Tre bambini giocano vicino ai relitti dei sottomarini russi vicino a Vladivostok (Oleg Nikishin/Newsmakers)

Il cimitero dei sottomarini nucleari russi

Si trova vicino al mar Glaciale artico e risale alla Guerra fredda: è molto pericoloso e ci vorranno operazioni lunghe e costose per smantellarlo

Tre bambini giocano vicino ai relitti dei sottomarini russi vicino a Vladivostok (Oleg Nikishin/Newsmakers)

«Una Chernobyl a rallentatore sul fondo marino»: il Barents Observer, giornale online specializzato nella regione artica, ha definito così il deposito di sottomarini nucleari russi tra il mare di Kara e il mare di Barents, a sud del mar Glaciale artico. Per decenni la Russia ha utilizzato queste aree come luoghi di scarico per le proprie scorie nucleari, e sul fondo di questi mari ci sono due sottomarini a propulsione nucleare ancora intatti, oltre a una decina di reattori riempiti di combustibile nucleare. Questo cimitero nucleare subacqueo è molto pericoloso: la corrosione dei reattori lasciati sott’acqua potrebbe provocare grosse perdite di materiale radioattivo e contaminazioni pericolose sia per la fauna e la flora marine che per le persone.

Di sottomarini nucleari si è tornato a parlare di recente dopo la firma del patto militare anti-Cina noto come AUKUS (acronimo di Australia, United Kingdom e United States, i paesi che ne fanno parte): il patto prevede la dotazione di questi mezzi all’Australia, che diventerebbe il settimo paese al mondo a possedere sottomarini a propulsione nucleare.

I sottomarini nucleari sono un’arma molto sofisticata e strategicamente rilevante. Si chiamano così perché utilizzano motori alimentati da uno o più reattori nucleari, che li rendono molto più potenti e veloci e meno intercettabili dei sottomarini alimentati con carburanti convenzionali. Sono tra le armi più costose che esistono e sono enormi: pesano migliaia di tonnellate e sono lunghi quanto un piccolo grattacielo (quanto il Bosco Verticale di Milano, per capirci, o fino a quattro volte la Torre di Pisa).

La Russia è uno dei paesi che possiede più sottomarini nucleari, e fu anche tra i primi a dotarsene. Lo fece soprattutto durante la Guerra fredda, quando sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti misero insieme due enormi flotte di sottomarini nucleari circa 400, tra tutti e due – da usare soprattutto con funzione deterrente: non per attaccare direttamente il nemico quindi, ma per scoraggiarlo ad agire per timore della reazione.

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La Guerra fredda non sfociò mai in un conflitto aperto, e tutti quei sottomarini rimasero quindi un’arma silenziosa sul fondo del mare: la Russia li teneva parcheggiati soprattutto vicino al mar Glaciale artico, benché ne avesse disseminati altri anche altrove, vicino alla Corea del Nord e nel mar Baltico.

Con la fine della Guerra fredda e il crollo della cosiddetta cortina di ferro” si pose quindi il problema di cosa fare di tutti quei sottomarini, anche perché, oltre a essere molto costosi e a richiedere un personale altamente specializzato, i sottomarini nucleari non sono molto longevi, e dopo circa 20 o 30 anni cominciano a essere meno performanti.

Già durante la Guerra fredda, poi, c’erano stati incidenti con perdite di materiale radioattivo e ci si era posti il problema di come fare a dismettere i sottomarini più vecchi.

Una foto non datata di un sottomarino nucleare russo (Getty Images)

Alla fine della Guerra fredda la Russia aveva un centinaio di sottomarini nucleari attivi, molti dei quali dotati di doppio reattore nucleare e caricati con missili balistici su cui erano state montate testate nucleari. Cominciò allora un’enorme e costosissima opera di dismissione (costò più di un miliardo di euro attuali), che la Russia portò avanti insieme ad alcuni paesi occidentali, tra cui il Regno Unito.

L’opera di dismissione, però, non fu completa né ben fatta.

