(Chris Jackson/Pool via AP)
  • Mondo
  • Questo articolo ha più di un anno

La complessa eredità storica di Elisabetta II

Il suo lunghissimo regno è coinciso con un periodo straordinario di pace e prosperità, ma ci sono anche delle ombre

(Chris Jackson/Pool via AP)
Caricamento player

Fin dagli istanti successivi all’annuncio della morte della regina Elisabetta II del Regno Unito è cominciato il dibattito sulla sua cosiddetta legacy, cioè sull’eredità politica, storica e culturale che ha lasciato in 70 anni di regno. Questa legacy è largamente considerata positiva: la regina ha regnato su un lunghissimo periodo di prosperità e pace per il Regno Unito, e seppure con molte difficoltà è diventata il simbolo dell’unità del paese, e una delle personalità più importanti del Ventesimo secolo e dell’inizio del Ventunesimo. Le commemorazioni commosse e partecipate che sono immediatamente cominciate all’annuncio della morte non sono tuttavia unanimi.

Vari studiosi e commentatori hanno ricordato come il lungo regno della regina sia stato spesso coinvolto in crisi, scandali e problemi, che avranno un loro peso nel giudizio dell’eredità di Elisabetta II, pur non sminuendo l’importanza storica della sua figura. Queste crisi riguardano principalmente due aspetti: il più importante ha a che vedere con il passato coloniale e imperiale del Regno Unito, e con il fatto che Elisabetta fu a capo del Commonwealth, l’organizzazione di stati erede dell’Impero britannico. Il secondo aspetto riguarda la storia tormentata della sua famiglia.

Pubblicità

Il Commonwealth
Uno degli aspetti più noti del lungo regno di Elisabetta II è la progressiva dismissione dell’Impero britannico, il più grande della storia, e il lungo processo di decolonizzazione che cominciò alla fine degli anni Quaranta e andò avanti per decenni. Quando Elisabetta II salì al trono, nel 1952, l’Impero britannico già non si chiamava più così: l’ultimo sovrano a ricevere la qualifica di imperatore fu suo padre Giorgio VI, che perse però il titolo dopo l’indipendenza dell’India e del Pakistan, nel 1947.

Già da parecchi anni, in sostituzione dell’Impero, era stato istituito il Commonwealth, cioè un’organizzazione politica di stati formalmente «liberi e uguali», di cui però il Regno Unito era di gran lunga il più eminente. Il Regno Unito inoltre continuava a dominare su decine di colonie, specialmente in Africa, che guadagnarono l’indipendenza solo nei decenni successivi, con processi di decolonizzazione faticosi e spesso violenti.

In qualità di sovrano britannico, Elisabetta II era il capo formale del Commonwealth (ora la carica è passata a suo figlio Carlo III). Questo ruolo non implicava nessun potere politico né decisionale, ma faceva di Elisabetta II il simbolo di ciò che restava del grande Impero britannico e impegnava la regina a mantenerne e rappresentarne l’unità e la coesione.

Elisabetta II, peraltro, prese molto a cuore fin da subito questo ruolo. Fin dai suoi primi discorsi pubblici, prima ancora di diventare regina, annunciò che avrebbe dedicato la sua vita al servizio della «nostra grande famiglia imperiale» (successivamente l’aggettivo imperiale sarebbe stato abbandonato) e per decenni viaggiò con frequenza nei paesi del Commonwealth. Si trovava in uno di questi anche il giorno che diventò regina: quando suo padre Giorgio VI morì, nel febbraio del 1952, era in visita in Kenya.

Elisabetta II mantenne un attaccamento e un impegno nei confronti del Commonwealth per tutto il suo regno. In un vecchio ritratto della regina pubblicato sull’Independent nel 1996, lo storico Frank Prochaska scrisse che Elisabetta II «ama i cani, i cavalli, il Commonwealth e i suoi nipoti». In un articolo pubblicato ad aprile di quest’anno sul New Yorker, in occasione dei 70 anni di regno, Sam Knight scriveva che «il Commonwealth… è la sua eredità».

La regina Elisabetta II in Ghana nel 1961 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

L’importanza data al Commonwealth dalla regina Elisabetta II emerse anche negli anni Ottanta, quando secondo numerosissime ricostruzioni fu uno dei motivi dei frequenti (ma mai pubblici) scontri con la prima ministra Margaret Thatcher. Thatcher voleva liberarsi di quello che considerava più che altro il frutto della nostalgia della passata gloria (lei e i suoi collaboratori definivano le ex colonie del Commonwealth «avidi mendicanti»), ma la regina fu sempre contraria a ogni tentativo di allentare i legami con i vecchi domini.

