Il prosecco come stile di vita

La storia della famiglia Furlan: da mezzadri a piccoli produttori nell’area Patrimonio dell’umanità, da Conegliano a Valdobbiadene

La Cantina Furlan è a San Vendemiano in provincia di Treviso. È una azienda agricola di medie dimensioni a gestione famigliare, come ce ne sono molte nella zona storica del prosecco che da Conegliano si sviluppa fino a Valdobbiadene.

Nella zona ci sono anche realtà diverse: aziende di grandi dimensioni e cooperative che commercializzano il prosecco in tutto il mondo e producono enormi quantità di vino. Il cuore dell’economia è il sistema di piccole imprese.

Nel racconto di questa tappa di Strade Blu parliamo di un’esperienza che non ha l’ambizione di raccontarle tutte. Ci interessa il percorso parallelo tra la produzione del vino e la storia di una famiglia che da cinque generazioni opera in questa parte d’Italia. Una come tante di questa terra veneta che, come dice Pietro, padre di Amedeo, Alberto e Moreno Furlan, ha tre parole d’ordine che scandiscono il ritmo della loro vita: «Lavoro. Lavoro. Lavoro».

La collina di Cartizze, nel comune di Valdobbiadene (Claudio Caprara/Il Post)

Le origini della cantina

Pietro Furlan ha superato gli ottant’anni, ma quando fa la vendemmia dimentica gli acciacchi. Lo incontriamo a cena, con tutta la famiglia riunita e le sue riflessioni sono sempre interessanti, a cominciare dai ricordi del periodo di guerra, quando lui abitava già da queste parti.

«I primi ricordi che ho sono legati alla paura per i bombardamenti e alle corse nel rifugio con mia mamma».

La famiglia Furlan negli anni ’30

Sfumato, ma presente, il ricordo di Pippo, l’aereo misterioso che volava in tutto il nord Italia e terrorizzava le popolazioni. Anche per lui Pippo è un rumore nel buio, quando passava si dovevano spegnere le luci e ci si nascondeva, perché da lì a poco sarebbero cominciate a cadere le bombe.

Di bambino è anche il primo ricordo del sapore del vino. «Ero piccolo. Raggiunsi in cantina uno dei miei fratelli più grandi che stavano imbottigliando il vino con la spina, una budella che dalla damigiana faceva arrivare il vino nelle bottiglie. Mi fece succhiare. Poi ricordo solo che mi chiese: “Ti piace?” Mi piaceva. Ad ogni bottiglia succhiavo. Mi sembra di ricordare che mi accompagnò a casa dicendo a mia madre: “Mi ha aiutato, ma adesso forse è meglio che lo porti a letto”. Ero ubriaco. Dormii per più di venti ore».

Pietro Furlan (Claudio Caprara/Il Post)

Negli anni ’60 i Furlan avevano un negozio di vini e liquori a Milano, ma quel lavoro non era fatto per il più anziano dei Furlan e, nel 1969, con la nascita di Amedeo, decise di tornare a San Vendemiano.

«La nostra era una famiglia di mezzadri da cento anni. Quando siamo tornati avevamo del bestiame, producevamo latte. Nel 1982, con la riforma che aboliva la figura del mezzadro, dovevamo prendere un’altra strada. Ci siamo messi in proprio: abbiamo cominciato a camminare sulle nostre gambe e siamo partiti dai primi due ettari e mezzo di vigneto che avevamo comprato. Ogni anno abbiamo investito qualcosa per crescere e siamo arrivati fino a qui: due poderi, una bella casa grande, qualche stanza per accogliere turisti, la cantina, la lavorazione dei nostri vini…».

Un’altra curiosità: i Furlan sono cugini di Alessandro Del Piero. «A parte le partite che abbiamo fatto da piccoli con Alessandro – ricorda Amedeo Furlan – noi abbiamo praticato molto più il ciclismo che il calcio».

