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  • Martedì 13 giugno 2023

In Nuova Zelanda alcuni imputati nei processi possono ottenere che non si pubblichi il loro nome

Le norme sulla "name suppression" non proteggono solo le vittime, ma anche gli accusati e lo svolgimento del processo

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In Nuova Zelanda una “figura di spicco” dello spettacolo è sotto processo per varie accuse di crimini sessuali e reati legati alle droghe. L’uomo, secondo le accuse, avrebbe stuprato o molestato nove donne in varie occasioni nell’arco di diversi anni, in alcuni casi dopo aver assunto sostanze stupefacenti e averle obbligate a fare lo stesso. Chi sia questa “figura di spicco” non è però noto al di fuori dell’aula in cui si sta svolgendo il processo, perché l’identità di chi è coinvolto, in qualità di accusato o di parte offesa, è protetta da una legge sulla privacy. Questa possibilità, detta “name suppression”, è prevista come una deroga al principio di giustizia pubblica (“open justice”) sostenuto in generale dal sistema giudiziario neozelandese, secondo cui le udienze devono essere aperte al pubblico e i media liberi di documentarle.

La rimozione dei nomi per gli accusati è una particolarità della legge neozelandese, e fu introdotta nel 1920. Al tempo era stata pensata principalmente per tutelare imputati giovani e incensurati. Da allora la sua applicazione ha subito varie modifiche e si è estesa molto, e oggi la regola una legge del 2011, che la prevede automaticamente nei casi riguardanti reati sessuali o che coinvolgono minori. Può essere richiesta anche nelle situazioni in cui si ritiene che la pubblicazione dei nomi delle persone coinvolte possa portare “estreme difficoltà” all’imputato, alla sua famiglia o ad altre persone a lui vicine, e in alcuni altri casi: come il rischio che possa portare all’identificazione di qualcun altro già oggetto di rimozione del nome, o impedire all’imputato di avere un giusto processo, per esempio nel caso in cui si ritenga che le conseguenze della pubblicazione del nome possano influenzare la giuria.

Il principio quindi non tutela solo le vittime, per le quali il divieto di diffusione del nome è previsto in diversi paesi, ma anche imputati e terze parti. Questo principio non è definito in maniera precisa, e chi giudica il caso deve valutarne le circostanze specifiche, ma esiste un chiaro sistema di precedenti che stabilisce che le estreme difficoltà non siano solo quelle più abitualmente collegate all’imbarazzo e al disagio di essere accusati di un reato. Il procedimento di valutazione di queste difficoltà richiede tempo, e chi ne ha fatto richiesta può ottenere una sospensione temporanea della pubblicazione del nome per la durata del processo: si chiama interim name suppression. Se invece i requisiti vengono verificati, entra in vigore la final name suppression, che rende permanente il divieto di pubblicazione dei nomi.

Il principio è stato, e in parte è ancora, criticato dalla stampa neozelandese, che l’ha chiamato “politica del silenzio” (hush-hush policy), e lo considera una limitazione del principio di giustizia pubblica e del diritto di cronaca. Prima dell’introduzione delle nuove linee guida per i giudici nel 2011, che hanno stabilito quali fossero i criteri minimi per richiederlo, il principio era applicato abbastanza liberamente dai giudici, spesso proteggendo persone più per la loro fama che per una valutazione dei disagi che avrebbero subito.

Da allora casi simili sono diminuiti, e la legge è riconosciuta come un buon compromesso fra diritto di cronaca e diritto alla privacy anche dai media, che comunque continuano spesso a presentare ricorsi contro la concessione della rimozione del nome nei processi di maggiore interesse: e l’anno passato la ministra della Giustizia aveva ipotizzato interventi definendo la norma troppo poco rispettosa delle vittime.

La regola costringe peraltro i giornali a trovare giri di parole per riferirsi alle persone accusate, come “leading entertainment figure” per la figura di spicco dello spettacolo di cui si parlava all’inizio dell’articolo, o “atleta di alto profilo” per Joseph Parker, pugile ex campione del mondo coinvolto – ma solo come testimone, senza essere accusato – in un processo per traffico di stupefacenti. La sua identità è stata oggetto di interim name suppression per quasi due anni, ma il ricorso per la rimozione definitiva del nome era stato respinto da un giudice nel 2019, grazie anche a una battaglia legale condotta da Stuff, uno dei maggiori siti di notizie del paese. Questi giri di parole spesso compaiono nei vari articoli che seguono gli sviluppi di un processo, e caratterizzano i titoli della cronaca giudiziaria neozelandese.