Un militare appartenente al 3° Reggimento REOS durante un addestramento, il 1° aprile 2021. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)
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  • giovedì 7 Aprile 2022

Cosa significa aumentare le spese militari

In Italia se ne parla sempre di più: cosa comporta arrivare al 2 per cento del PIL, come chiede la NATO, e cosa ce ne potremmo fare

Un militare appartenente al 3° Reggimento REOS durante un addestramento, il 1° aprile 2021. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)
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Negli ultimi giorni dentro alla maggioranza che sostiene il governo si è discusso molto di spese militari: la ragione più immediata riguarda una serie di proposte che avrebbero impegnato l’Italia a portare le spese militari al 2 per cento del PIL entro il 2024 (ora sono all’1,41 per cento), come peraltro previsto dagli impegni presi con la NATO; la ragione più ampia riguarda la guerra provocata dalla Russia in Europa con l’invasione dell’Ucraina, che ha portato vari paesi a decidere di aumentare le spese militari per rispondere alla minaccia.

Dopo la dura opposizione del Movimento 5 Stelle, l’Italia non porterà le spese militari al 2 per cento del PIL entro il 2024, ma lo farà con maggiore gradualità, entro il 2028.

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La questione delle spese militari rimane piuttosto dibattuta, anche perché sono in molti a criticare la necessità e l’opportunità di aumentare gli stanziamenti per la difesa. Ma dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina si è fatta largo una tendenza in tutta Europa a espandere le spese militari, e in un certo senso a riarmarsi.

Non è da escludere quindi che anche in Italia ci saranno novità in proposito. Da vari mesi, per esempio, si parla della creazione di un fondo temporaneo che consenta allo stato di affrontare le maggiori spese militari mentre il bilancio ordinario cresce più gradualmente.

Perché proprio il 2 per cento
I paesi della NATO cominciarono a parlare della necessità di destinare il 2 per cento del PIL di ciascun paese alle spese militari nel 2006, al vertice NATO di Riga, in Lettonia, ma la discussione sulle spese militari divenne più concreta nel 2014, con il vertice NATO di Newport, in Galles: allora tutti i paesi membri, compresa l’Italia, si impegnarono ad aumentare gradualmente le loro spese militari per arrivare al 2 per cento del PIL nel giro di dieci anni, cioè entro il 2024.

La decisione di portare le spese militari almeno al 2 per cento fu tutto sommato arbitraria e non è legata a obiettivi specifici: l’idea, come scritto anche sul sito della NATO, era che i paesi membri dimostrassero la «volontà politica» di partecipare alla difesa comune.

Il criterio del 2 per cento del PIL è inoltre piuttosto volatile: per esempio nel 2020 in Italia la percentuale delle spese militari rispetto al PIL è aumentata notevolmente anche perché il PIL è crollato a causa della pandemia da coronavirus. Nel 2016, invece, il Regno Unito arrivò al 2 per cento di spesa militare utilizzando almeno in parte, secondo BBC, «giochi contabili»: per esempio, inserendo nelle spese varie attività d’intelligence e le pensioni dei veterani.

In ogni caso, la richiesta di raggiungere il 2 per cento di PIL in spese militari è stata nel corso degli anni oggetto anche di varie polemiche politiche. Gli Stati Uniti, per anni e con varie amministrazioni, hanno cercato di spingere i paesi europei a investire maggiormente nella difesa, per ridurre almeno in parte il grosso peso sopportato dalla propria economia: il paese spende il 3,7 per cento del proprio PIL nel settore militare. Sono note le minacce fatte da Donald Trump contro i partner della NATO che non condividevano il peso della difesa comune, ma prima di lui anche Barack Obama definì «free riders» i paesi europei (oltre che alcuni paesi arabi), una parola che significa un po’ scrocconi e un po’ parassiti.

Attualmente, soltanto otto paesi NATO su 30 spendono più del 2 per cento del PIL nella difesa: Estonia, Croazia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Regno Unito, Stati Uniti. L’impegno rimane tuttavia non vincolante, tanto che, almeno per ora, l’Italia intende arrivare al 2 per cento entro il 2028.

Le spese militari dell’Italia, oggi
Secondo l’ultimo Documento Programmatico Pluriennale del ministero della Difesa, il “bilancio integrato” della difesa in Italia ammonta a 28,28 miliardi di euro per il 2021 e a 27,50 miliardi di euro per il 2022. Questo bilancio comprende sia le risorse stanziate dal ministero della Difesa sia quelle, minori, stanziate dal ministero dello Sviluppo economico. Se si guarda soltanto al ministero della Difesa il bilancio delle spese militari supera di poco i 25 miliardi.

Il bilancio della difesa in Italia è diviso grossomodo in tre voci principali: il “personale”, cioè il costo degli stipendi di tutte le persone coinvolte nelle forze armate; gli “investimenti”, cioè l’acquisizione di sistemi d’arma, equipaggiamenti, tecnologie e mezzi, compreso il costo della ricerca tecnologica per svilupparli; e infine il cosiddetto “esercizio”, cioè tutto quello che attiene alla prontezza operativa delle forze armate, dunque la manutenzione dei mezzi, la logistica, la formazione del personale, le esercitazioni e così via.