Il prosecco è prosecco

Sarà capitato a tutti di vedere al supermercato delle bottiglie di prosecco ad un prezzo molto basso. Ma è possibile che ci siano delle finte bottiglie di prosecco?

«No. Il prosecco è prosecco», dice categorico Amedeo Furlan, che operativamente gestisce l’azienda agricola insieme ai suoi due fratelli e alle loro mogli.

Amedeo Furlan e Monia Carlet (Claudio Caprara/Il Post)

Ci possono essere bottiglie che hanno un prezzo basso, ma le cose sono molto chiare: «In questi anni ci siamo impegnati molto nella tutela del prodotto. Nel 2009 c’è stato il provvedimento del ministero dell’Agricoltura che ha riconosciuto la riserva del nome. È stato un passaggio fondamentale per la nostra storia. Non è stato facile mettere d’accordo tutti i circa tremila produttori di prosecco, ma era una necessità vitale. Il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore ha avuto un ruolo molto importante».

Oggi i produttori che aderiscono al consorzio volontariamente sono 3364.

Ma perché è stato tanto importante arrivare alla riserva del nome?

«Per i produttori è stata la garanzia che il prosecco non si può coltivare da nessuna altra parte del mondo e che i tentativi di imitazione del prodotto generalmente possono essere perseguiti».

I produttori con cui abbiamo parlato si sentono abbastanza al riparo dai rischi dell’italian sounding di cui si è parlato in queste settimane, cioè la produzione all’estero di vini con nomi simili a quelli prodotti in Italia per approfittare della fama internazionale.

«Avere una fascetta di Stato che certifica che le procedure di vinificazione sono state fatte bene fino ad arrivare alla numerazione di ogni bottiglia – insiste Furlan – vuol dire dare una garanzia di qualità ai consumatori».

Furlan ci spiega che tra i produttori il tema era presente da anni, ma il fatto che li ha convinti a trovare un accordo è avvenuto nel 2006, quando la Rich, un’azienda austriaca, ingaggiò Paris Hilton per lanciare il prosecco in lattina.

«Non era possibile vedere il nostro prosecco ridotto ad una bibita in barattolo.»

La storia del Prosecco

Ma cominciamo la storia dall’inizio, o quasi.

L’origine più antica di questo vino è incerta. Si sa che si diffonde nelle zone collinari della provincia di Treviso, poi è coltivato anche nella provincia di Padova (dove nei Colli Euganei è conosciuto come Serprino). Nelle sue descrizioni ufficiali si legge: «È di colore giallo paglierino, dai tipici profumi di mela, mandorla o glicine. È di sapore delicato e leggermente aromatico, poco strutturato. Le versioni frizzanti e spumanti, dal colore più pallido, dai profumi e dal gusto fini e delicati, ideali come aperitivo, hanno conquistato i mercati di tutto il mondo. Nel comune di S. Pietro di Barbozza, sulla collina di Cartizze, dà un’uva più zuccherina da cui si ottengono spumanti amabili particolarmente apprezzati».

La Scuola Enologica di Conegliano è un’istituzione molto importante per la storia dell’enologia italiana.

L’anno di nascita del primo esperimento di formazione agraria è del 1864. Nel 1868 Antonio Carpenè, un chimico mazziniano con ottime relazioni internazionali (a cui si devono studi sulla spumantizzazione del vino) caldeggiò il riconoscimento dell’istituto al ministero dell’Agricoltura del Regno. Poi Giovanni Battista Cerletti, a cui è titolata la scuola, fu il primo direttore nel 1876.

Qui non vi è dubbio che le ricerche sulla fermentazione del vino furono decisive. L’origine del prosecco è antica, ma il vino come lo conosciamo noi è molto più recente.

«Per esempio: avevo assaggiato, tempo prima, un vino squisitissimo, prodotto sperimentalmente nello stesso Istituto di Conegliano, e battezzato con una sigla misteriosa: IM 2,15 – scrive Mario Soldati nel libro Vino al vino in un appunto della metà degli anni ’50 – Si tratta di un clone creato dal professor Manzoni: polline di Prosecco su fiore di Cabernet Sauvignon. Un gran vino, secondo me. Peccato che la quantità prodotta sia così minima da non permettermi di offrirlo agli amici dell’Istituto Enologico Italiano, come pure vorrei».

