(AP Photo/Michael Svarnias)
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  • domenica 19 Settembre 2021

A Samo in Grecia è stato aperto un nuovo modello di centro di detenzione per migranti

È stato finanziato con fondi europei e ospita mense, campi da basket e reti Wi-Fi: ma secondo molti rimane una specie di prigione

(AP Photo/Michael Svarnias)
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Sabato in Grecia è stato inaugurato un nuovo centro di detenzione per migranti sull’isola di Samo, una delle isole greche più interessate negli ultimi anni dal flusso migratorio dalla Turchia. Il centro può ospitare fino a tremila persone, ha otto ristoranti, sette campi da basket, un campo da calcio e stanze speciali per le persone vulnerabili. È stato pensato per essere indipendente dal punto di vista energetico, e offre condizioni di vita decisamente migliori rispetto ai campi profughi sulle altre isole, dove l’accesso a cibo, acqua, cure mediche e altre necessità di base è reso difficilissimo dai numeri ingenti e dalle risorse limitate delle autorità greche.

Ma è anche circondato da recinzioni in filo spinato simili a quelle di un’area militare, è sorvegliato costantemente dalla polizia, ed è stato costruito a Zervou, in una valle remota: per questo diversi osservatori e attivisti per i diritti umani lo hanno paragonato a una prigione. «Anche se il filo spinato che circonda il nuovo centro è tirato a lucido, non si può parlare di alcun cambiamento o tantomeno miglioramento. Siamo di fronte alla perfetta dimostrazione di quanto la politica migratoria dell’UE, che intrappola persone fuggite da guerre e violenze, sia cinica e pericolosa», ha detto Patrick Wieland, capo progetto di Medici Senza Frontiere a Samo.

Il nuovo centro ha una capienza da tremila persone: le prime cinquecento saranno trasferite lunedì. La sua costruzione è stata finanziata dall’Unione Europea con ​​38 milioni di euro ed era iniziata alla fine del 2019. Il precedente campo di Samo, che si estendeva su una collina vicino al porto di Vathy, era stato progettato per contenere circa 680 persone, ma negli ultimi anni si era ingrandito enormemente, superando le settemila persone e diventando praticamente ingestibile.

Nei prossimi mesi saranno aperti quattro altri campi simili a Lesbo, Leros, Chio e Cos grazie a 276 milioni di euro stanziati complessivamente dall’Unione Europea. Nel settembre 2020 il più grande campo per migranti della Grecia, quello di Moria, nell’isola di Lesbo, era stato completamente distrutto da un incendio.

Grazie alla pressione dei funzionari dell’Unione Europea e delle organizzazioni non governative è stato raggiunto un compromesso sulle regole in vigore nel centro di Samo. I migranti potranno lasciare il campo dalle 8 alle 20 con quattro autobus a disposizione durante il giorno. I cancelli rimarranno chiusi per le restanti 12 ore, e le persone che non torneranno dovranno affrontare azioni disciplinari come la perdita del diritto di lasciare il campo per diversi giorni.

L’obiettivo dell’UE e del governo greco è di porre fine al degrado dei campi sulle isole greche dove negli ultimi anni sono sbarcati migliaia di migranti siriani in fuga dalla guerra civile. «Il nuovo centro chiuso, e con l’accesso controllato, restituirà la dignità perduta alle persone in cerca di protezione internazionale», ha detto il ministro greco della Migrazione Notis Mitarachima durante l’inaugurazione. «Ma restituirà anche le condizioni necessarie di tutela e contenimento dei migranti illegali che devono essere rimpatriati».

Da anni il governo greco di centrodestra aveva promesso di chiudere i campi profughi sulle isole dell’Egeo e di sostituirli con centri chiusi per limitare gli spostamenti dei migranti e garantire procedure di verifica delle richieste di asilo «più rapide ed eque».

Nei giorni scorsi il governo greco ha anche chiesto nuovi fondi all’Unione Europea per estendere una recinzione che attraversa il fiume Evros al confine con la Turchia. La costruzione di circa 40 chilometri di barriere per bloccare i flussi migratori era iniziata lo scorso giugno. Dopo la crisi in Afghanistan, il governo greco aveva deciso di velocizzare i lavori per non «aspettare passivamente il possibile impatto migratorio», come ha detto Michalis Chrisochoidis, ministro della Protezione civile.