Il problema è che la storia del Commonwealth si intreccia con la storia della decolonizzazione, che ebbe numerosi successi ma fu una storia a volte sanguinosa e violenta. Spesso il Regno Unito si oppose ai movimenti indipendentisti che sorsero in molte delle sue colonie e li represse con la forza provocando morti, feriti e tentando di preservare uno status quo fatto di ingiustizie e razzismo.

Gli esempi sono numerosi: uno dei più noti riguarda proprio il Kenya, dove mentre Elisabetta diventava regina emerse un movimento indipendentista noto come Mau Mau, che fu represso dai governanti britannici con uccisioni di massa e torture sistematiche. Negli anni Sessanta i governi britannici compirono violenze in vari altri paesi che cercavano l’indipendenza, come lo Yemen e perfino il vicino Cipro.

Una questione a parte sono poi i cosiddetti Troubles irlandesi, cioè le lotte per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord, nei quali la regina fu coinvolta direttamente: gli indipendentisti uccisero in un attentato Lord Mountbatten, parente stretto di suo marito e una delle figure più influenti della famiglia Windsor, che tra le altre cose era stato l’ultimo viceré dell’India.

In molti hanno fatto notare come incolpare direttamente Elisabetta II di queste crisi o sovrastimare il suo coinvolgimento sia ingenuo. Quello della regina è sempre stato un ruolo formale, privo di poteri politici: la politica estera del Regno Unito è sempre stata determinata dai governi eletti, e il sovrano non può usare il suo potere e la sua influenza per interferire nelle decisioni.

Elisabetta II, insomma, è criticata per le violenze e i crimini commessi dal Regno Unito durante il processo di decolonizzazione principalmente in quanto simbolo dell’unità del Commonwealth: le violenze e i crimini furono commessi dai governi in carica al momento ed Elisabetta II fu il simbolo vivente delle grandi contraddizioni del Commonwealth, più che una protagonista attiva di quegli eventi.

La regina Elisabetta II in Nigeria nel 1956 (Fox Photos/Hulton Archive/Getty Images)

Alcune critiche però vanno più in profondità e si chiedono quanto la regina sapesse delle crisi e dei problemi che si stavano verificando nelle colonie e nei paesi del Commonwealth. Inoltre, benché il principio di non intromissione nelle decisioni politiche da parte del sovrano sia stato formalmente sempre rispettato, in realtà è noto che in alcuni casi la regina usò discretamente la sua influenza sul governo e sul parlamento: di recente, per esempio, si è scoperto che negli anni Settanta fece pressioni per cambiare una legge che avrebbe rivelato l’ammontare della sua ricchezza personale.

Altri documenti desecretati di recente mostrano come, almeno in alcuni casi, la regina fosse tenuta strettamente al corrente delle crisi politiche interne ai paesi del Commonwealth, come avvenne per esempio con una grave crisi costituzionale in Australia nel 1975.

È tuttavia impossibile sapere se e quanto la regina seppe degli errori e dei crimini commessi dal governo britannico nelle proprie colonie, anche perché una parte consistente dei documenti del periodo coloniale è stata distrutta. Come scoprì il Guardian quasi dieci anni fa, negli anni Sessanta il governo del Regno Unito avviò la cosiddetta “Operazione Legacy”, che prevedeva la selezione e la distruzione sistematica di tutti i documenti prodotti nelle colonie che avrebbero potuto «mettere in imbarazzo il governo di Sua Maestà». I documenti che non furono distrutti furono trasferiti a Londra e tenuti segreti per decenni, in alcuni casi illegalmente.

Ma nonostante i dubbi e i sospetti non confermati, ci sono anche esempi di come l’influenza della regina Elisabetta II sui paesi del Commonwealth sia stata positiva.

Divenne famoso tra le altre cose uno scontro con Margaret Thatcher sul Sudafrica: la prima ministra era contraria a sanzionare il paese per spingerlo a porre fine all’apartheid, e la regina, seppure informalmente, fece passare piuttosto chiaramente il suo disappunto. Elisabetta II strinse poi un rapporto molto stretto con Nelson Mandela, il primo leader del Sudafrica post apartheid. Più in generale, fin dagli anni Sessanta la regina spinse per rendere il Commonwealth un’organizzazione multiconfessionale e relativamente aperta.