La conferma viene anche dai ricordi di Pietro Furlan:

Nel 1962 undici produttori di spumante costituirono il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore e proposero un primo disciplinare di produzione per proteggere la qualità e l’immagine del proprio vino.

Sette anni più tardi, nel 1969, la zona di Conegliano e Valdobbiadene venne indicata dal ministero dell’Agricoltura come zona a Denominazione di Origine Controllata (DOC) di produzione del Prosecco e del Superiore di Cartizze. «Con questo atto per la prima volta viene riconosciuta per legge e disciplinata formalmente dalle istituzioni la produzione di Prosecco».

DOC e DOCG

L’uva base del prosecco è la Glera. Si tratta di una varietà di un vitigno che ha origine in questa zona, conosciuto fin dai tempi dei Romani.

«La Glera è un vitigno “a bacca bianca” e i suoi grappoli sono grandi e lunghi, con acini giallo-dorati». È una descrizione tecnica che fa parte del linguaggio dei produttori, ma che influenza tutti quelli che si trovano a descrivere i frutti di queste vigne.

L’area del prosecco DOCG, Denominazione di Origine Controllata e Garantita di Conegliano Valdobbiadene, è costituita dal territorio di 15 comuni, si trova a 50 km da Venezia e 100 dalle Dolomiti. Con l’assegnazione del marchio DOCG il ministero dell’Agricoltura ha classifica le produzioni dell’area storica il massimo livello della qualità italiana riconosciuta dalla Stato.

Per produrre il “Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG” si possono usare solo le varietà di vite Glera (per un minimo dell’85%) e alcune varietà locali di uva (la Verdiso, la Bianchetta, la Perera e la Glera Lunga) o internazionali (Pinot e Chardonnay) per il restante 15%.

Nei vigneti è consentita una produzione al massimo di 13,5 tonnellate per ettaro.

La produzione avviene applicando un rigido disciplinare che regola la produzione delle uve, la loro fermentazione e la successiva naturale “presa di spuma”.

Il nome del territorio – Conegliano Valdobbiadene – deve comparire in etichetta ed essere riportato in primo piano. Possono essere indicati entrambi i nomi o solo uno e possono essere seguiti dalla parola Prosecco accompagnata, nel caso dello spumante, dall’aggettivo Superiore.

La differenza fondamentale tra il DOCG e il DOC è l’area di produzione, che per il prosecco DOC è molto più ampia: i territori appartengono alle 4 province del Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) e a 5 province del Veneto (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza).

I criteri di composizione anche per il Prosecco DOC comprendono l’uso di uve del vitigno della Glera per almeno l’85% e fino ad un massimo del 15% potranno essere utilizzate le varietà: Verdiso, Bianchetta Trevigiana, Perera, Glera lunga, Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio e Pinot Nero, vinificato in bianco.

Una buona annata

«Noi – dice Amedeo Furlan – prima di tutto siamo dei viticoltori. Il lavoro più importante viene fatto in campagna. Quando la materia prima è buona si può fare qualsiasi cosa».

L’annata non è partita troppo bene: la primavera è stata piovosa e ci sono state alcune gelate tardive. Le cose sono migliorate e la raccolta di settembre ha dato delle soddisfazioni ai produttori della zona.

La maturazione dell’uva, il livello degli zuccheri e di acidità sono risultati buoni. L’equilibrio tra questi fattori è fondamentale per la qualità del prodotto finale.

«Per ottenere un buon prosecco serve l’alcol, ma anche l’acidità. È un vino giovane, che va bevuto fresco e l’acidità è importante».

Come si deve fare il vino

Fatta la vendemmia i grappoli arrivano alla “zona del ricevimento uve” della cantina. Qui si procede all’operazione di diraspatura, cioè c’è una macchina progettata per rimuovere i raspi dei grappoli.

