Il presidente del Red Sea International Film Festival, Mohammed Al-Turki, insieme a Naomi Campbell (AP Photo/Amr Nabil)
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  • martedì 28 Dicembre 2021

Cosa ci dice dell’Arabia Saudita il festival internazionale del cinema di Gedda

Le grandi iniziative culturali del regime per cambiare l'immagine del paese stanno proseguendo, ma tra moltissimi ostacoli

Il presidente del Red Sea International Film Festival, Mohammed Al-Turki, insieme a Naomi Campbell (AP Photo/Amr Nabil)

In Arabia Saudita si è concluso da poco il Red Sea International Film Festival, un grande festival internazionale del cinema alla sua prima edizione. Il festival si è tenuto a Gedda, città portuale sul mar Rosso e la seconda più grande del paese dopo la capitale, Riyad. Sono stati presentati più di 100 film da 67 paesi diversi, e c’erano ospiti molto noti, tra cui la modella britannica Naomi Campbell.

Fino a qualche anno fa una cosa del genere sarebbe stata impensabile in Arabia Saudita, paese in cui i cinema hanno riaperto solo nel 2018, dopo un divieto durato 35 anni.

Il festival, così come diverse altre iniziative precedenti, è stato parte della più ampia strategia del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman finalizzata a migliorare l’immagine internazionale del paese, considerato uno dei più intransigenti e radicali del mondo arabo. È un tema di cui si è discusso molto negli ultimi anni, e che ha prodotto numerose divisioni, anche in Italia: governi e media occidentali sono stati infatti accusati di avere subìto un certo “innamoramento” delle nuove politiche di bin Salman, che però nel frattempo ha continuato a reprimere i dissidenti e governare in maniera autoritaria il suo paese.

Tra le altre cose, bin Salman è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018.

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Tra le iniziative adottate negli ultimi anni da bin Salman ci sono state la riapertura dei teatri, grandi investimenti per la costruzione di nuovi musei, l’approvazione di una norma per permettere alle donne di guidare e nuove regole per favorire il turismo straniero.

Ancora oggi il regime saudita sta investendo denaro e risorse nel tentativo di diventare una “capitale culturale”, in particolare attingendo dall’enorme ricchezza accumulata grazie al mercato petrolifero. A occuparsene è soprattutto il MISA (il ministero per gli Investimenti), creato nel 2020 per seguire la realizzazione dell’ambiziosissimo piano chiamato Vision 2030, un insieme di riforme che dovrebbero essere adottate con l’obiettivo principale di rendere il paese indipendente dall’andamento dei mercati petroliferi entro il 2030.

Il cinema è uno dei settori della cultura su cui l’Arabia Saudita sta investendo di più.

Il regime sta costruendo sale e studi cinematografici, sta finanziando produzioni locali (degli oltre 100 film presentati al festival di Gedda, 27 erano stati prodotti in Arabia Saudita) e sta creando programmi di formazione interni e all’estero per molti registi sauditi. Sta inoltre cercando di convincere grosse produzioni cinematografiche straniere a girare sul proprio territorio, mettendo per esempio a disposizione i mezzi aerei del governo per realizzare scene spettacolari nel deserto.

L’obiettivo, ha detto Bahaa Abdulmajeed, funzionario del ministero per gli Investimenti, è rendere il mercato cinematografico saudita quello «con la crescita più rapida del mondo», e avere 2.600 cinema entro il 2030 (ad oggi sono 430).

L’Arabia Saudita sta investendo anche su altri fronti, come l’arte, la cucina e la musica. Una delle iniziative più spettacolari è il Soundstorm Festival, un grande festival di musica elettronica che si tiene in un’area desertica a nord di Riyad, con palchi enormi e fuochi d’artificio. Quest’anno hanno partecipato oltre 200 artisti, alcuni dei quali molto noti, come David Guetta, con un pubblico di migliaia di persone, uomini e donne insieme.

Dal 2019 esiste anche il Saudi Seasons, un’iniziativa che prevede svariati festival di cultura e intrattenimento in più parti del paese: ad oggi hanno partecipato circa 6 milioni di persone. Quello di Riyad, iniziato a ottobre e che durerà fino a marzo, prevede circa 7.500 eventi tra musica, sport, cucina e cultura.

Gli investimenti prevedono anche parchi divertimento, parchi acquatici e strutture sportive. Lo scorso ottobre, per esempio, il regime aveva detto che avrebbe trasformato una piattaforma petrolifera in un enorme parco di lusso per sport estremi, grande circa 150mila metri quadri, con 3 hotel, 11 ristoranti, montagne russe e strutture per fare esperienze adrenaliniche come il paracadutismo e il bungee jumping.

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Nonostante gli ingenti investimenti, non è detto che il regime riesca a trasformare l’Arabia Saudita in una “capitale culturale” del Medio Oriente, come si era prefissato.

Se da una parte il rilassamento di alcune norme sociali e la promozione di tutte queste attività soddisfano sicuramente lo stile di vita e i gusti della popolazione più giovane (il 70 per cento della popolazione saudita ha meno di 35 anni), dall’altra le norme imposte dal regime restano tra le più severe della regione e continuano a essere un ostacolo per molti lavoratori occidentali che potrebbero decidere di trasferirsi per lavoro.

In Arabia Saudita è ancora illegale bere alcol e le coppie non sposate non possono convivere. Norme così restrittive ostacolano anche le attività culturali. Il New York Times ha raccontato per esempio dei problemi affrontati dalla regista saudita Haifaa al-Mansour, che per girare il film Wadjda (La bicicletta verde, il titolo italiano), ha dovuto comunicare con i suoi collaboratori maschi dal retro di un furgone, con un walkie talkie, perché non le era permesso stare al loro fianco.

Negli ultimi anni, inoltre, sono stati diversi i personaggi noti a livello internazionale che hanno deciso di boicottare gli eventi sauditi a causa della pessima reputazione del paese sul rispetto dei diritti umani: lo ha fatto per esempio la rapper statunitense Nicky Minaj, nel 2019, dopo essere stata aspramente criticata da svariati gruppi di attivisti per aver inizialmente accettato di fare un concerto a Gedda.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman sta infine incontrando le resistenze dei religiosi e dei settori più conservatori della società saudita, che sono molto influenti e che già in passato avevano osteggiato i suoi provvedimenti, come la riapertura di cinema e teatri e l’organizzazione di concerti.

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