La centrale termoelettrica a carbone dell'Enel di Torrevaldaliga Nord, nel comune di Civitavecchia, il 24 giugno 2021 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Le centrali a carbone rimaste in Italia

Sono sette e secondo i piani del governo dovremmo smettere di usarle tutte, o convertirle in centrali a gas, entro il 2025

La centrale termoelettrica a carbone dell'Enel di Torrevaldaliga Nord, nel comune di Civitavecchia, il 24 giugno 2021 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

L’Italia è tra i paesi che alla COP26 di Glasgow hanno firmato un accordo per ridurre la produzione di energia elettrica col carbone, che è il più inquinante dei combustibili fossili e causa grandi emissioni di anidride carbonica (CO2) ma anche di sostanze nocive per la salute. Lo stato italiano in realtà aveva già deciso nel 2019 di smettere di usare centrali a carbone: il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) parlava infatti del 2025 come limite entro cui dismettere tutte le centrali termoelettriche a carbone, o riconvertirle in centrali a gas naturale.

A oggi poco più del 6 per cento dell’elettricità usata in Italia è prodotto col carbone. Per fare qualche confronto: in Polonia è il 70 per cento, in Germania il 24, nel Regno Unito circa il 2. Rispetto a dieci anni fa, la percentuale italiana è stata praticamente dimezzata, grazie alla chiusura o alla riconversione di centrali a carbone, ma ce ne sono ancora sette funzionanti: in Liguria, in Veneto, in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio, in Sardegna (due) e in Puglia.

Cinque sono gestite dall’Enel, tuttora la più grande azienda produttrice di energia elettrica del paese: la centrale “Eugenio Montale” di Vallegrande, località di La Spezia, la centrale “Andrea Palladio” di Fusina, una località del comune di Venezia, la centrale di Torrevaldaliga Nord, nel comune di Civitavecchia, la centrale “Federico II” di Brindisi e la centrale “Grazia Deledda” di Portoscuso, nella provincia del Sulcis Iglesiente, nel sud della Sardegna.

La centrale di Monfalcone, in provincia di Gorizia, appartiene invece ad A2A, il gruppo di produzione, distribuzione e vendita di energia elettrica che ha sede a Milano, mentre la centrale di Fiume Santo, vicino a Porto Torres, in provincia di Sassari, è della più piccola Ep Produzione, che appartiene al Gruppo energetico ceco EPH ed è il quinto produttore di energia in Italia.

Non ci sono date precise per la chiusura delle centrali e per la loro eventuale riconversione (sono processi che richiedono varie autorizzazioni successive).

Enel ha mandato alle istituzioni statali e territoriali competenti i documenti per chiedere la conversione in centrali a gas delle centrali di La Spezia, Fusina, Civitavecchia e Brindisi. Ha inoltre chiesto al ministero dello Sviluppo economico il permesso per mettere fuori servizio i primi due impianti: per ora ha ricevuto l’autorizzazione a dismettere due delle quattro unità di produzione energetica della centrale di Fusina. Delle quattro unità della “Federico II” di Brindisi (la centrale più grande, e quindi quella che emette più anidride carbonica insieme a quella di Civitavecchia) una è già stata dismessa alla fine dell’anno scorso.

Sempre nel 2020 Enel ha aperto dei concorsi rivolti agli architetti per progettare il rifacimento delle centrali «come luoghi aperti al territorio e sempre più integrati con il paesaggio», in cui produrre energia, sia col gas che con luce solare e vento, e ospitare grandi batterie per accumularla.

Sono già stati scelti i progetti per Fusina, Brindisi e Civitavecchia, anche se per quest’ultima c’è una complicazione: una legge regionale vieta l’installazione di nuovi impianti che usino combustibili fossili (la realizzazione di impianti a gas potrebbe non essere dunque possibile).

L’Enel ha in programma di dismettere l’uso del carbone anche nella centrale sarda di Portoscuso, ma ha proposto di non passare alla produzione energetica a gas, bensì di trasformare la struttura in un sito di produzione e accumulo di energia prodotta con fonti rinnovabili, di cui c’è grande disponibilità in Sardegna, entro il 2030.

Per l’altra centrale sarda, quella di Fiume Santo, non sono ancora state fatte richieste di dismissione e per un’eventuale conversione. Quest’estate comunque il direttore dell’impianto Paolo Apeddu, parlando del futuro con l’Unione Sarda, ha citato la possibilità di convertirla in una centrale che usi sia gas che biomassa vegetale, «ossia pellet o cippato di legno», come fonte di energia.

