religione alieni contact
Una scena del film del 1997 "Contact"

Come reagirebbe la religione agli alieni?

Probabilmente riuscirebbe ad adattarsi anche a quello, estendendo il campo di pertinenza e applicazione di nozioni e dottrine secolari

religione alieni contact
Una scena del film del 1997 "Contact"
Caricamento player

Nel maggio 2014, durante una messa alla cappella di Santa Marta, il capo della Chiesa cattolica Papa Francesco formulò un’ipotesi per spiegare un argomento a sostegno delle ragioni dell’ammissione di tutte le persone ai sacramenti. «Se domani giungesse una spedizione di marziani, e alcuni di loro venissero da noi… marziani, no? verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini… e uno dicesse: “Voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?», si chiese Papa Bergoglio, suggerendo che le persone di fede non dovrebbero mai impedire ad altri di partecipare al rito dei sacramenti.

Il dubbio che forme di vita a noi sconosciute possano esistere da qualche parte nell’Universo rappresenta da sempre nell’immaginario collettivo una parte significativa dell’approccio comune alle questioni che riguardano la ricerca spaziale. Anche il recente lancio del James Webb Space Telescope (JWST), il telescopio spaziale più grande e potente mai realizzato, è stato da molti seguito e commentato in relazione alla possibilità che si riveli uno strumento utile, tra le molte altre cose, all’osservazione e allo studio di esopianeti potenzialmente compatibili con la vita per come la conosciamo.

Il dubbio sull’esistenza di forme di vita all’esterno del sistema solare è invece un tema comunemente poco associato alle riflessioni di tipo religioso, che si suppone siano più concentrate sui fatti di questo mondo ed eventualmente dell’“altro mondo”. Questo sebbene fedi come quelle induiste e buddiste siano tradizionalmente più aperte verso le nozioni di mondi paralleli e realtà alternative rispetto alle religioni occidentali.

Le relazioni tra l’ultraterreno e l’extraterrestre rappresentano tuttavia un argomento di discussioni molto feconde anche nei paesi occidentali, dove tendono da tempo a stimolare in particolare una serie di riflessioni riguardo all’impatto che l’eventuale scoperta di forme di vita extraterrestri avrebbe sulle religioni. Ci si chiede, per esempio, se la certezza di non essere l’unico pianeta a ospitare la vita sarebbe un elemento problematico per i culti religiosi o se, al contrario, rafforzerebbe alcune delle ragioni alla base della fondazione stessa di quei culti. O anche, come ipotizzato dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, se la scoperta di specie extraterrestri darebbe vita a religioni del tutto nuove.

– Ascolta anche: Il James Webb Space Telescope con Amedeo Balbi

Un sondaggio condotto nel 2021 dal Pew Research Center su circa 10 mila americani indicava che le persone molto religiose – praticanti e persone che pregano ogni giorno – tendono a essere scettiche sulla possibilità di vita extraterrestre, in misura significativamente maggiore rispetto alle persone meno credenti.

Secondo un’indagine condotta nel 2011 dall’associazione scientifica britannica Royal Society e basata su oltre 1.300 risposte fornite da individui di varie fedi religiose in tutto il mondo, circa il 90 per cento dei credenti riteneva la scoperta di vita extraterrestre intelligente un’eventualità comunque non sufficiente a provocare un indebolimento delle loro fedi né un danno per la religione in cui credevano. Circa due terzi delle persone intervistate ritenevano tuttavia che quell’eventualità sarebbe invece stata un problema per i credenti di religioni diverse dalla propria.

La conclusione della Royal Society fu che l’incontro con un’intelligenza extraterrestre non lascerebbe i teologi senza lavoro, e che anzi si sarebbero verosimilmente trasformati in una sorta di «astroteologi» – termine coniato nel 1714 dal teologo inglese William Derham – per rivedere le nozioni religiose tradizionali interpretandole o rielaborandole alla luce di una nuova e più ampia visione della creazione di Dio. Che è peraltro una posizione già in parte accettata e sostenuta da alcuni nella Chiesa cattolica.

