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  • Lunedì 15 agosto 2022

L’Afghanistan sta tornando a essere una base per i gruppi terroristici?

A un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, ci sono ragionevoli elementi per temerlo 

Un combattente talebano con un fucile d'assalto, durante una preghiera del venerdì a Kabul, in Afghanistan (AP Photo/Felipe Dana)
Un combattente talebano con un fucile d'assalto, durante una preghiera del venerdì a Kabul, in Afghanistan (AP Photo/Felipe Dana)
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Il 15 agosto del 2021, esattamente un anno fa, i talebani presero il controllo di Kabul, la capitale dell’Afghanistan, completando così la riconquista del paese. Tra i principali timori di molti governi esteri, soprattutto occidentali, c’era la possibilità che i talebani tornassero a offrire ospitalità e protezione a organizzazioni terroristiche come al Qaida, trasformando nuovamente il paese in una base del terrorismo internazionale: fu proprio sotto il primo regime talebano, durato dal 1996 al 2001, che al Qaida riuscì a progettare e organizzare alcuni dei suoi attentati più gravi, tra cui quelli dell’11 settembre 2001 a New York e Washington.

Un anno dopo, quel timore sembra essere almeno in parte fondato: nel paese sono tornati a rifugiarsi diversi leader di al Qaida, tra cui Ayman al Zawahiri, il capo dell’organizzazione succeduto a bin Laden, ucciso meno di due settimane fa dalla CIA nel centro di Kabul, in un quartiere residenziale frequentato e abitato da funzionari del governo talebano. Non solo: in Afghanistan si sta espandendo e rafforzando anche l’ISIS-K, definibile con una certa semplificazione come la divisione afghana dello Stato Islamico, e stanno operando anche una serie di altri gruppi terroristici più piccoli.

I talebani non hanno mai smesso di mantenere i propri rapporti con al Qaida, nemmeno durante i vent’anni di occupazione americana dell’Afghanistan. Ma un anno fa, subito dopo la loro riconquista del paese, c’erano opinioni contrastanti su quanto sarebbero stati disposti a proteggere e ospitare nuovamente i membri dell’organizzazione.

Da un lato sembravano esserci tutti i presupposti perché decidessero di farlo: nel governo dei talebani ha un ruolo importantissimo la rete Haqqani, potente gruppo armato afghano che ha legami strettissimi con al Qaida e che è considerato il principale collegamento tra l’organizzazione e i talebani. Sirajuddin Haqqani, il capo della rete e figlio del fondatore, è l’equivalente del ministro dell’Interno del governo talebano: ha il controllo di forze dell’ordine e intelligence, e altri membri del gruppo hanno incarichi importanti nel regime.

– Leggi anche: Il punto di incontro fra i talebani e al Qaida

D’altra parte, però, c’era anche chi pensava che le cose sarebbero potute andare diversamente rispetto a 20 anni fa. Il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan, deciso con accordi di Doha del 2020, era stato concesso in cambio della garanzia che i talebani non avrebbero più permesso ad al Qaida e ad altri gruppi terroristici di usare il territorio afghano per organizzare attentati contro l’Occidente.

L’accordo si basava praticamente sulla sola parola dei talebani, che nei primi giorni dopo la conquista di Kabul fecero di tutto per presentarsi come un governo affidabile, credibile e più moderato, in cerca di legittimità e riconoscimento internazionale. Secondo alcuni analisti era poco probabile che decidessero di offrire rifugio a gruppi terroristici come al Qaida e lo Stato Islamico, cosa che in precedenza era costata loro vent’anni di occupazione straniera.

C’era anche chi ipotizzava una via di mezzo tra le precedenti ipotesi: cioè che i talebani avrebbero continuato a dare sostegno ad al Qaida e ad altre organizzazioni, ma in modo più nascosto e prudente.

Con l’uccisione di Ayman al Zawahiri nel centro di Kabul, è emerso con molta chiarezza che in Afghanistan al Qaida continua a godere di un’ottima protezione, e che la promessa di tenere l’organizzazione fuori dal territorio afghano non è stata rispettata: il capo dell’organizzazione non viveva nascosto in qualche zona remota e montuosa, ma nel pieno centro di Kabul, dove è stato possibile identificarlo anche grazie al fatto che, secondo quanto affermato da un funzionario dell’amministrazione a Politico, «si muoveva con tranquillità e aveva l’abitudine di affacciarsi sul balcone». La casa in cui è stato ucciso, tra l’altro, apparteneva secondo l’intelligence americana proprio a Sirajuddin Haqqani.

Pare che al Zawahiri vivesse a Kabul già da diversi mesi. Dopo la sua uccisione i talebani avevano sostenuto di non sapere che vivesse lì e avevano dato la colpa alla rete Haqqani, sostenendo che la sicurezza di Kabul dipendesse principalmente da loro. Erano così emerse le divisioni presenti nello stesso governo dei talebani, probabilmente spaccato tra chi ha intenzione di continuare a dare apertamente protezione ad al Qaida e chi non vorrebbe che i legami con l’organizzazione fossero così evidenti. Le divisioni, racconta Daniele Raineri su Repubblica, erano emerse anche sulla possibilità di organizzare vistosi funerali di Stato per al Zawahiri: alcuni talebani li avevano chiesti, altri si erano opposti.

