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  • Venerdì 9 febbraio 2024

Gli Stati Uniti non riescono a sbloccare i negoziati per una tregua tra Hamas e Israele

Nonostante i continui sforzi diplomatici, a causa dell'intransigenza di entrambe le parti

(Amir Levy/Getty Images)
(Amir Levy/Getty Images)
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Questa settimana Antony Blinken, il segretario di Stato degli Stati Uniti, ha visitato diversi paesi del Medio Oriente, tra cui Israele, Qatar e Arabia Saudita. È stato l’ultimo di una lunga lista di viaggi nella regione fatti da Blinken a partire dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza tra Israele e il gruppo radicale palestinese Hamas. Gli Stati Uniti vogliono trovare una soluzione diplomatica per mettere fine ai combattimenti: finora però i loro sforzi non hanno avuto molto successo, soprattutto a causa della crescente intransigenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu verso qualsiasi tipo di accordo che non preveda la «distruzione» di Hamas.

Dall’inizio della guerra ci sono stati vari tentativi di negoziazione, più o meno concreti, per arrivare a una tregua. L’ultima tornata di negoziati si è svolta la settimana scorsa a Parigi tra rappresentanti diplomatici israeliani, qatarioti, statunitensi ed egiziani: era emersa una proposta di cessate il fuoco, approvata anche da Israele e che prevedeva la liberazione di tutti i 130 ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas.

Mercoledì Hamas ha però rifiutato l’accordo e fatto una controproposta: ha chiesto una tregua di 135 giorni nella Striscia di Gaza, durante i quali l’esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi completamente dalla Striscia e liberare migliaia di detenuti palestinesi. In cambio, Hamas avrebbe rilasciato gli ostaggi israeliani.

Nel giro di poche ore Netanyahu ha rifiutato queste condizioni, ripetendo che l’unico modo di arrivare ad accordi di pace efficaci è «sconfiggere Hamas», e che Israele continuerà a combattere nella Striscia fino alla «vittoria totale». Tra le altre cose Netanyahu si è sempre opposto anche alla creazione di uno stato palestinese autonomo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, il principio alla base della “soluzione dei due stati” che da decenni è sostenuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

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All’inizio della guerra gli Stati Uniti avevano offerto un sostegno quasi incondizionato a Israele, ma l’intransigenza di Netanyahu sta allontanando gli alleati. Mercoledì Blinken e Netanyahu hanno tenuto due conferenze stampa separate, invece che una congiunta come successo durante le precedenti visite del segretario di Stato in Israele: Blinken ha detto che la proposta di Hamas presentava alcune richieste «irricevibili», ma comunque offriva uno spiraglio per raggiungere un accordo. Netanyahu, invece, ha definito l’intera proposta come «delirante».

Giovedì il presidente Joe Biden ha definito «eccessiva» la risposta militare di Israele nella Striscia di Gaza, dove moltissimi edifici, tra cui scuole e ospedali, sono stati distrutti dai bombardamenti e più di 25mila persone sono state uccise, in gran parte civili.

– Leggi anche: Secondo Joe Biden la risposta militare israeliana nella Striscia di Gaza è stata «eccessiva»

Gli Stati Uniti stanno ricordando a Israele i lati positivi che deriverebbero da un accordo, tra cui la possibilità di ricevere aiuti per la ricostruzione di Gaza e la distensione delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita, uno dei paesi più potenti del Medio Oriente e da sempre un difensore della causa palestinese. «Saranno gli israeliani a decidere cosa fare. Noi possiamo solo mostrare le alternative», ha detto Blinken. Nonostante i vari tentativi, Netanyahu sembra irremovibile nella sua intenzione di continuare la guerra. Gli Stati Uniti hanno detto che gli sforzi diplomatici per trovare un compromesso tra le parti continueranno.

Finora gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti e degli altri paesi coinvolti nelle negoziazioni hanno comunque ottenuto qualche risultato, per esempio hanno consentito l’ingresso nella Striscia degli aiuti umanitari inviati dalle agenzie internazionali, che durante le prime settimane di guerra erano rimasti bloccati in Egitto a causa dell’opposizione israeliana.

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Oltre alle relazioni internazionali, Netanyahu deve fare i conti anche con le pressioni interne e con le divisioni dell’opinione pubblica israeliana. A livello politico, Netanyahu guida il governo più di destra della storia di Israele, e molti ministri sono favorevoli a una prosecuzione della guerra: il ministro della Sicurezza pubblica Itamar Ben-Gvir, di estrema destra, ha minacciato di dimettersi se fosse trovato un accordo con Hamas.

Anche la maggior parte degli israeliani continua a vedere la distruzione di Hamas come fondamentale, e a sostenere quindi l’operato di Netanyahu e dell’esercito. Una parte minoritaria dell’opinione pubblica chiede invece di dare priorità alla liberazione dei prigionieri ancora in vita, e negli ultimi tempi i familiari degli ostaggi hanno organizzato diverse proteste contro Netanyahu e il suo governo.

Netanyahu è anche consapevole che, una volta terminata la guerra, il suo mandato politico potrebbe essere a rischio: il violento attacco di Hamas del 7 ottobre ha colto completamente impreparati l’esercito e l’intelligence israeliana, esponendo le debolezze di quello che fino a quel momento era considerato uno degli apparati militari più forti del Medio Oriente.

La popolarità del primo ministro è calata parecchio, e anche il supporto internazionale è molto diminuito: «Netanyahu ha un interesse personale nel continuare questa guerra e possibilmente ad allargarla, perché sa che non appena finisce dovrà rendere conto agli israeliani e la sua carriera sarà finita», ha detto al New York Times Nader Hashemi, professore alla Georgetown University di Washington, D.C.

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