Il “personale” (cioè gli stipendi) occupa la gran parte delle spese militari: il 62 per cento. Le altre due voci, “investimenti” ed “esercizio”, rispettivamente il 24 e il 13 per cento.

Nella divisione delle spese, l’Italia rispetta almeno una delle richieste fatte dalla NATO, e cioè che le spese per gli “investimenti” siano almeno il 20 per cento della spesa totale.

Nonostante questo, le spese militari italiane rimangono piuttosto squilibrate, con un peso eccessivo dedicato al personale. «Secondo diversi studi, la distribuzione ideale dei fondi dovrebbe essere 50 per cento per il personale, 25 per gli investimenti e 25 per l’esercizio», dice Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto affari internazionali (IAI), uno dei più noti centri studi italiani.

Cosa si potrebbe fare col 2 per cento
Anche se la quantificazione delle spese militari al 2 per cento del PIL è piuttosto volatile, secondo il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, le spese annuali dovrebbero passare dagli attuali 25 miliardi di euro a 38 miliardi: un aumento di 13 miliardi l’anno.

Attualmente non ci sono piani specifici su come queste risorse potrebbero essere spese – anche perché, tra le altre cose, questo aumento dovrebbe avvenire gradualmente, nel corso di qualche anno.

C’è inoltre una questione apparentemente contraddittoria: benché le forze armate siano spesso sottofinanziate, uno degli aspetti di bilancio più notevoli riguarda la razionalizzazione delle risorse attuali. Da tempo si parla della riduzione di numero del personale dell’esercito, oltre che dell’enorme patrimonio immobiliare delle Difesa, che va razionalizzato, riconvertito o dismesso.

Per quanto riguarda le spese alcuni analisti hanno pubblicato liste piuttosto dettagliate su cosa potrebbero fare le forze armate con un budget aumentato di 13 miliardi di euro, soprattutto in termini di acquisti di mezzi. Ma in assenza di piani certi ci sono alcune indicazioni generali che possono essere avanzate, e che partono dalle principali esigenze delle forze armate allo stato attuale.

Alessandro Marrone dello IAI sostiene per esempio che una delle priorità di spesa delle forze armate dovrebbe riguardare la parte cosiddetta di “esercizio”, cioè quella che coinvolge la prontezza operativa delle forze armate e che «in Italia è sotto finanziata da 15 anni», dice Marrone. Si parla quindi di esercitazioni, logistica, e soprattutto della manutenzione dei mezzi, cioè dei carri armati, dei veicoli blindati, dei velivoli.

È normale in tutti gli eserciti che una parte dei mezzi e degli equipaggiamenti sia fermo o inutilizzabile, di solito per la manutenzione. Ma «in media la percentuale di mezzi inutilizzabili nelle forze armate italiane è maggiore che nei principali paesi NATO», dice Marrone, e questo è un problema che si potrebbe risolvere con più fondi.

In secondo luogo, un altro investimento nel caso di un aumento della spesa militare dovrebbe riguardare i settori delle forze armate creati più di recente, come il Comando per le operazioni in rete (brevemente: Comando cyber) e il Comando delle operazioni spaziali (Comando spazio), entrambi nati negli ultimi anni. La creazione di questi due nuovi “comandi” (cioè di strutture gerarchiche che coordinano le operazioni militari) indicano che ai soliti teatri operativi (terra, aria e mare) ormai da qualche anno le forze armate ne hanno aggiunti due nuovi: lo Spazio e Internet.

«La struttura del personale si deve adeguare a questi nuovi comandi, e quindi bisogna investire nello staff dei due comandi, che al momento è ancora modesto rispetto all’importanza sia nelle operazioni cibernetiche sia nella protezione degli asset spaziali», dice Marrone.

C’è poi un terzo comando che è stato ristrutturato di recente, che è il Comando interforze: semplificando molto, è quello che coordina e pianifica le operazioni che si svolgono su più teatri d’azione e che stanno diventando sempre più importanti. Anche questo potrebbe essere potenziato.

Infine, se e quando arriveranno nuovi finanziamenti per le forze armate è probabile che una parte consistente andrà negli “investimenti”, cioè nella progettazione e produzione di nuovi sistemi d’arma. Attualmente, il ministero della Difesa ha attive decine di progetti di approvvigionamento e sviluppo di nuovi sistemi d’arma, ed è difficile immaginare se e quali saranno potenziati, o se si investirà per lo sviluppo di nuovi programmi.

«La parte degli investimenti è la più delicata perché è particolarmente complesso capire quali equipaggiamenti ci servono maggiormente. Una buona indicazione generale è di investire in programmi di cooperazione internazionale: la prossima generazione di armamenti va sviluppata assieme ai nostri partner. I programmi nazionali portano a risultati generalmente inferiori», dice Marrone.