«Come esiste una molteplicità di creature sulla Terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio», disse nel 2008 l’astronomo e gesuita argentino José Gabriel Funes, ex direttore della Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico pontificio.

Guy Consolmagno

Il gesuita e astronomo statunitense Guy Consolmagno, dal 2015 direttore della Specola Vaticana, all’Accademia americana a Roma, al Gianicolo, il 15 aprile 2011 (AP Photo/Gregorio Borgia)

Altre persone sostengono invece che la scoperta di vita extraterrestre porrebbe nuove domande e questioni teologiche fondamentali riguardo alla storia dell’origine dell’umanità e al senso della vita, questioni che potrebbero a loro volta influenzare il modo in cui gli esseri umani si comportano come specie.

La teologia non è generalmente compresa nel gruppo di discipline che fanno parte dell’astrobiologia, un ambito di studi interdisciplinare che si occupa delle condizioni, dell’evoluzione e della distribuzione di possibili forme di vita nell’Universo. Ma nel 2015 la NASA cofinanziò attraverso una borsa da 1,1 milioni di dollari un programma del Center for Theological Inquiry (CTI), un istituto di ricerca ecumenico non profit con sede a Princeton, New Jersey, che studia «le implicazioni sociali dell’astrobiologia».

Andrew Davison, sacerdote e teologo inglese dell’Università di Cambridge con un dottorato in biochimica a Oxford, fu tra i 24 teologi coinvolti dal CTI nel programma cofinanziato dalla NASA e terminato nel 2017. «La scoperta di vita extraterrestre potrebbe avvenire tra 10 anni oppure solo nei prossimi secoli oppure mai, ma se e quando avverrà sarà stato utile aver pensato in anticipo alle implicazioni», ha scritto Davison nell’anticipazione di un suo prossimo libro pubblicata dal quotidiano Times.

La gran parte dei teologi che hanno affrontato questa discussione fin dal Medioevo, ha affermato Davison, ammetterebbe con relativa facilità l’estensione oltre la Terra del potere divino di creare la vita. Secondo il reverendo Alan Wilson, vescovo della Chiesa anglicana di Buckingham, anche lui contattato dal Times, la comunità cristiana è ormai largamente d’accordo nel ritenere la storia della Genesi un racconto allegorico piuttosto che un testo da prendere alla lettera.

Neppure da una prospettiva ebraica, secondo il rabbino Jonathan Romain della sinagoga di Maidenhead, nel Berkshire, la scoperta di altri mondi o di altre forme di vita rappresenterebbe un grande problema teologico. Fu un argomento peraltro discusso da alcuni rabbini medievali, i quali conclusero che «non ci fosse nulla nel Tanàkh [la Bibbia ebraica] che negasse la possibilità di una vita extraterrestre». La cosa che potrebbe semmai cambiare in conseguenza di una scoperta simile, secondo Romain, è «la visione del mondo incentrata sugli esseri umani e l’idea che il mondo sia stato creato esclusivamente per il loro bene».

L’imam della moschea della Mecca a Leeds, Qari Asim, parlando anche lui con il Times, ha indicato un versetto del Corano che alcuni interpretano come un’allusione alla possibilità di altri mondi popolati da esseri viventi (42, 29: «Tra i suoi segni vi è la creazione dei cieli e della terra e degli esseri viventi che vi ha sparso»). Ha poi detto che il Corano «parla dell’invio di un messaggero a ogni comunità», e che «se crediamo che esistano comunità su altri pianeti, allora potrebbe aver avuto luogo anche là una sorta di rivelazione di Dio».

– Leggi anche: Cos’è la sharia, spiegato bene

Il Times ha sentito lo scienziato Carl Pilcher, a capo del programma di astrobiologia della NASA dal 2005 al 2016 e peraltro responsabile di diverse missioni tra cui quella del telescopio spaziale Kepler. «È quasi certo che la vita esista altrove. È inconcepibile per quasi chiunque in questo campo che, nella storia dell’Universo, la vita sia esistita solo su questa pallina di roccia attorno a una stella di medie dimensioni in questo unico posto», ha detto Pilcher.