Poi gli acini vengono inviati alla pressa e refrigerati per non fare perdere tutte le virtù dell’uva appena colta. Il raspo viene aspirato, raccolto su un carro e, normalmente, sarà poi utilizzato per la concimazione organica dei vigneti. Anche la buccia degli acini viene raccolta dopo una spremitura soffice. Diventa vinaccia che finisce anch’essa come concime organico delle campagne.

Dalle vinacce, in altri tempi, molti contadini producevano la grappa fatta in casa, un’operazione che oggi non è più permessa, almeno ufficialmente.

«Fino a qualche anno fa era obbligatoria la consegna della vinaccia alla distilleria. Peraltro doveva essere denaturata, per evitare il rischio che quei residui fossero utilizzati per produrre altro vino di infima qualità. Oggi non c’è questo obbligo perché i controlli avvengono prima: si può scegliere se consegnarla o se smaltirla come concime in campagna».

Il mosto viene raccolto, pulito e portato nei serbatoi per la fermentazione.

Dal mosto al vino

Nei serbatoi – che in questa cantina sono da 10 e 20 mila litri – avviene la prima fermentazione, a temperatura controllata. Dura una quindicina di giorni consiste nel passaggio da mosto a vino.

In questa fase tutti gli zuccheri del vino vengono fatti fermentare con lieviti di origine naturale. L’anidride carbonica che si genera in questa fase si disperde.

Il controllo termico è importante. La temperatura viene mantenuta tra i 18 e i 20 gradi, necessaria per permettere una fermentazione. Senza un sistema di controllo della temperatura il vino potrebbe scaldarsi troppo e rischierebbe di deteriorarsi».

Finita la fermentazione seguono normalmente tre travasi. Lo scopo è quello di ripulire il prodotto dalla feccia, cioè il residuo che si deposita sul fondo dei serbatoi durante il processo di chiarificazione del vino.

Dal vino al prosecco

A questo punto il prodotto è pronto per la seconda fermentazione. Il metodo Conegliano Valdobbiadene o Martinotti prevede l’aggiunta del saccarosio per la “presa di spuma”.

I serbatoi per la spumantizzazione si chiamano autoclavi. Rispetto a quelli utilizzati per la prima lavorazione hanno uno spessore maggiore: devono essere più resistenti, perché l’anidride carbonica prodotta dal vino che rifermenta aumenta la pressione interna. In questo caso l’anidride carbonica che si forma, grazie all’immissione dello zucchero, deve essere inglobata nel vino.

Questa fase prevede anche immissione di zucchero: ogni volta che viene fatta una lavorazione deve essere comunicata all’ispettorato Repressione frodi (ICQRF) di Conegliano – Susegana.

«Dobbiamo comunicare il giorno, l’ora, le quantità di saccarosio e di lievito che vengono aggiunte al vino, il numero del serbatoio dove l’operazione avviene. In questo caso la temperatura di fermentazione che il nostro enologo ci consiglia è tra i 15 e i 17 gradi (quindi va riscaldato d’inverno e refrigerato). Tutti questi passaggi sono previsti dal Disciplinare di produzione. Sono da rispettare, così come devono essere seguite regole per la coltivazione delle uve».

Lo zucchero serve per raggiungere la gradazione alcolica (che con la fermentazione aumenta) e per creare le condizioni di pressione per il perlage, cioè per le bollicine.

«Il calcolo dello zucchero da aggiungere – spiega Amedeo Furlan – riguarda la pressione dello spumante che vogliamo ottenere (tra le 5 e le 6 atmosfere nel nostro caso) e che tipo di prodotto vogliamo ottenere: un brut, un extra brut, un dry, un extra dry. Queste denominazioni sono riferite alla quantità di zucchero residuo. Tutti questi elementi vengono calcolati prima dell’inizio della seconda fase di lavorazione del vino, perché noi avremo l’autorizzazione dell’acquisto dello zucchero dopo averlo comunicato all’autorità competente. Nella lavorazione sia zuccheri che lieviti devono essere utilizzati completamente ed esattamente nel serbatoio indicato.»

