(Ben Stansall - WPA Pool/ Getty Images)
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  • martedì 9 Febbraio 2021

L’inchiesta del Guardian sul “consenso della Regina”

Cioè su una procedura particolare prevista dalla legge britannica, e che Elisabetta II avrebbe usato in maniera troppo estesa

(Ben Stansall - WPA Pool/ Getty Images)

Esaminando una serie di documenti e rapporti del governo contenuti negli Archivi Nazionali britannici, alcuni giornalisti del Guardian hanno scoperto che nel Regno Unito, durante il regno di Elisabetta II, più di mille proposte di legge sono state sottoposte a una particolare procedura parlamentare chiamata “consenso della Regina” (Queen’s consent). È una procedura che consente alla sovrana di esaminare ed eventualmente bloccare – ma non modificare – i disegni di legge che potrebbero interferire con i suoi interessi privati. Secondo quanto hanno ricostruito i giornalisti, però, in alcuni casi il “consenso della Regina” sarebbe stato utilizzato da Elisabetta II anche per fare pressioni sul parlamento affinché alcune leggi venissero modificate a sua tutela.

Il sito della famiglia reale la descrive come «una consuetudine in vigore da molto tempo con cui il parlamento chiede alla Regina di fornire il suo consenso per la discussione di proposte di legge che condizionerebbero le prerogative o gli interessi della Corona». Il sovrano viene interpellato soltanto qualora le leggi potessero interessare la capacità di esercitare i suoi poteri o riguardare l’insieme dei suoi beni e proprietà (“Crown estate”): in questo caso può rivedere il testo di legge assieme ai suoi avvocati e dare o meno il suo consenso.

Il Guardian ha spiegato che si tratta di una procedura tradizionale e che è largamente accettata: mentre la procedura del cosiddetto “royal assent” (assenso reale) è un passaggio che sancisce l’entrata in vigore di una legge, quella del “Queen’s consent” prevede che i ministri siano tenuti a informare la sovrana in maniera privata, prima dell’approvazione della legge da parte dei membri del parlamento. Il ricorso al consenso viene segnalato nel registro ufficiale dei dibattiti parlamentari, prima della terza lettura di un disegno di legge, che normalmente viene proposto dalla Camera dei Comuni e poi discusso e approvato dalla Camera dei Lord. Se la proposta non ottiene il consenso della Regina – uno scenario che comunque si verifica in casi molto rari – non è possibile procedere con la terza lettura.

La procedura del “consenso della Regina” è stata usata in diverse occasioni. Nel 2013 fu richiesto il consenso per esaminare 11 disegni di legge relativi alle ferrovie, poiché la costruzione della linea ad alta velocità tra Londra e Birmingham avrebbe attraversato dei terreni di proprietà della sovrana. La procedura fu impiegata anche tra il 2012 e il 2014, quando Elisabetta II e il principe Carlo esaminarono le proposte di legge relative ai fondi fiduciari e quelle inerenti alle eredità e al ruolo degli amministratori fiduciari (sia la Regina che altri membri della famiglia reale fanno parte di diverse organizzazioni e associazioni benefiche).

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Secondo l’inchiesta, dall’inizio del regno di Elisabetta II (1952) fino a oggi sarebbero state sottoposte al consenso della Regina, e quindi esaminate dalla sovrana o dal Principe Carlo, almeno 1.062 proposte di legge. I dati raccolti dal Guardian indicano che questa procedura sia stata utilizzata molto più spesso di quanto non si fosse creduto e soprattutto che in alcuni casi la Regina avrebbe fatto pressioni sul governo affinché le proposte venissero in parte modificate.

In altri casi, ha scritto il Guardian, i consiglieri della Regina avrebbero chiesto l’esclusione delle proprietà della Corona da leggi che riguardavano la sicurezza stradale, oppure fatto pressioni per modificare le linee guida sui siti storici.

Il disegno di legge a cui hanno dato più attenzione i giornalisti è quello sulla trasparenza del 1970. Secondo quanto ha ricostruito il Guardian, la Regina avrebbe usato la procedura del consenso per convincere il parlamento a modificare la legge, con l’obiettivo di nascondere l’entità delle ricchezze private della Corona al pubblico. I giornalisti hanno osservato che dopo l’intervento della Regina il parlamento aveva inserito nella proposta di legge una clausola che permetteva di esentare dagli obblighi di trasparenza tutte le società collegate ai «capi di governo». Questa dicitura, secondo il Guardian, riguardava esplicitamente la Regina ed era stata introdotta per mantenere la segretezza su quali fossero i suoi investimenti, chi fosse coinvolto nei suoi affari e quanto potessero valere le sue proprietà.

Come aveva spiegato l’allora funzionario del dipartimento del Commercio e dell’Industria, CM Drukker, che fu coinvolto nella discussione della legge sulla trasparenza, gli avvocati della Regina erano interessati a contenere «il rischio di diffusione involontaria o indiscreta» di queste informazioni al pubblico, perché la divulgazione di questi dati sarebbe stata «imbarazzante».

Ancora oggi non si sa con certezza quanto possa valere il patrimonio della Regina e tra le altre cose i membri della famiglia reale britannica possono non comunicare il proprio testamento ai cittadini. Per questa ragione è ancora più difficile stabilire a quanto ammontino queste ricchezze: secondo alcune stime si parla di diverse centinaia di milioni di sterline.

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L’inchiesta sul consenso della Regina ha aperto un nuovo dibattito su quale significato abbia questa procedura nella democrazia del paese, visto che secondo il sistema della monarchia costituzionale la sovrana non dovrebbe interferire con il processo legislativo in parlamento.

Alcune leggi che sono state sottoposte al consenso della Regina sembrano essere poco rilevanti per la Corona, per esempio quella del 1986 sulla pesca del salmone e quella del 2019 sulle norme nei parcheggi privati e sulla regolamentazione dell’uso delle ganasce. Il consenso è stato utilizzato in almeno 10 proposte di legge relative alle politiche sugli alloggi, 5 relative a leggi sulle pensioni, 7 sul Sistema sanitario nazionale (NHS) e almeno 2 disegni di legge contro i maltrattamenti sugli animali: nel caso di una legge del 2006, le residenze private della Regina furono esentate dai controlli degli ispettori per certificare il benessere degli animali.

Secondo il Guardian è ancora «poco chiaro» il motivo per cui leggi che non sembrano coinvolgere direttamente la Regina siano state sottoposte al suo consenso. Alcuni costituzionalisti citati negli articoli che riguardano l’inchiesta, come Adam Tucker dell’Università di Liverpool, hanno detto che la procedura è anacronistica, soprattutto se inserita in un processo legislativo democratico. Per Robert Blackburn, professore del King’s College di Londra, il consenso porterebbe inoltre con sé anche il «pericolo intrinseco» che il principe Carlo o «un futuro monarca» possano «credere di avere diritto di imporre la loro opinione su un certo disegno di legge».

I giornalisti del Guardian hanno domandato all’ufficio della Regina quante volte Elisabetta II avesse fatto ricorso al consenso per chiedere al governo di modificare le leggi, ma non hanno ottenuto risposta. Una portavoce dell’ufficio ha però specificato che il meccanismo viene usato solo nel caso in cui le proposte di legge riguardino personalmente la Regina, in qualità di sovrana oppure come proprietaria di terre e immobili e datrice di lavoro. Ha poi aggiunto che il consenso viene «sempre garantito quando richiesto dal governo» e che «qualsiasi affermazione secondo cui la sovrana abbia bloccato il processo di legislazione è semplicemente errata».