Ci sono diverse ragioni a sostegno di una certa fiducia nella possibilità che esistano forme di vita al di fuori del Sistema solare. Erano noti circa 50 esopianeti, nel 2000, e quasi 850 nel 2013, situati in oltre 800 sistemi planetari. A oggi, è stata confermata l’esistenza di quasi 5.000 esopianeti, alcuni dei quali hanno dimensioni simili a quelle della Terra e occupano una zona “abitabile” attorno alla loro stella.

cometa neowise

La cometa Neowise nel cielo notturno oltre una chiesa di campagna vicino a Elmdale, in Kansas, il 21 luglio 2020 (AP Photo/Charlie Riedel)

Pilcher si è espresso riguardo alle implicazioni che la scoperta di vita extraterrestre avrebbe sulle religioni, sostenendo che con ogni probabilità la vita al di là della Terra sarebbe largamente interpretata come «parte della creazione» e comporterebbe problemi soltanto all’interno delle visioni più rigide e «fondamentaliste» delle dottrine. Motivando le ragioni della crescita di interesse della NASA per l’astrobiologia negli ultimi 25 anni, Pilcher ha poi detto che l’obiettivo di alcune figure di spicco dell’Agenzia era di dedicare maggiore attenzione a «questioni che prima del XX secolo erano state in gran parte appannaggio della filosofia, della teologia e della religione» ma senza il supporto delle conoscenze rese possibili dagli strumenti inventati alla fine del Novecento.

Il finanziamento della NASA al programma del CTI fu tuttavia contestato da una parte della comunità scientifica, perplessa riguardo all’idea che una parte dei fondi del governo venisse investita a beneficio di istituti di ricerca teologica. La Freedom From Religion Foundation (FFRF), organizzazione americana non profit che promuove la separazione tra Chiesa e Stato, inviò alla NASA nel 2016 una lettera in cui definiva la teologia un metodo per «preservare e perpetuare l’ignoranza» e chiedeva la revoca del finanziamento al CTI, giudicato «incostituzionale e inutile» e «un grave uso improprio dei fondi pubblici».

Commentando la lettera della FFRF in un articolo su BBC Future il giornalista americano Brandon Ambrosino, dottorando in Teologia ed Etica alla Villanova University, in Pennsylvania, obiettò che la teologia potrebbe invece rivelarsi una risorsa nel caso in cui emergessero, a seguito della scoperta di forme di vita extraterrestri, domande che vanno oltre i limiti della scienza e che richiedessero un approccio olistico. Per esempio, si chiese, «quando chiediamo: “Cos’è la vita?”, stiamo ponendo una domanda scientifica o teologica?».

Un’altra delle questioni poste da un’eventuale esistenza conclamata di vita extraterrestre riguarderebbe la nostra supposta unicità, una nozione molto trattata nelle religioni abramitiche – l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam – ma apertamente in contrasto con uno dei principi guida del SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), programma scientifico statunitense dedicato alla ricerca di vite extraterrestri nell’Universo, portato avanti dall’organizzazione scientifica privata SETI Institute e ideato negli anni Sessanta dall’astronomo Frank Drake e da scienziati influenti come l’astronomo e divulgatore scientifico Carl Sagan. In base al cosiddetto principio di mediocrità, infatti, non c’è niente di speciale nello stato né nella posizione della Terra nell’Universo.

– Leggi anche: Con questa musica parliamo agli alieni

Si tratterebbe tuttavia di un’incompatibilità soltanto apparente, osservò Ambrosino, dal momento che la relazione tra Dio e gli esseri umani «non ha mai richiesto una teologia incentrata sulla Terra», né i testi sacri sostengono l’ipotesi di una presunta unicità del nostro mondo. Inoltre l’idea che un fenomeno sia “speciale”, come l’umanità lo è per Dio in un qualche senso più o meno condiviso, non implica necessariamente che quel fenomeno sia unico, irripetibile e isolato.