Il lievito utilizzato è normalmente liofilizzato, sotto vuoto. Prima di essere inserito nel vino viene reidratato in acqua tiepida per 25-30 minuti circa, per riattivarlo. Si realizza il cosiddetto pied de couve. Normalmente viene preparato due tre giorni prima del suo utilizzo, la sua temperatura viene adeguata a quella del vino e poi viene introdotto.

La seconda fermentazione deve durare almeno 30 giorni.

Quando si è raggiunta la pressione e il residuo zuccherino desiderati, si può arrestare la fermentazione raffreddando il liquido.

A quel punto si può procedere ad un’operazione di filtraggio del prosecco.

Prima di imbottigliare il prodotto è necessario avere la certificazione sulla correttezza del processo e della conclusione della lavorazione. Un ente certificatore esterno al Consorzio preleva i campioni di vino e fa le analisi chimiche e organolettiche del prodotto.

«Se tutto è regolare viene rilasciata l’idoneità, che consiste nella “fascetta di Stato” che noi applicheremo sulla bottiglia. La bottiglia viene numerata e viene apposta una piccola bandiera italiana. Solo da quel momento possiamo imbottigliare e commercializzare il prodotto».

La tecnica dell’imbottigliamento è molto delicata, perché si va a mettere in bottiglia un prodotto che contiene del gas.

Servono delle attrezzature particolari. Mentre lo champagne fermenta nella bottiglia (quindi non si richiedono attrezzature o sistemi particolari di imbottigliamento), nel caso del prosecco serve una tecnologia apposita.

Ci si aiuta svolgendo questa operazione con il prodotto freddo. La bassa temperatura facilita lo scioglimento dell’anidride carbonica nel liquido. Si lavora con il vino a -4, -5 gradi. Con il liquido freddo la pressione cala e l’immissione nelle bottiglie è più semplice e ci sono meno perdite di gas.

Prima di etichettare la bottiglia è necessario riportare gradualmente la temperatura a quella ambientale e per questo ci sono dei tunnel di condizionamento che agevolano il processo.

I nemici del prosecco in bottiglia sono la luce, soprattutto i raggi ultravioletti, e il tempo. «Il prosecco è un vino che va bevuto fresco e giovane per gustarne pienamente il patrimonio aromatico. Entro 18 mesi dalla vendemmia. Non tiene l’invecchiamento. Fa parte della categoria dei vini semi aromatici e per questo motivo viene utilizzato il metodo breve di fermentazione Conegliano-Valdobbiadene, dove non si fanno soste prolungate».

L’ultimo dato disponibile stima in 91.425.957 il numero di bottiglie prodotte nelle zone del prosecco nel 2017.

La viticoltura eroica

C’è una sostanziale differenza tra lavorare negli scoscesi terreni delle collina e in pianura.

Le ore lavorative necessarie nei terreni più impervi del Prosecco DOCG sono molte di più. Nel giro che abbiamo fatto in queste colline siamo passati da Colbertaldo di Vidor e siamo andati a vedere l’azienda delle Sorelle Bronca, una delle poche aziende agricole dirette da donne.

Elisa Piazza è la figlia di una delle sorelle e ha un ruolo importante nella gestione dell’azienda. «Abbiamo circa 25 ettari di vigneto tra Valdobbiadene e Conegliano, in diverse zone. La produzione è di circa 350 mila bottiglie l’anno e si tratta esclusivamente di vino prodotto dalle uve coltivate direttamente dall’azienda».

Il 60% di quelle bottiglie va all’estero. In particolare in Regno Unito e Danimarca in Europa, e in California e Canada oltre oceano.

Piazza spiega che la sua azienda ha scelto la qualità per imporsi sul mercato. «La qualità del vino parte dai vigneti e da come noi portiamo l’uva in cantina. Se si porta un’uva sana si è già a metà dell’opera».

