I bambini rischiano più del previsto per il coronavirus?

Mentre proseguono i test clinici dei vaccini sotto i 12 anni, nelle ultime settimane i contagi tra i più giovani sono aumentati

(Christopher Furlong/Getty Images)
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Negli ultimi due mesi in Italia c’è stato un sensibile aumento di casi di coronavirus tra i bambini e gli adolescenti con meno di 12 anni, per i quali non sono ancora disponibili i vaccini. Oltre alle preoccupazioni per l’imminente ripresa dell’anno scolastico, la crescita dei contagi tra i più giovani ha reso di stretta attualità il confronto sull’opportunità di vaccinare anche i bambini molto piccoli, considerato che in generale tendono a correre meno rischi nel caso in cui si ammalino di COVID-19, anche se possono essere contagiosi.

COVID-19 e bambini
Attualmente in Italia la vaccinazione è raccomandata per tutte le persone con più di 12 anni e vari paesi hanno adottato politiche simili. Questo significa che quasi sei milioni di bambini al di sotto dei 12 anni non possono essere vaccinati, ma possono comunque contrarre il coronavirus e in alcuni casi ammalarsi.

I ricoveri e i decessi per COVID-19 in questa fascia di età sono molto rari, e di conseguenza le conoscenze mediche e scientifiche sulle infezioni da coronavirus nei bambini sono ancora limitate. In molte parti del mondo, dove l’età mediana della popolazione è più bassa, la malattia passa spesso inosservata tra i più giovani, rendendo più difficile la raccolta di statistiche sulla sua diffusione e gli effetti nelle sue forme gravi.

Durante le prime ondate di coronavirus, gli ospedali si erano per lo più riempiti di anziani, il cui rischio di sviluppare complicazioni a causa della COVID-19 era più alto. Salvo rare eccezioni, i bambini avevano mostrato di non ammalarsi gravemente e di superare quasi sempre l’infezione senza manifestare sintomi. Le varianti più recenti del coronavirus, come la delta, hanno cambiato in parte la situazione: l’età media dei contagi è diminuita sensibilmente ed è aumentato il numero di bambini tra i casi positivi rilevati. E in alcune circostanze un’infezione da coronavirus tra i più giovani può rivelarsi piuttosto rischiosa.

Il coronavirus e gli altri
Nel nostro emisfero si sta avvicinando la stagione fredda, accompagnata dalla ciclica ricomparsa di altri virus come quelli che causano l’influenza e alcune forme di raffreddore. Secondo i pediatri, per i bambini potrebbe esserci qualche rischio in più nel caso in cui oltre a un’infezione da coronavirus, derivante dalla delta, rimediassero anche un’infezione dovuta ad altro, come il virus respiratorio sinciziale umano (hRSV). Un virus di questo tipo causa il raffreddore comune, ma talvolta comporta sintomi più gravi tra i bambini.

I lockdown organizzati durante le scorse ondate avevano permesso di ridurre la circolazione di altre malattie, ma con la protezione offerta dai vaccini molti paesi confidano di non dover più ricorrere a limitazioni così rigide. Potrebbero quindi tornare in circolazione i classici virus respiratori, che si uniranno al coronavirus con un maggiore rischio di complicazioni tra i soggetti più a rischio, come i bambini.

In queste condizioni, la vaccinazione per gli under 12 potrebbe rivelarsi importante non solo per contenere la diffusione del coronavirus (un eventuale infetto è comunque meno contagioso se vaccinato), ma anche per ridurre i rischi per i bambini e tenere sotto controllo la quantità dei ricoveri in modo da non mettere gli ospedali sotto forte stress.

Autorizzazione
I tempi potrebbero non essere comunque brevi, perché prima di essere autorizzati dalle autorità di controllo, i vaccini dovranno superare nuovi test clinici specifici per verificare la loro sicurezza ed efficacia tra i più giovani. I principali produttori di vaccini hanno avviato già da mesi i test e dovrebbero essere vicini al reclutamento di una quantità sufficiente di volontari.

