(AP Photo/Alastair Grant)

Cosa è stato deciso alla COP26

I paesi partecipanti si sono impegnati a fare di più per combattere il cambiamento climatico, ma per molti l'accordo finale è deludente

(AP Photo/Alastair Grant)

Sabato sera i rappresentanti degli oltre 200 paesi presenti alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite COP26 di Glasgow hanno raggiunto un accordo finale sugli impegni e le strategie condivise da applicare per contrastare il riscaldamento globale. È il primo accordo di questo tipo in cui è indicato esplicitamente un piano per ridurre l’utilizzo del carbone, il combustibile fossile più inquinante, tuttavia è stato giudicato carente sia da molti paesi partecipanti, sia dai gruppi ambientalisti: l’accordo promette che l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali medie sotto 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali rimane raggiungibile, ma concretamente sembra ancora molto distante.

La COP26 si sarebbe dovuta concludere venerdì, ma come già era successo diverse volte nelle conferenze degli anni scorsi le discussioni sono andate avanti oltre la scadenza da calendario, e fino al tardo pomeriggio di sabato c’è stata grande incertezza sull’accordo finale. In mattinata era circolata una nuova bozza del documento finale – la terza – e per arrivare a un accordo che avesse il consenso di tutti i paesi partecipanti si sono dovuti ammorbidire alcuni passaggi.

La questione più importante dell’accordo è quella dei Nationally Determined Contributions (NDC) per la neutralità carbonica, cioè gli impegni presi dai singoli paesi per arrivare alla condizione in cui si emettono tanti gas serra quanti se ne rimuovono dall’atmosfera. Tutti i paesi partecipanti si sono impegnati a rafforzare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni da qui al 2030 e a rivederli ogni anno, anziché ogni cinque anni, cosa che li rendeva rapidamente obsoleti.

In questo modo, secondo il presidente della conferenza Alok Sharma, è possibile «tenere vivo» l’impegno per impedire l’aumento delle temperature sotto 1,5 °C, l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi e la soglia oltre la quale le conseguenze del riscaldamento globale dovrebbero avere effetti gravemente dannosi per l’umanità. Come osserva BBC, però, le strategie stabilite finora permetteranno di mantenere l’aumento delle temperature medie globali sotto 2,4 °C, eventualità in cui si prevedono una maggiore intensità e frequenza di eventi meteorologici estremi, come alluvioni, incendi e ondate di grande caldo, ma anche un’ulteriore accelerazione dei processi di scioglimento dei ghiacciai, con conseguenze catastrofiche per le aree che si trovano pochi metri sopra il livello del mare.

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Un’altra questione centrale e molto criticata riguarda l’utilizzo del carbone e dei combustibili fossili in futuro.

Nella prima bozza, circolata la settimana scorsa, si diceva che l’accordo avrebbe invitato le parti a «eliminare gradualmente l’uso del carbone e i finanziamenti per i combustibili fossili». Nella terza, quella che aveva iniziato a circolare sabato mattina, si invitavano invece i paesi a «fare sforzi per interrompere la produzione di energia elettrica col carbone e i finanziamenti per i combustibili fossili inefficienti». Alla fine nell’accordo gli impegni presi sono stati notevolmente ridimensionati, perché si specifica che la promessa è quella di ridurre (“phase down”) l’utilizzo del carbone e non più di eliminarlo (“phase out”), con disappunto di molti dei paesi partecipanti.

Tra le ultime negoziazioni che hanno fatto ritardare la conclusione della conferenza a sabato sera ci sono state anche quelle sulla potenziale istituzione di un fondo per compensare le nazioni più povere e vulnerabili che sono state danneggiate dagli effetti del cambiamento climatico, largamente provocati dalle attività di paesi più ricchi, come Stati Uniti e Cina.

Per usare le parole del corrispondente di BBC Chris Morris, fino a sabato pomeriggio c’è stato un «balletto diplomatico» sul linguaggio da utilizzare rispetto al tema di questa compensazione, che sarebbe potuta arrivare a costare svariate migliaia di miliardi di dollari ai paesi più ricchi. Alla fine, queste risoluzioni sono state rimandate a discussioni future. È stato però preso l’impegno di raddoppiare entro il 2025 i finanziamenti destinati al fondo che si occupa di dare sostegno ai paesi più vulnerabili e con le economie più deboli.

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Durante la conferenza sono stati raggiunti anche diversi accordi “settoriali”, cioè riguardanti aspetti specifici della lotta al riscaldamento climatico e stipulati non all’unanimità, ma tra vari gruppi di paesi.

Tra questi, per esempio, c’è un grosso accordo contro la deforestazione, firmato dai leader di più di 100 paesi che promettono di fermarla entro il 2030. Un’altra iniziativa è stata firmata da 108 paesi e prevede la promessa di ridurre del 30 per cento le emissioni di metano entro il 2030: vi hanno aderito tra gli altri Stati Uniti e Unione Europea, ma ne sono rimasti fuori alcuni grossi paesi produttori di metano, come Cina, India e Russia. Un altro accordo firmato tra 22 paesi prevede che tra il 2035 e il 2040 tutti i nuovi autoveicoli venduti saranno elettrici: non l’hanno tuttavia firmato i principali paesi produttori di auto, come Germania, Giappone, Stati Uniti e Cina.

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Per alcuni osservatori il fatto che nelle conclusioni della conferenza sia stato inserito per la prima volta un esplicito riferimento alla riduzione del carbone è un fatto positivo. Per altri critici, invece, l’accordo è stato molto deludente per numerosi aspetti, per esempio perché non prende in considerazione interventi per limitare l’estrazione di petrolio e degli altri idrocarburi. Come ha commentato Lars Koch di ActionAid, organizzazione che si batte per i diritti umani e contro la povertà, questo è «un lasciapassare per i paesi ricchi che hanno inquinato per più di un secolo» con le attività di estrazione.

Il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha detto che l’accordo finale della COP26 è «un compromesso» e che non dimostra «abbastanza determinazione politica per superare alcune delle sue contraddizioni più profonde». Guterres, che già all’inizio della conferenza aveva usato parole molto dure rispetto alla crisi climatica, ha aggiunto che «il nostro fragile pianeta è appeso a un filo. Siamo ancora alle porte della catastrofe climatica».