Angelo Burzi (foto da Facebook)
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  • lunedì 27 Dicembre 2021

Il suicidio di un ex consigliere regionale piemontese coinvolto nel caso “Rimborsopoli”

Angelo Burzi era stato condannato dopo otto anni di processo, e secondo chi gli era vicino si sentiva innocente

Angelo Burzi (foto da Facebook)

Le lettere lasciate ai familiari e agli amici più stretti dall’ex consigliere regionale piemontese Angelo Burzi prima di uccidersi la sera di Natale hanno fatto riparlare del processo in cui era stato coinvolto, quello legato al caso che venne chiamato all’epoca “rimborsopoli” e che coinvolse nel 2013 numerosi consiglieri e il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota. Nelle lettere, indirizzate una alla moglie, una alle figlie e una ai cinque amici più cari, Burzi avrebbe fatto esplicitamente riferimento alla condanna che aveva ricevuto in appello, secondo quanto ha detto ai quotidiani lo stesso Cota.

Lo scorso 14 dicembre Burzi era stato condannato a tre anni per concussione, dopo un lunghissimo processo concluso in un secondo procedimento in appello a otto anni dalla contestazione dei fatti e dopo quattro gradi di giudizio (ne manca ancora un quinto, la Corte di Cassazione dovrà decidere se confermare le condanne inflitte o rimandare a un nuovo processo). Burzi era accusato di essersi fatto rimborsare con i fondi pubblici le spese sia per la realizzazione di un video per la campagna elettorale del 2010, sia per pranzi e cene che secondo i magistrati non erano inerenti all’attività di consigliere regionale.

L’edizione torinese di Repubblica riporta le parole di Giovanna Perino, la moglie di Burzi, secondo cui «si è ucciso perché si sentiva innocente, lo ha fatto perché era innocente». Ha poi aggiunto: «La sua è stata una condanna politica, è stato perseguitato per quasi dieci anni». Giovanna Perino ha anche smentito le voci che erano circolate dopo la notizia della morte e cioè che il marito si sarebbe ucciso perché aveva scoperto di avere una grave malattia.

La sera di Natale Burzi è rimasto da solo in casa perché la moglie era andata a cena da parenti. Prima di uccidersi ha chiamato i carabinieri spiegando che cosa aveva intenzione di fare, e chiedendo di fare in modo che non fosse la moglie a trovare il corpo.

Aveva 73 anni, era un ingegnere elettronico e imprenditore ed era stato tra i fondatori di Forza Italia in Piemonte, nel 1993. Di orientamento liberale, fu eletto per la prima volta in consiglio regionale nel 1995 e poi di nuovo nel 2000, nel 2005 e nel 2010. Nel 2012 fondò il gruppo Progett’Azione, sempre nell’area del centrodestra. Fu assessore al bilancio dal 1997 al 2002, e tra il 1996 e il 1997 presidente della commissione speciale per la revisione dello statuto regionale.

Nell’aprile del 2013 Burzi fu tra i 52 consiglieri regionali a cui la Guardia di finanza consegnò un avviso di garanzia: la procura di Torino aveva avviato un’indagine sui fondi pubblici messi a disposizione dei gruppi consiliari e che, secondo i pubblici ministeri, erano stati spesi in maniera impropria, con molta leggerezza e non solo per impegni istituzionali. Tra le spese contestate c’erano, oltre a cene e a materiale elettorale, pneumatici per l’auto, panettoni e spumanti, buoni benzina, borse di lusso, gioielli, massaggi e mobili acquistati per il proprio appartamento.

Al presidente regionale Roberto Cota venne contestato l’acquisto di quelle che furono definite sui giornali “le mutande verdi”. Cota, durante il processo di primo grado, replicò definendole una «ignobile trovata mediatica» a causa della quale aveva subito «uno tsunami devastante». L’ex presidente regionale disse che a Boston, negli Stati Uniti, dove si era recato per un viaggio istituzionale, aveva acquistato un paio di pantaloni corti che i giornali avevano trasformato in «mutande verdi». Lo scontrino poi, secondo la sua versione, era finito per errore nelle spese da rimborsare.

Durante il processo di primo grado Burzi disse davanti ai giudici: «Il peculato è l’accusa più infamante per un amministratore pubblico». Disse anche che si sentiva oppresso dalle accuse che gli venivano contestate, tutte relative a rimborsi per cene e pranzi e per iniziative elettorali o legislative. Enzo Ghigo, ex presidente della regione Piemonte dal 1995 al 2005, ha detto alla Stampa che la vicenda era stata per Burzi molto dolorosa. Secondo Ghigo c’erano state «indubbie storture commesse da alcuni» ma anche il coinvolgimento di «politici retti e onesti convinti in buona fede, secondo le regole allora vigenti, di non aver mai commesso illeciti». Ha detto la moglie di Burzi parlando con Repubblica: «Se avesse voluto arricchirsi avrebbe trovato il modo, non certo con i buoni pasto e le cene rimborsate».

Il processo di primo grado si svolse nel marzo del 2016. I pubblici ministeri Giancarlo Avenato Bassi ed Enrica Gabetta chiesero condanne con pene dai 2 anni e 4 mesi ai 4 anni e 4 mesi. Dissero durante la requisitoria: «In questi scontrini c’è di tutto, non è la magistratura che sta facendo i conti alla politica, quanto successo è patetico, qua siamo veramente fuori dal mondo». La giudice Silvia Bersano Begey, che Burzi ha citato nelle sue lettere, assolse lo stesso Burzi, Cota e altri 14 consiglieri, condannandone 10. Il processo d’appello, nel 2018 ribaltò la sentenza: tutti i consiglieri furono condannati. Per Burzi la pena stabilita fu di 2 anni e 4 mesi.

Nel novembre 2019 la Corte di Cassazione decise per un nuovo processo d’appello per la rideterminazione delle pene. Un consigliere, Riccardo Molinari, fu assolto definitivamente. Nel secondo processo d’appello, che si è concluso il 14 dicembre, la pena di Burzi era stata aumentata a tre anni in quanto capogruppo all’epoca dei fatti, e per questo ritenuto maggiormente responsabile. Le accuse nei suoi confronti riguardavano inoltre due legislature: gli era stata così imputata la continuazione del reato.

Cota, che era stato condannato a un anno e sette mesi, ha detto al Corriere della Sera: «Sono state fatte delle ingiustizie tremende: le spese contestate ad Angelo Burzi, come quelle addebitate a me, erano del tutto comparabili con le spese di altri consiglieri che, a mio parere, sono stati giustamente prosciolti in altri gradi di giudizio. C’è stata una inspiegabile differenza di risultati. Per questo credo sia necessario un serio approfondimento pubblico della vicenda».

Nel giugno del 2020 Burzi era stato condannato anche dalla Corte dei Conti a rimborsare 27mila euro alla Regione Piemonte per i contributi spesi irregolarmente nel 2013 e 2014 quando era presidente del gruppo consiliare di Progett’Azione. Si era difeso da quell’accusa dicendo che il denaro era servito in parte a pagare una consulenza ingegneristica legata a un futuro progetto di legge. Nel settembre del 2020 sempre la Corte dei Conti lo aveva condannato a pagare alla Regione Piemonte 10.429 euro come risarcimento per il danno all’immagine provocato all’ente per «l’appropriazione derivante dal contributo di funzionamento per i gruppi consiliari regionali».

Dopo la morte di Burzi molti esponenti piemontesi del centrodestra hanno chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta che indaghi sulle disparità di giudizio messe in atto dai magistrati nel corso dei vari procedimenti.

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Dove chiedere aiuto
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Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.