Alle nostre domande sullo sfruttamento del suolo, anche qui la risposta è: «Così come siamo attente alla qualità dell’uva, allo stesso modo lavoriamo per la sostenibilità e la salvaguardia del territorio. Se si ha un occhio di riguardo per la terra dove viviamo i problemi non ci sono. I nostri trattamenti sono attenti al terreno, anche perchè se lo danneggiamo è come tagliare il ramo su cui siamo seduti».

Un progetto di produzione delle sorelle Bronca si chiama “Particelle”. I vigneti sono stati divisi in aree molto piccole (particelle, appunto) e l’uva maturata nei vigneti più ripidi, in quelle colline scoscese, nei terroir, nelle rive, produce un vino che ha in etichetta il numero della particella con l’obiettivo di valorizzare precisamente i caratteri che quel terreno fa avere al vino. Le condizioni di coltivazione sono tali che in questi casi di parla di viticoltura eroica.

«Noi abbiamo un grande amore e rispetto per il nostro prodotto – conclude Piazza – perché sappiamo quanta fatica ci sia per arrivare a produrre quella bottiglia. Il nostro modo di coltivare le vigne si chiama eroico, ma non è un concetto esagerato».

Il prosecco come stile di vita

Il prosecco è un vino che possono bere tutti.
«La fortuna del prosecco è di essere un prodotto di “facile beva” – spiega Amedeo Furlan – che si può consumare in qualsiasi momento della giornata, economico, alla portata di tutti. Questi sono gli ingredienti del successo del nostro vino».

La freschezza quindi l’acidità, è l’elemento fondamentale della composizione del prosecco, che dà piacevolezza. Esprime dei sapori fruttati e floreali. È un prodotto molto conviviale e rappresenta il simbolo dello stile di vita del territorio. Ma nonostante questo i palati più allenati riescono a distinguere i vini che maturano ad altezze diverse e in microzone di produzione. La differenza la fanno le composizioni dei terreni, l’esposizione ai raggi del sole. Sulla base di questo ci sono le varie sfumature aromatiche delle produzioni delle diverse aziende.

Non è facile guardare ad una comunità attraverso un prodotto. Per quanto trasparente sia. Nonostante il passare degli anni sono ancora valide le osservazioni fatte da Giacomo Papi in un articolo che è pubblicato sul Post: «La prima sensazione è quella di una comunità impegnata collettivamente a difendersi e a non fare disordine per non spezzare l’incanto costruito su un equilibrio, un po’ artificiale, tra vecchio e nuovo».

La maggioranza delle piccole aziende di questa zona è nata vendendo vino sfuso in damigiana a clienti locali. Poi, passo dopo passo hanno acquistate le prime macchine, soprattutto le attrezzature necessarie per imbottigliare.

«La bottiglia, oltre a dare dei margini di guadagno un po’ più alti, – spiega Amedeo Furlan – permette di fare girare il nome dell’azienda e di offrire un prodotto fatto da te e controllato dall’inizio alla fine del ciclo della produzione».

Anche se circa l’80% della produzione dell’azienda è venduto all’estero (in particolare nell’Europa del nord), nella cantina Furlan c’è un punto vendita dedicato ai clienti locali. «Pe noi è vitale vendere il prodotto all’estero, ma il contatto con il consumatore locale è bello e importante».

L’America è un mercato complicato per una piccola impresa: «Loro chiedono volumi importanti e il prezzo che si riesce ad ottenere non è troppo interessante per le nostre dimensioni».

La sostenibilità ambientale

«Con gli anni si sta sviluppando una sensibilità diffusa. Prima gli enologi, adesso – anche se non è riconosciuto – i produttori hanno una sensibilità importante verso l’ecosistema. Partiamo dal vigneto, che ha una sua carta d’identità, e proseguendo nelle attività di produzione abbiamo tutto certificato fino alla bottiglia. Questo è un elemento di garanzia per il consumatore. Per fortuna abbiamo adottato questo sistema, perché in questo modo cresciamo tutti e facciamo prodotti genuini».