Secondo un rapporto diffuso un mese fa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sembra che la leadership di al Qaida sia ancora piuttosto influente sul governo dei talebani. Ad Associated Press, il generale statunitense Frank McKenzie, che fino all’anno scorso guidava l’esercito americano in Afghanistan, ha detto che l’organizzazione sta cercando di ricostruire una serie di campi di addestramento per i propri membri. Ci vorrà tempo perché torni a essere in grado di organizzare attentati in Occidente, ma sembra che ci siano quantomeno i presupposti per attrezzarsi per farlo.

Oltre ad al Zawahiri, sembra che in Afghanistan risiedano anche altre figure di spicco di al Qaida, tra cui Saif al Adel e Amin Muhammad ul Haq Saam Khan: il primo è ricercato per gli attentati compiuti nel 1998 alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (che fecero più di 200 morti), il secondo per aver collaborato in modo strettissimo con Osama bin Laden, nella progettazione, organizzazione, finanziamento e armamento di una serie di attacchi.

In Afghanistan ha la sua sede principale anche l’AQIS, organizzazione affiliata ad al Qaida, e così anche il suo leader Osama Mahmood, da pochi mesi inserito dal Consiglio europeo nella lista dei soggetti sanzionati per le sue attività terroristiche.

All’inizio del 2021 l’intelligence americana aveva stimato che i membri dell’AQIS in Afghanistan fossero meno di 200: secondo un rapporto pubblicato lo scorso febbraio dal Consiglio di sicurezza dell’ONU i membri sono aumentati o addirittura raddoppiati, con 200-400 soggetti attivi in Afghanistan, arrivati nei mesi precedenti da una serie di paesi limitrofi tra cui Pakistan, Bangladesh, Myanmar e India.

Oltre ad al Qaida e ai suoi affiliati, in Afghanistan sta dimostrando di essere molto attivo anche l’ISIS-K, o ISKP (Provincia del Khorasan dello Stato Islamico), presente nel paese già da diversi anni e responsabile di gravissimi attentati. Da quando i talebani hanno riconquistato l’Afghanistan l’ISIS-K ha compiuto decine di attacchi, sia a Kabul che altrove. Una stima fatta dal centro studi Wilson Center ha parlato di 77 attentati solo nei primi quattro mesi di governo dei talebani (in tutto l’anno precedente ne aveva compiuti 21), proseguiti anche nei mesi successivi, con numerosi morti (almeno 100 solo ad aprile).

Gli attacchi dell’ISIS-K si spiegano col fatto che, benché sia un gruppo estremista sunnita come i talebani e al Qaida, rivaleggia con entrambi per la supremazia nel mondo jihadista. Al Qaida e l’ISIS, in particolare, sono nemici da tempo: colpendo i civili di un paese governato dai talebani col sostegno di al Qaida, l’ISIS-K punta a delegittimare quello stesso governo, che sulla capacità di garantire la sicurezza nel paese ha sempre instistito, e a imporre e rafforzare la propria presenza.

Anche in questo caso, sembra che nell’ultimo anno il gruppo ci sia riuscito: secondo stime fatte dal Consiglio di sicurezza dell’ONU a febbraio, i membri dell’ISIS-K in Afghanistan sono praticamente raddoppiati, passando da 2.200 a circa 4mila. Molti sono usciti dalle prigioni che i talebani avevano riaperto nel corso della loro riconquista del paese, altri sono combattenti arrivati in Afghanistan da altri paesi.

L’ISIS-K, inoltre, sta riuscendo a espandersi anche oltre le poche province dell’est del paese in cui negli ultimi anni era stato possibile confinarlo: secondo la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), da quando l’Afghanistan è controllato dai talebani l’ISIS-K si è allargato a quasi tutte le province afghane, ed è «sempre più attivo». Secondo il dipartimento della Difesa americano, se le cose continuassero in questa direzione, il gruppo potrebbe essere in grado di organizzare attacchi contro i paesi occidentali nel giro di un anno e mezzo.

– Leggi anche: Cos’è l’ISIS-K, spiegato

Ci sono poi una serie di altri gruppi terroristici minori attualmente attivi in Afghanistan: il centro studi Council on Foreign Relations ha citato il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), i talebani pakistani, ma anche il Movimento Islamico del Turkestan, quello dell’Uzbekistan e altri gruppi più piccoli, rinvigoriti dal successo dei talebani in Afghanistan.

Al rafforzamento e alla proliferazione delle organizzazioni terroristiche contribuisce anche la catastrofica situazione sociale ed economica dell’Afghanistan.

Dopo la conquista del potere da parte dei talebani, molti governi esteri hanno interrotto i finanziamenti e gli aiuti da cui il paese era estremamente dipendente. Le conseguenze sono state fin da subito disastrose: oggi milioni di persone soffrono la fame, ci sono gravissimi problemi di malnutrizione e la quasi totalità dei servizi basilari è sostanzialmente collassata. Tutto questo offre alle organizzazioni terroristiche ampie possibilità di reclutare nuovi membri, in uno stato talmente debole da essere diventato, scrive il Council on Foreign Relations, un ideale «santuario del terrorismo».

– Leggi anche: I talebani in Afghanistan stanno facendo peggio del previsto