stati Uniti, il valore della cocaina superò persino quello dell’oro.
Oltre che come anestetico in sala operatoria, uno degli usi più comuni della cocaina era come rimedio contro il raffreddore e l’influenza, ma anche contro il mal di mare, il mal di denti, l’emicrania, la nausea e l’affaticamento. Era il principio attivo di pastiglie, spray nasali e dentifrici, ma era venduta nelle farmacie anche come composto da mescolare con altre sostanze seguendo ricette pubblicate sui giornali.
Alla fine dell’Ottocento le farmacie statunitensi erano peraltro il genere di negozi che disponevano di un distributore di soda, fattore che favorì anche la diffusione di decine di bevande gassate che contenevano, tra le altre cose, estratto di coca. Il successo della più famosa di tutte, la Coca-Cola, inventata nel 1886, avviò una storica competizione commerciale diventata poi famosa come la “guerra delle cole”. Le foglie di coca erano peraltro già utilizzate in Francia da oltre due decenni per produrre un popolare infuso (il Vin Mariani).

Una pubblicità della Coca-Cola degli anni Dieci del Novecento (Getty Images)
– Leggi anche: La “guerra delle cole”
Gli effetti anestetizzanti della cocaina influenzarono tra le altre cose la moda dei tatuaggi, già in ascesa in Europa e nel Regno Unito nella seconda metà dell’Ottocento: persino il re Edoardo VII e poi suo figlio Giorgio V si erano fatti tatuare durante due visite all’estero. All’epoca era però una pratica alquanto dolorosa e rischiosa per la salute: sopportarla solo per ragioni estetiche era spesso considerato un segno di rudezza o violenza nell’indole di chi sceglieva di tatuarsi. La cocaina, che cominciò a essere iniettata sotto pelle dai tatuatori, rese quell’operazione relativamente indolore e contribuì quindi a renderla popolare anche nell’alta borghesia.
Anche la letteratura rafforzò la reputazione della cocaina di droga innovativa e alla moda. Il secondo romanzo di Arthur Conan Doyle sul detective Sherlock Holmes, Il segno dei quattro, uscito nel 1890, cominciava con il protagonista impegnato a iniettarsi una soluzione di cocaina al sette per cento. «Temo che, fisicamente parlando, l’influenza della cocaina sia dannosa. Ma io la trovo uno stimolo chiarificatore dell’intelletto tanto forte che, a mio avviso, i suoi effetti collaterali sono del tutto trascurabili», rispondeva Sherlock Holmes alle preoccupazioni espresse dal suo amico e dottore Watson.
Per quanto strano possa sembrare oggi, scrisse Small nel 2024 sulla rivista Aeon, i critici letterari di epoca vittoriana erano affascinati da questo aspetto della personalità di Sherlock Holmes. Si addiceva a un personaggio energico ed eccentrico, chiamato o a risolvere casi difficili o «a consolarsi con la cocaina di non averne alcuno tra le mani», scrisse un giornale dell’epoca.
In Italia, dove l’uso della cocaina si diffuse più tardi che in altri paesi, Cocaina fu il titolo di un romanzo del 1921 del torinese Pitigrilli, nome d’arte di Dino Segre, uno degli scrittori di maggior successo del primo Novecento. Racconta la storia di un giornalista che si innamora a Parigi di una ballerina e del suo stile di vita dissoluto. Ma nel frattempo la percezione della cocaina negli Stati Uniti e in Europa era cambiata, perché il suo uso e la dipendenza che poteva dare avevano generato ansie e paure, che si erano unite a pregiudizi preesistenti e molto radicati relativi non alle sostanze psicoattive ma alle persone che ne facevano uso.
Nel 1901 la cocaina era stata eliminata dalla ricetta della Coca-Cola, riflettendo un cambiamento dell’opinione della classe media bianca statunitense. Da panacea moderna era diventata una droga associata ad ambienti degradati e assunta dalle classi più povere, che contribuiva ad aumentare la presunta pericolosità delle persone nere, inducendole a delinquere.
Le leggi introdotte negli Stati Uniti e nel Regno Unito tra gli anni Dieci e gli anni Venti del Novecento limitavano la vendita a professionisti autorizzati e persone con prescrizioni mediche. Riflettevano il desiderio di limitare i pericoli della dipendenza, ma anche pregiudizi sociali e razziali, e desiderio non solo di regolare l’uso delle sostanze ma anche di controllare le persone che ne facevano uso. Nemmeno sulla stampa e, in parte, nella letteratura la cocaina esercitava più il fascino di prima, perché editori e autori temevano di essere associati a una sostanza ormai considerata pericolosa.
Nel racconto del 1904 L’avventura del giocatore scomparso Doyle attribuisce al dottor Watson la responsabilità della disintossicazione definitiva di Sherlock Holmes dalla cocaina, descritta come la sostanza che aveva rischiato di intralciare rovinosamente la straordinaria carriera del detective.
La storia culturale della cocaina subì una nuova evoluzione solo molti decenni dopo quella sua prima stigmatizzazione, quando negli anni Ottanta diventò la droga di professionisti e imprenditori impegnati in una sfrenata competizione economica e sociale. Il suo passaggio da farmaco innovativo a droga delle minoranze e infine degli yuppies mostra, secondo Small, quanto facilmente le sostanze in generale possano «catturare e condensare le nostre emozioni» nel corso del tempo, riflettendo speranze, paure, ottimismo e ansia.



