Il principe Carlo a Londra, 14 luglio 2021 (Peter Nicholls - WPA Pool/ Getty Images)
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  • giovedì 2 Settembre 2021

I repubblicani britannici ci sguazzano, nei guai della famiglia reale

Le tensioni e gli scandali recenti sono un'opportunità per i movimenti che chiedono l'abolizione della monarchia

Il principe Carlo a Londra, 14 luglio 2021 (Peter Nicholls - WPA Pool/ Getty Images)
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Le tensioni e gli scandali che negli ultimi tempi stanno riguardando la famiglia reale britannica sembrano essere un’opportunità per accrescere il consenso dei movimenti repubblicani contrari alla monarchia costituzionale, che vorrebbero che il Regno Unito diventasse una repubblica con un capo di stato nominato dal Parlamento. Uno di questi è il gruppo di pressione Republic e secondo il suo amministratore, Graham Smith, quello attuale è un momento «critico come non mai» per la famiglia reale britannica. Il vero obiettivo di Republic, però, è farsi trovare pronto a gestire il momento ritenuto decisivo da chi sostiene il passaggio alla repubblica: la successione della regina Elisabetta II.

Domenica un’organizzazione di beneficenza fondata dal principe Carlo ha annunciato di aver avviato un’indagine interna sul comportamento etico dei suoi dipendenti a causa delle presunte somme di denaro che alcuni intermediari avrebbero intascato per organizzare cene tra potenziali donatori abbienti e il principe Carlo, primo erede al trono del Regno Unito. A inizio agosto Virginia Giuffre, una delle donne che nel 2019 avevano detto di essere state abusate sessualmente dal finanziere Jeffrey Epstein, aveva fatto causa per molestie sessuali al principe Andrea, secondo figlio maschio della regina Elisabetta II, già coinvolto nelle complesse indagini su Epstein.

Alcuni analisti citati dal New York Times ritengono che attualmente le accuse nei confronti del principe Andrea siano le più rischiose per l’immagine della monarchia britannica, che non ha commentato pubblicamente la vicenda, evitando di esporlo ulteriormente al giudizio del pubblico. In ogni caso, questo caso è uno dei problemi più insidiosi per la famiglia reale assieme alle accuse di razzismo e meschinità che le erano state rivolte dal principe Harry e dalla moglie Meghan Markle durante la ormai famosa intervista con la conduttrice Oprah Winfrey dello scorso marzo.

Ha contribuito ad aumentare le tensioni anche una recente biografia non autorizzata, Finding Freedom, secondo cui Harry e Meghan avrebbero detto che la famiglia reale «non si sarebbe presa la responsabilità delle preoccupazioni» da loro espresse.

Per Republic, sul cui sito si legge «Vogliamo che la monarchia venga abolita e che la Regina sia sostituita da un capo di stato eletto democraticamente», questi scandali e queste tensioni non sono soltanto un’occasione per sostenere che la monarchia sia in crisi e debba finire, ma anche per provocare una reazione e convincere l’opinione pubblica. Di recente Republic ha avviato una campagna esponendo vari manifesti contro la monarchia, come quello in cui il volto del principe Andrea è accompagnato dalla scritta “Wanted”, ricercato, che deve essere ancora diffuso.

Graham Smith davanti a uno dei manifesti di Republic, che dice: “Reticente, divisiva, non democratica: aboliamo la monarchia”

Smith ha detto al Guardian che uno degli elementi che stanno facendo cambiare le cose per Republic è proprio il dibattito attorno a Harry e Meghan, che ha diviso l’opinione pubblica tra chi prova empatia nei loro confronti e chi «vorrebbe solo che se ne andassero via». Più in generale, i repubblicani nel Regno Unito potrebbero aver tratto vantaggio più o meno indirettamente anche dalla serie tv sulla famiglia reale The Crown, che ha indebolito in particolare il principe Carlo per via di come è stato raccontato il suo rapporto con Diana Spencer, sua ex moglie e madre di Harry e William, secondo in linea di successione. Prossimamente peraltro uscirà anche un film del cileno Pablo Lorraìn su Lady Diana, che racconta un ipotetico divorzio con Carlo.

A ogni modo, secondo Smith, il momento decisivo per il futuro dei repubblicani sarà quello dopo la morte o l’eventuale abdicazione della regina Elisabetta II, soprattutto perché anche chi è favorevole alla monarchia non apprezza il principe Carlo tanto quanto approva lei.

– Leggi anche: L’inchiesta del Guardian sul “consenso della Regina”

Un sondaggio realizzato dall’istituto britannico YouGov lo scorso maggio ha evidenziato che al momento tre britannici su cinque (il 61 per cento degli intervistati) approvano la monarchia: allo stesso tempo, il 41 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni preferirebbe che il Regno Unito avesse un capo di stato eletto, e in generale negli ultimi due anni questo punto di vista è stato condiviso da sempre più persone di tutte le età.

Secondo Smith al momento della successione della Regina non ci sarà necessariamente «una crisi costituzionale», ma sarà in ogni caso «una questione molto seria». Il problema riguarderà peraltro tutto il Commonwealth, perché la regina Elisabetta II è anche la monarca costituzionale di quei paesi che avevano fatto parte dell’Impero Britannico e che – seppur oggi indipendenti – hanno mantenuto legami più o meno formali con la corona inglese.

Uno di questi paesi è l’Australia, dove periodicamente si torna a discutere della possibilità di abbandonare la monarchia costituzionale. L’ex primo ministro australiano Malcolm Turnbull, che nel 1999 promosse un poi fallito referendum popolare in cui si chiedeva se l’Australia dovesse diventare una repubblica, ha detto al Guardian che la morte (o l’abdicazione) della Regina «sarà un momento spartiacque storico, e non possiamo sapere esattamente quale sarà la reazione dall’altra parte».

Turnbull ha osservato che «secondo i repubblicani in una democrazia moderna qualunque posizione pubblica dovrebbe essere aperta a tutti i cittadini»; allo stesso tempo si è dimostrato scettico nei confronti dell’entusiasmo verso i giovani della famiglia reale – tra cui il principe William e Kate Middleton –, che secondo lui non sarà sufficiente per convincere i giovani della necessità della monarchia, almeno in Australia.