Lo smaltimento dei sottomarini nucleari è un processo lungo, complicato e pericoloso, che richiede personale specializzato e lunghe immersioni, per diversi periodi: la prima fase dello smantellamento prevede la rimozione dei reattori nucleari presenti (oltre a eventuali missili con testate nucleari montati sul sottomarino), e successivamente l’estrazione del materiale radioattivo dal reattore: per farlo, occorre prelevare le barre di combustibile dal nucleo di ogni reattore, sigillarle in fusti d’acciaio e predisporle per il trasporto e lo stoccaggio. 

Un vecchio sottomarino russo viene riportato a galla (Oleg Nikishin/Newsmakers)

Durante le operazioni di smaltimento la Russia scaricò molte scorie nucleari direttamente in mare: due anni fa nell’oceano Artico vennero trovati migliaia di oggetti radioattivi, molti dei quali con livelli di radioattività considerati pericolosi, e circa 14 reattori nucleari ancora carichi delle barre di combustibile nucleare.

In mare restarono anche due interi sottomarini nucleari completi di tutti i loro pezzi, che sono ancora sott’acqua e tuttora potenzialmente in grado di emettere molte radiazioni, circa un quarto di quelle rilasciate nei primi mesi del disastro della centrale nucleare di Fukushima. Dismetterli avrebbe richiesto lunghe e faticose immersioni in acque ghiacciate, in cui sarebbe stato possibile immergersi solo in tre o quattro mesi dell’anno, e la Russia li lasciò dov’erano.

Uno dei due sottomarini, chiamato K-27, si trova nel mare di Kara ed è noto come il pesce d’oro” per il suo enorme costo. È lungo 118 metri, quasi come un palazzo di 40 piani.

Nel 1968, pochi anni dopo la sua costruzione, in quel sottomarino morirono nove persone per un incidente dovuto a una perdita di gas dai reattori, che li espose a radiazioni letali: gli altri membri dell’equipaggio (un centinaio) si ammalarono, morendo prematuramente negli anni successivi. Nel 1981 il sottomarino K-27 venne rimorchiato e affondato, senza però venire privato dei reattori nucleari. Secondo alcuni esperti che sono andati a ispezionarlo, potrebbe restare intatto al massimo fino al 2032.

Il relitto di un sottomarino, corroso dall’acqua marina (James Delgado/US Embassy in Panama via AP)

L’altro sottomarino, il K-159, si trova invece sul fondo del mare di Barents. Nel 2003 arrivò finalmente l’ordine di dismetterlo. Venne quindi portato a galla e attaccato a un molo nella marina di Gremikha, soprannominata «l’isola dei cani volanti» per i suoi fortissimi venti. Nelle prime ore del mattino, mentre dieci operatori si trovavano a bordo del sottomarino per lavorare alla dismissione, una tempesta agitò il mare così tanto che le onde riuscirono a sconquassare l’enorme e pesantissimo relitto, facendolo sbattere violentemente contro il molo.

Il cavo di traino che lo teneva attaccato al molo si spezzò e il sottomarino affondò nel giro di un’ora, con le persone a bordo, mentre la tempesta ostacolava i soccorsi. Si salvò solo uno dei marinai a bordo. Da allora il K-159 giace, ancora carico dei suoi reattori (che contengono circa 800 chili di combustibile nucleare), sul fondo del mare di Barents, una delle più grandi riserve di merluzzi al mondo, in cui viene pescata la maggior parte del merluzzo venduto nel Regno Unito, oltre che l’habitat di moltissimi granchi reali rossi, trichechi, balene, orsi polari e di molti altri animali.

Nel marzo del 2020, dopo anni di pressioni, il presidente russo Vladimir Putin ha finalmente annunciato un piano per dismettere i due sottomarini e recuperare dai due mari nordici anche i molti reattori ancora pieni di combustibile nucleare dispersi in acqua. Se finalizzata, l’operazione rimuoverà circa il 90 per cento di tutti i materiali radioattivi presenti nell’oceano Artico. È considerata urgentissima, ma non si prevede di riuscire a portarla a termine prima del 2030, dato che la Russia dovrà dotarsi di alcuni dei mezzi necessari per effettuare le lunghe e impegnative immersioni, che ancora non possiede.

Il primo sottomarino a essere rimosso sarà il K-159, quello affondato durante la tempesta. Pur di portare a termine l’operazione, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo si è detta pronta a collaborare alle spese.

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