Due artisti sauditi a una mostra a Gedda nel 2015 (Jordan Pix/ Getty Images)

L’Arabia Saudita vuole diventare un importante centro d’arte

Ha presentato un piano per la costruzione di molti importanti musei: uno dovrebbe ospitare il "Salvator Mundi" di Leonardo

Due artisti sauditi a una mostra a Gedda nel 2015 (Jordan Pix/ Getty Images)

L’Arabia Saudita ha presentato un ambizioso piano di apertura di nuovi musei, con l’obiettivo di diventare un importante centro internazionale d’arte. Insieme alle nuove regole introdotte lo scorso settembre per favorire il turismo straniero, il piano fa parte dell’ambizioso progetto “Vision 2030”, ideato dal potente principe ereditario Mohammed bin Salman per rendere l’Arabia Saudita indipendente dall’andamento dei mercati petroliferi entro il 2030, e per riformare alcuni degli aspetti più conservatori della società.

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Il Wall Street Journal ha parlato con persone vicine alla famiglia reale per capire meglio le intenzioni del regime, e ha scritto che uno dei nuovi musei potrebbe ospitare il Salvator Mundi, il dipinto di Leonardo – anche se alcuni storici pensano sia opera di suoi collaboratori – che venne venduto all’asta da Christie’s nel 2017 per 450 milioni di dollari (381 milioni di euro), diventando l’opera d’arte più costosa di sempre. Da allora l’opera non è mai stata esposta e non se ne sa molto.

Era stata acquistata dal principe saudita Bader bin Abdullah bin Mohammed, ufficialmente per conto del museo del Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma il museo non l’hai mai ospitata e ora è conservata in Arabia Saudita, in attesa di essere esposta.

Nel giugno del 2018, il principe Bader venne scelto da Mohammed bin Salman per guidare il primo ministero della Cultura saudita, con il compito di rafforzare i legami con il mondo dell’arte internazionale. Da allora Bader ha fatto acquisti importanti alle aste, tra cui opere di Pablo Picasso, Jean-Michel Basquiat, Yayoi Kusama e David Hockney. Il piano che il suo ministero ha appena annunciato prevede l’apertura, nei prossimi dieci anni, di una decina di importanti istituzioni artistiche nelle grandi città, più altri musei minori. L’obiettivo è far entrare grazie al turismo circa 27 miliardi di dollari all’anno nelle casse dello stato.

Stefano Carboni, italiano che è a capo della Commissione saudita dedicata ai musei, ha spiegato che i musei non ospiteranno solo opere internazionali, ma anche artisti contemporanei locali e opere saudite del passato, e che saranno quindi interessanti per i cittadini sauditi.

Carboni ha il delicato compito di rendere l’offerta artistica dell’Arabia Saudita appetibile per un pubblico d’arte internazionale, senza però tradirne l’identità. Per qualsiasi paese occidentale, sarebbe naturale trattare il Salvator Mundi come il fiore all’occhiello dell’offerta museale, ma in Arabia Saudita sarebbe una scelta scollata e incoerente con la cultura del paese: è infatti un’opera d’arte con una potente simbologia cristiana, in un paese profondamente islamico. Come ha spiegato Carboni, «è una questione di percezione. Che idea darebbe dell’identità islamica mettere quel dipinto su un poster?»

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Una soluzione che Carboni sta valutando è costruire un importante museo dedicato all’arte occidentale, che ospiterebbe il Salvator Mundi, e un altro dedicato all’arte islamica e saudita. Carboni è a capo della Commissione dal febbraio 2020, dopo essere stato per 16 anni curatore del dipartimento di arte islamica del Metropolitan Museum di New York.

Oltre a trovare la giusta selezione di opere da esporre, l’Arabia Saudita fa fatica a farsi strada nella comunità artistica internazionale a causa della brutalità del suo regime autoritario: uccide e imprigiona i dissidenti, limita moltissime libertà, non permette il giornalismo indipendente, non dà diritti alle donne ed è accusato di avere avviato un programma di riforme solo con lo scopo di “ripulirsi la faccia” di fronte ai propri alleati occidentali.

Quando i curatori della biennale californiana Desert X decisero di organizzare un’edizione ad Al-Ula, in Arabia Saudita appunto, lavorando con artisti locali, tre membri del suo comitato d’amministrazione si dimisero per protesta contro il regime. Il paese si trova in una situazione già affrontata dalla Cina e dal Qatar, quando una decina di anni fa iniziarono ad arricchire e a diversificare la loro offerta culturale e che ora sono considerati centri artistici mondiali.

I musei più importanti saranno costruiti nella città costiera di Gedda, dove esiste una interessante scena artistica, nella capitale Riad, e ad Al-Ula, dove si trova uno dei siti archeologici più importanti del paese.

Nel 2022 verrà inaugurato a Gedda il museo del Mar Rosso, dedicato alle diverse culture e al commercio che plasmò la città costiera; ci sarà anche un museo dedicato al compositore Tariq Abdul Hakim, autore dell’inno nazionale. Riad ospiterà nella sede del KAPSARC (un think tank che si occupa di energia) progettata da Zaha Hadid un grandioso museo dedicato al petrolio e alle sue raffigurazioni nell’arte. Sono già state acquisite almeno 50 opere, altre sono state commissionate ad artisti sauditi; l’elenco dei 150 pezzi da comprare conta anche lavori di Andy Warhol, che mostrano incidenti di auto, di Edward Hopper e di Ed Ruscha, che raffigurano stazioni di benzina. Il Museo nazionale dell’Arabia Saudita, aperto da 20 anni, verrà rinnovato per soddisfare gli standard internazionali. Ad Al-Ula verranno aperti almeno sette piccoli musei, sia di arte antica, sia contemporanea.

Il governo si sta anche impegnando nella conservazione dei Beni culturali, promuovendo la riscoperta e il restauro di antiche opere locali. Ha creato una speciale commissione per Al-Ula, che negli ultimi due anni ha investito un miliardo di dollari nella regione per trasformarla in un centro archeologico paragonabile a quello di Petra, in Giordania.

L’arte saudita mescola insieme opere beduine, influenze dell’impero ottomano ed elementi di arte europea. Tra i suoi artisti più famosi del Novecento c’è Abdulhalim Radwi, morto nel 2006 e considerato una specie di Picasso saudita: divenne celebre negli anni Sessanta dipingendo paesaggi cubisti e scene di deserto e calligrammi. Dopo le insurrezioni del 1979, gli artisti ebbero una vita più difficile, ci furono arresti, ingerenze da parte della polizia religiosa, un generale isolamento dal contesto internazionale e le scuole d’arte vennero chiuse.

Oggi gli artisti hanno maggiore libertà creativa. Alcuni, come Ahmed Mater, Abdulnasser Gharem e Ahmad Angawi, usano materiali inusuali come magneti, stampe, microfoni e pellicole a raggi X, considerati dagli esperti un modo per criticare il regime. Sarah Abu Abdallah ha coltivato in una galleria d’arte una varietà tradizionale di pomodori ora diventata molto rara, Dana Awartani si è filmata mentre spazzava un pavimento ricoperto di sabbia colorata, con i capelli sciolti e non nascosti dal velo.

Alcuni artisti sauditi hanno manifestato impazienza davanti alle critiche per le ambizioni culturali del paese. La curatrice saudita Ranem Farsi ha per esempio detto «Perché i politici devono venire sempre collegati a ogni cosa che facciamo? Gli artisti in America non si devono difendere. Tutte le polemiche contro di noi sembrano solo pigrizia culturale».