Come sostenuto da Ted Peters, docente emerito di Teologia ed Etica al Pacific Lutheran Theological Seminary a Berkeley, in California, la scoperta di vita extraterrestre non cambierebbe «l’amore di Dio per la vita terrestre, proprio come l’amore di un genitore per un figlio non è compromesso dal fatto che quel bambino abbia un fratello o una sorella».

menorah

Una grande “menorah”, la tipica lampada ebraica, durante la Festa delle Luci (Hanukkah) a Philadelphia, in Pennsylvania, il 3 dicembre 2013 (AP/Matt Rourke)

Altri problemi di interpretazione potrebbero emergere per le religioni che affermano di aver acquisito la dottrina direttamente da Dio attraverso una “rivelazione”. Chiedersi se quella stessa rivelazione valga per un’eventuale vita extraterrestre, secondo Ambrosino, sarebbe tuttavia un esercizio superfluo perché in ogni caso non invaliderebbe le affermazioni riguardo alla rivelazione divina delle religioni della Terra. Non è necessario «immaginare che Dio riveli le stesse verità nello stesso modo a tutta la vita intelligente nell’Universo», e i diversi modi in cui eventuali civiltà extraterrestri potrebbero comprendere il Divino «potrebbero essere tutti compatibili tra loro».

Un interrogativo teologico rilevante per il Cristianesimo sarebbe inoltre chiedersi se la redenzione attraverso la morte e la risurrezione di un essere umano del I secolo chiamato Gesù di Nazaret possa eventualmente essere estesa ad altre forme di vita, plausibilmente completamente ignare della sua storia. Una riflessione in merito fu espressa, tra gli altri, dal politico e intellettuale britannico Thomas Paine, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, che in un passaggio del libro del 1794 L’età della ragione definì l’ipotesi che Dio abbia creato una pluralità di mondi, «almeno tanto numerosi quanto quelli che chiamiamo stelle», sufficiente a rendere la religione cristiana «insignificante e ridicola».

Se la salvezza cristiana è possibile soltanto per le creature i cui mondi abbiano sperimentato un’incarnazione divina, scrisse Ambrosino riprendendo le ipotesi di Paine, una conseguenza di questo ragionamento potrebbe essere pensare che un’incarnazione si verifichi in tutti i mondi dell’Universo, e che in ciascuno di essi Dio «venga puntualmente crocifisso per poi risorgere». Ed è questa l’idea che a Paine sembrò massimamente assurda e sufficiente a rifiutare il Cristianesimo.

Ma un modo diverso di affrontare la questione, secondo Ambrosino, potrebbe essere banalmente supporre che l’incarnazione di Dio nella storia della Terra “funzioni” per tutte le creature di tutto l’Universo, ipotesi peraltro esplicitata dall’astronomo e gesuita americano George Coyne, ex direttore della Specola Vaticana. «Come potrebbe Dio essere Dio, e lasciare gli extraterrestri nel loro peccato? È profondamente radicata nella teologia cristiana la nozione dell’universalità della redenzione e persino la nozione che tutta la creazione, anche l’inanimato, partecipi in qualche modo alla redenzione divina», scrisse Coyne in un libro del 2010, Many Worlds: The New Universe, Extraterrestrial Life and the Theological Implications, citato da Ambrosino.

Così come, secondo un’altra ipotesi, è possibile che non tutte le creature dell’Universo siano «macchiate dal peccato di Adamo ed Eva» e necessitino di essere salvate, bensì soltanto quelle della Terra.

– Leggi anche: Gli animali vanno in paradiso?

Definendo l’Islam una religione «molto localizzata», Ambrosino segnalò poi un problema più specifico che potrebbe riguardare le religioni che pongono particolare attenzione ai rituali quotidiani rispetto ad altre religioni. «Se esistessero degli extraterrestri e vivessero a grande distanza dalla Terra, come determinerebbero la direzione della Mecca, cinque volte al giorno, per la preghiera?», si chiese l’astronomo americano David Weintraub nel libro del 2010 Religions and Extraterrestrial Life: How Will We Deal With It?.

Interrogativi come questo – chiedersi cosa sarebbe richiesto a un alieno per considerarsi partecipe di una religione terrestre – sono utili, secondo Ambrosino, a rendere più evidente un aspetto delle religioni in generale: un certo loro «tribalismo» intrinseco, parte essenziale della costruzione di un’identità.