Sotto molti punti di vista, Elisabetta II fu il simbolo del Commonwealth e – agli occhi di molti britannici nostalgici – dell’antica gloria dell’impero. Ma fu anche il simbolo della sua definitiva e complicata dismissione.

La famiglia
Quando si parla degli scandali che hanno coinvolto Elisabetta II, tuttavia, si parla quasi esclusivamente di scandali famigliari. Per quasi tutta la sua vita, Elisabetta è stata il capo della famiglia Windsor, e pur non essendo mai stata toccata personalmente da gravi scandali (grazie al suo comportamento spesso irreprensibile, e grazie a un patto non scritto con i tabloid che garantisce la figura del sovrano) è nota per aver governato la famiglia con durezza e anche con un certo distacco.

Lo mostrò per esempio un documentario del 1969 in cui una troupe televisiva poté entrare a Buckingham Palace per mostrare la vita quotidiana della regina e della sua famiglia: «fu un disastro», ha scritto Politico. «La mistica della regalità fu mandata in pezzi, con la famiglia che era mostrata mentre cercava in maniera impacciata di trascorrere del tempo assieme»; il documentario mostrò «una madre piuttosto distaccata e una famiglia molto strana e decisamente disfunzionale».

La disfunzionalità della famiglia, così come la durezza e la rigidità di Elisabetta, sono state storicamente giustificate con la necessità complessa e spesso insostenibile di essere un perenne modello per un intero paese.

Come disse negli anni Novanta il politico britannico Peter Mandelson: «Per Carlo e per la regina, le loro vite sono letteralmente il loro lavoro. Ogni mossa che fanno, ogni sorriso o sopracciglio alzato, ogni relazione stabilita o interrotta, tutto è visto come parte della funzione che li definisce: semplicemente essere la famiglia reale».

Questa necessità di «semplicemente essere la famiglia reale» si rivelò insostenibile per molti suoi componenti, e i critici della regina sostengono che nel suo tentativo di mettere i doveri regali sopra ogni altra cosa si dimostrò spesso fredda e priva di empatia. Tutte queste complicazioni sono ben raccontate, tra le altre, dalla serie tv The Crown.

Alcuni dei moltissimi scandali della famiglia reale sono piuttosto gravi: a metà degli anni Ottanta si scoprì che due cugine della regina da parte di madre, credute morte da decenni, erano in realtà state ricoverate in casa di cura in condizioni degradanti perché avevano gravi disabilità mentali. Non è mai stato chiarito se la regina e la regina madre sapessero che le due parenti non erano morte, ma anche dopo che la loro identità fu rivelata evitarono di visitarle pubblicamente.

Lo scandalo più grave per la famiglia reale, che per molti anni ne mise in crisi la popolarità, fu ovviamente quello legato prima al divorzio e poi alla morte di Diana Spencer, cioè Lady Diana, la prima moglie di Carlo. Dopo l’incidente che ne provocò la morte nel 1997, per giorni la regina si rifiutò di esprimere pubblicamente le sue condoglianze, attirandosi ancora una volta accuse di freddezza e scarsa empatia. Vari media hanno poi sostenuto che negli anni precedenti alla morte, dopo il divorzio con Carlo e in un periodo in cui Diana criticava pubblicamente la corona britannica, l’ufficio di comunicazioni di Buckingham Palace cercò in vari modi (mai pubblici) di screditarne la figura.

La regina Elisabetta II con Lady Diana (AP Photo/Martin Cleaver, File)

Tra i numerosi altri scandali, il più recente ha riguardato il principe Andrea, il terzo figlio della regina, che da anni è coinvolto in un gravissimo caso di abusi sessuali che riguardarono anche il noto finanziere Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019. Andrea è stato accusato da una donna americana, Virginia Giuffre, di aver abusato di lei quando era minorenne, con la complicità di Epstein e della sua collaboratrice Ghislaine Maxwell. Nel 2019 la regina privò Andrea di tutti i doveri e i privilegi regali.

Nel febbraio del 2022 Andrea ha raggiunto un accordo economico con Giuffre, che prevede un grosso risarcimento stimato in oltre 10 milioni di sterline. Vari analisti ritengono che Andrea non possedesse tutto quel denaro, e che quindi la regina lo abbia aiutato a pagare.