Per quanto riguarda infine la centrale a carbone di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, a settembre il ministero della Transizione ecologica ha dato una valutazione di impatto ambientale (anche nota con la sigla VIA, è il termine tecnico) positiva al progetto di A2A di convertirla in una centrale a gas. Anche il ministero della Cultura, coinvolto per gli aspetti che riguardano il paesaggio, ha espresso un parere favorevole.

Ci sono però anche forti critiche rivolte a questi progetti: alcune riguardano i lavoratori delle centrali, altre l’impatto ambientale delle conversioni in impianti a gas.

Per quanto riguarda i lavoratori, il problema è che le centrali a gas hanno bisogno di molta meno manodopera rispetto a quelle a carbone. Il carbone infatti deve essere trasportato via nave, scaricato e poi movimentato nelle centrali, tutte attività non necessarie se si usa il gas, che è trasportato dai gasdotti. Nel caso della centrale di Civitavecchia, ad esempio, si passerebbe da un migliaio a una quarantina di lavoratori. I sindacati sono dunque preoccupati di ciò che avverrà intorno alle centrali e in tutti i territori coinvolti chiedono rassicurazioni sul destino di chi ci lavora.

La questione è comunque aperta da tempo perché negli ultimi anni le centrali a carbone sono state usate in modo ridotto (e quindi con un minore impiego di forza lavoro), solo in caso di mancanza di energia, come sostegno alla rete.

A ottobre ad esempio ha fatto notizia l’arrivo di due navi carboniere a La Spezia, dato che generalmente la centrale locale non usa le unità a carbone e che solo il mese precedente il Sole 24 Ore scriveva che gli impianti a carbone sarebbero stati dismessi definitivamente all’inizio del 2022. Poi però si era scelto di compensare l’aumento del prezzo dell’energia, dovuto all’aumento del prezzo del gas, riaccendendo le unità a carbone spezzine: si è trattato però di una misura straordinaria legata alla crisi energetica europea dal momento.

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L’altro grosso tema su cui si discute a proposito delle centrali a carbone è la loro stessa trasformazione in centrali a gas, osteggiata da amministrazioni locali e associazioni ambientaliste perché continuerebbe a produrre inquinamento e a causare emissioni di gas serra, sebbene in misura minore. Molti chiedono che gli impianti vengano dismessi, e basta.

La conversione delle centrali è prevista dallo stesso PNIEC, in cui si dice che il carbone sarà rimpiazzato sia con le fonti rinnovabili di energia, sia attraverso «la realizzazione di unità termoelettriche addizionali alimentate a gas, necessaria anche in considerazione dell’incremento delle quote di rinnovabili nella generazione elettrica per il mantenimento dell’adeguatezza del sistema».

Si parla di «mantenimento dell’adeguatezza del sistema» perché le fonti di energia rinnovabili su cui si investirà nei prossimi anni, cioè il vento e la luce solare, sono per loro natura intermittenti, cioè disponibili in alcuni momenti e non in altri. Potrebbe essere quindi necessario costruire sempre più impianti di accumulo di energia (la cui tecnologia dovrà peraltro essere migliorata), ma anche continuare a fare affidamento, in parte, all’energia prodotta con fonti fossili. Secondo quanto previsto dal PNIEC questo significa, tra le altre cose, che è necessario convertire le centrali a carbone in centrali a gas, scelto come “combustibile di transizione” in quanto meno inquinante.

«Sarà l’effettiva evoluzione del sistema elettrico nazionale dei prossimi anni a determinare per quanto tempo saranno necessari questi impianti per la sicurezza e la stabilità della rete», ha detto di recente al sito LifeGate Luigi La Pegna di Enel Global Power Generation, società del gruppo Enel che sviluppa e gestisce attività di produzione energetica da fonti rinnovabili: «Si tratta di una tecnologia transitoria che va a supporto di un modello più sostenibile con l’obiettivo di una generazione completamente da fonti rinnovabili».

C’è però chi pensa che questa riconversione delle centrali a carbone non sia davvero necessaria.

Parlando con l’Essenziale, Michele Governatori del centro studi italiano su energia e clima Ecco ha detto: «Dire che l’Italia non può uscire dal carbone senza passare per il gas è una mistificazione. Le centrali a carbone sono già residuali, producono poca energia rispetto alla capacità complessiva e, se si eccettuano gli impianti Enel di Torrevaldaliga e Brindisi, sono spente per gran parte del tempo».

Dice cose simili anche un rapporto diffuso a settembre dall’organizzazione Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), secondo cui la capacità complessiva delle centrali elettriche italiane che usano fonti fossili è superiore di più del 15 per cento della domanda nazionale di energia al suo picco, e quindi si potrebbe ridurre.