Jabal al-Nur

Un pellegrino prega sul monte Jabal al-Nur alla Mecca, il 6 agosto 2019 (Ashraf Amra/APA Images via ZUMA Wire)

In un racconto del 1974 intitolato On Venus, Have We Got a Rabbi!, il saggista e giornalista americano Philip Julian Klass, noto per il suo lungo impegno nella demistificazione delle teorie sulle origini extraterrestri degli UFO, immagina lo svolgimento della prima «Conferenza Neosionista Interstellare dell’Universo» della comunità ebraica sul pianeta Venere, in un ipotetico futuro, e che a quella conferenza prenda parte anche una specie aliena intelligente di nome Bulba, dopo un lungo viaggio dal quarto pianeta di una stella lontana chiamata Rigel.

Sconcertati dall’aspetto fisico maculato e tentacolare dei Bulba, scrive Klass, gli ebrei presenti alla conferenza decidono che quegli esseri non possono essere considerati umani e quindi nemmeno ebrei. Un tribunale di rabbini è quindi chiamato a stabilire come gli ebrei dovrebbero accogliere le creature provenienti da altri pianeti lontani nell’Universo e che chiedessero di far parte della comunità ebraica. «Supponiamo di trovare un’entità pensante il cui corpo non sia altro che energia, cosa diciamo? “No, sei del tutto inaccettabile”? Come sappiamo per certo che lo sia?».

I rabbini nel racconto di Klass la risolvono concludendo che possono certamente esistere delle evidenti somiglianze tra gli ebrei e altre popolazioni non-israelite (gòi, i non ebrei), magari per il modo in cui vivono, si comportano, pregano e osservano lo Shabbat. Ma questo non è sufficiente a stabilire un’identità tra gli uni e gli altri. «Mettiamola così: ci sono ebrei – e ci sono ebrei. I Bulba appartengono al secondo gruppo».

Il racconto comico di Klass, secondo Ambrosino, ha la capacità di far emergere un tratto comune a molte religioni.

La dichiarazione di qualsiasi identità ha il potenziale per dividere il mondo in gruppi: noi e loro. Ma quando è coinvolta la religione, quella separazione assume una dimensione cosmica: noi e loro, e Dio è dalla nostra parte. Questa è sempre stata una delle sfide della conversione interculturale, che spesso ha il compito di negoziare e non annullare tali confini.

Ragionare intorno alle ipotesi sugli extraterrestri, da questo punto di vista, potrebbe anche servire a riflettere sulla convivenza tra le persone e le popolazioni che hanno religioni diverse. «Se i cristiani occidentali possono imparare a rispettare le esperienze religiose degli alieni di buona volontà che rispondono a modo loro al divino, forse saranno in grado di applicare gli stessi principi imparando a vivere in modo più pacifico con i musulmani sulla Terra, e viceversa», scrisse Ambrosino.

In conclusione, è in genere ritenuto improbabile che l’eventuale futura scoperta di forme di vita extraterrestre avvii un percorso verso il superamento delle religioni sulla Terra, come ipotizzato da alcuni. Questa ipotesi, secondo diverse riflessioni sul tema, tende a sottostimare la capacità di adattamento ai diversi paradigmi ampiamente dimostrata – salvo eccezioni storiche degne di nota – da quelle esistenti e più longeve. Capacità di adattamento che, secondo Ambrosino, «è una prova del fatto che c’è qualcosa nella religione che risuona con gli umani a un livello di base».

Per Weintraub, l’astronomo americano autore del libro Religions and Extraterrestrial Life, le religioni moderne hanno storicamente dimostrato di avere «sufficiente destrezza teologica» per sopravvivere alle consuete sfide alla dottrina e alla fede determinate dalla «sempre più sofisticata conoscenza del mondo naturale da parte dell’umanità», come attestato per esempio dall’adattamento della Chiesa cattolica all’eliocentrismo. Fatta eccezione per alcune sette fondamentaliste, secondo Weintraub, le principali religioni abramitiche «sono abbastanza solide da accogliere le notizie dirompenti e di rottura del paradigma che la scoperta della vita extraterrestre genererebbe».