Ci stiamo misurando con un tema fondamentale: il rispetto per l’ambiente. Siamo i primi a sapere che dobbiamo fare un’agricoltura sostenibile. Il Consorzio, nel marzo di quest’anno, ha emanato un protocollo viticolo di comportamento per «superare il semplice elenco di sostanze consigliate per la gestione del proprio vigneto, ma consegnare nelle mani dei nostri soci un vero e proprio vademecum in grado di supportarli efficacemente e indirizzarli verso pratiche sempre meno impattanti».

«Ci sono varie pratiche di agricoltura sostenibile – precisa Amedeo Furlan – la nostra agricoltura non è biologica, ma facciamo lotta integrata e la nostra uva e l’ambiente dove viene prodotta sono certificati “Bio Diversity fiends“. Biologi vengono periodicamente a controllare le specie acquifere, gli insetti presenti nel terreno e vengono mappati i muschi per controllare la salubrità del terreno e dell’aria. In base a queste misurazioni viene stabilito se l’ambiente è pulito e compatibile con le nostre produzioni. Oltre a questo abbiamo inserito nei nostri appezzamenti delle api che sono a loro volta un monitor importante per la salubrità dell’ambiente. Naturalmente se gli insetti e i muschi non fossero presenti non potremmo essere certificati».

«È vero che qui si pianta e si produce l’uva da prosecco – dice Amedeo Furlan – È una monocoltura, non c’è dubbio. Cerchiamo di utilizzare tecniche che possano alleggerire il terreno: piantiamo specie erbacee e diamo spazio alla piantumazione di zone boschive accanto ai nostri vigneti. Però questo territorio è nato per la viticoltura».

«Poi la vite non è il mais, è una pianta arborea – interviene Pietro Furlan – il nostro concime è di stallatico (il letame depositato dalle bestie nella stalla. ndr), liquami e sostanze organiche. Poi la vite, per dare il meglio di sé, non deve essere in sofferenza, ma stare al limite. Quindi non ha bisogno di grandi concimazioni».

Ovviamente i coltivatori e i loro rappresentanti hanno opinioni precise ed un’analisi della situazione “di parte”.

Nella zona non mancano visioni di associazioni con convinzioni radicalmente diverse.

In questa zona d’Italia da più parti è emersa una denuncia dell’estensione dei processi monocolturali che privilegiano la quantità alla qualità.

Le persone che abbiamo incontrato sono consapevoli che il rischio – soprattutto da parte di chi si limita alla produzione di uva e non conclude il ciclo di lavorazione fino all’etichettatura della bottiglia – c’è. Nello spirito della nostra ricerca noi raccontiamo questa esperienza perché ci pare possa essere un indizio di come le cose si possono fare per preparare il futuro.

La minuziosa spiegazione di Amedeo Furlan valorizza la presa di coscienza dei produttori che non hanno alcun interesse a ferire il territorio o favorire l’immissione di concimi chimici, fitofarmaci, diserbanti e pesticidi.

Patrimonio dell’UNESCO

Se per i coltivatori la più grande conquista che è stata ottenuta nella loro storia è avere ottenuto il marchio DOCG, per il futuro essere diventati Patrimonio mondiale dell’umanità si potrebbe rivelare per il territorio una enorme possibilità.

«Con il riconoscimento dell’UNESCO non parliamo solo di territorio, ma è riferito all’operato umano nel contesto di un territorio. Questo per fortuna ci costringe a guardare più avanti, a progettare degli interventi che non pensino al solo risultato di una stagione, di un raccolto, di una vendemmia».

La maggioranza delle cantine a gestione famigliare si sta attrezzando ed ha gli spazi per ospitare turisti. La pandemia ha fermato una tendenza, ma certamente la strategia di crescita è rivolta alla valorizzazione del territorio, perché ormai gli spazi per allargare la coltivazione delle viti da prosecco sono esauriti.

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