I responsabili di Pfizer-BioNTech prevedono di poter presentare entro la fine di settembre una richiesta per l’autorizzazione di emergenza negli Stati Uniti per la fascia di età compresa tra i 5 e gli 11 anni. Alcune settimane dopo dovrebbero essere pronti i dati da fornire alle autorità di controllo statunitensi per la fascia di età tra i 6 mesi e i 5 anni.

L’autorizzazione da parte della Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia del governo degli Stati Uniti che si occupa di farmaci, non dovrebbe richiedere poi molto tempo considerato che i suoi responsabili ritengono realistico di poter prendere una decisione entro l’inverno. Più o meno in parallelo anche l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) potrebbe procedere con l’autorizzazione.

Sui tempi dei test clinici ha inciso la richiesta della FDA per le aziende farmaceutiche di estendere il campione di volontari, in modo da raccogliere più dati e identificare eventuali effetti avversi non emersi nelle altre fasce di età. Nei mesi scorsi questa indicazione aveva ricevuto critiche anche da parte di alcune associazioni di pediatri, che l’avevano definita poco utile visto che prolungherà l’attesa del vaccino per milioni di bambini.

La FDA non ha reso pubblici tutti i dettagli sul processo di autorizzazione per i vaccini contro il coronavirus in età pediatrica, ma non è escluso che richieda alle aziende farmaceutiche un periodo più lungo di sorveglianza tra i bambini vaccinati, per rilevare eventuali eventi avversi a mesi dalla somministrazione delle due dosi. Iniziare in anticipo i test forse avrebbe permesso di avere prima i dati richiesti, ma con vaccini completamente nuovi e impiegati da pochi mesi sulla popolazione sarebbe stato comunque difficile raccogliere adesioni a sufficienza da parte dei genitori disposti a vaccinare i loro figli per partecipare ai test clinici.

Il vaccino per i bambini serve?
Gli esperti segnalano che la vaccinazione nella fascia di età tra i 6 mesi e i 12 anni potrebbe contribuire a ridurre i rischi legati alla COVID-19 anche per gli adulti, soprattutto per il personale scolastico, ma da sola non sarebbe comunque risolutiva per arrestare la diffusione del virus. In questi mesi è del resto diventato evidente che i vaccini servono soprattutto per proteggere dalla malattia, e solo in misura minore per ridurre la circolazione del coronavirus.

Come sta avvenendo con il confronto sulla terza dose, c’è chi si chiede se sia opportuno che i paesi più ricchi si affrettino a estendere la vaccinazione ai bambini, mentre nel resto del mondo ci sono miliardi di adulti più a rischio e ancora in attesa di ricevere una prima dose. La disponibilità dei vaccini soprattutto in Occidente è aumentata sensibilmente negli ultimi mesi rispetto all’inizio dell’anno, ma molte di quelle dosi potrebbero essere destinate ai paesi poveri e in via di sviluppo, dove la pandemia potrebbe causare nuove pericolose ondate.

Disponibilità
C’è infine un problema legato ai tipi di vaccini. Quelli a mRNA, come le soluzioni di Pfizer-BioNTech e di Moderna, hanno mostrato di avere pochi effetti avversi anche nella popolazione più giovane, seppure ci siano ancora verifiche in corso per rarissimi problemi cardiaci. I vaccini che utilizzano altri sistemi, come quello di AstraZeneca, sono invece impiegati con più cautela tra i più giovani considerati a maggior rischio di sviluppare problemi circolatori (seppure rarissimi e solo in particolari circostanze). Difficilmente il vaccino di AstraZeneca sarà autorizzato in tempi rapidi per i bambini, con qualche complicazione per le campagne vaccinali dei paesi che lo impiegano intensivamente.

Precauzioni
In attesa delle autorizzazioni, le precauzioni che abbiamo imparato a conoscere nell’ultimo anno e mezzo rimangono una delle risorse più importanti per ridurre i rischi per i bambini, e più in generale per chi non può vaccinarsi per altri motivi di salute: uso delle mascherine in classe a scuola e in generale in caso di assembramenti e distanziamento fisico su tutti. Infine, più adulti si vaccinano, genitori e non, più i bambini e i più fragili possono essere tutelati.