Un aereo militare tedesco arrivato a Tashkent, Uzbekistan, con a bordo persone evacuate da Kabul e dirette in Germania, il 17 agosto (Marc Tessensohn/Bundeswehr via Getty Images)

Salvare qui quel che è perso a Kabul

«Più che augurabili ma striminziti corridoi, dovremmo a questo punto spalancare smisurati varchi di salvezza a chiunque dall’Afghanistan cerchi un luogo dove esercitare con un minimo di coerenza quei valori che siamo stati capaci di proclamare ma non di difendere»

Un aereo militare tedesco arrivato a Tashkent, Uzbekistan, con a bordo persone evacuate da Kabul e dirette in Germania, il 17 agosto (Marc Tessensohn/Bundeswehr via Getty Images)

Ma l’Occidente è un impero o è una civiltà?  Il dilemma cruciale sintetizzato da Ezio Mauro illumina la rete di equivoci, ipocrisie e contraddizioni emerse nelle reazioni alla caduta di Kabul. Chi ha difeso le ragioni dell’intervento militare prova ora a esibire i minimi ed evidentemente assai fragili passi avanti dal punto di vista delle libertà e dei diritti umani, nel tentativo un po’ penoso di temperare il clamoroso fallimento strategico. Ma ha anche buon gioco nell’irridere la nostalgia per quei pochi, fragili, preziosi risultati che adesso sembra colpire chi quell’intervento ha invece sempre radicalmente criticato. Non si tratta di ragioni equivalenti: a venti anni di distanza appaiono inoppugnabili le obiezioni di chi fin dall’inizio aveva previsto o paventato esattamente l’esito che abbiamo sotto gli occhi. (E per essere ancora più chiari o didascalici: bisognava leggere di più Tiziano Terzani, ascoltare di più Gino Strada per capire, e magari cambiare). Ma solo un senso di futile rivincita o di egoismo ideologico può esentare questa parte dall’affrontare la contraddizione evidente di non poter accettare la fine di quello che non si voleva iniziasse. Magari c’è qualche tratto di generosità nel riconoscere che il Male (l’intervento) può generare un piccolo Bene (il tesoretto di nuovi diritti e libertà) che a questo punto varrebbe la pena di difendere a tutti i costi. Ma la contraddizione, o almeno il paradosso, rimane palese. E destinato a replicarsi come è già avvenuto nel fronte variamente pacifista (chiamiamolo così), ogni volta che si trova di fronte al nodo della diffusione/imposizione/esportazione di diritti e valori nei quali non possiamo non riconoscere l’unico terreno possibile per una umanità minimamente libera, uguale e solidale. Ma con il rischio di un neocolonialismo sempre in agguato e sempre temuto.

È una contraddizione ogni volta più difficile da sciogliere. Forse può aiutare, prima di pensare al come, guardare al dove la sfida va affrontata. Che non è a Kabul ma anzitutto qui tra noi, nel dibattito civile e nelle decisioni politiche che ci appartengono. A iniziare da due elementi – uno più astratto e apparentemente procedurale, l’altro dal valore pratico almeno pari a quello ideale – dai quali dovrebbe cominciare un possibile alfabeto dell’Occidente non come impero bensì come civiltà: autocritica e accoglienza.

L’autocritica non è l’ammissione di colpa davanti a un confessionale, un tribunale o un comitato centrale. È il prodotto di un pensiero e di un modello di pubblica discussione che può consentirci di ammettere limiti ed errori senza finire al patibolo o in esilio – e per questa ragione è in grado, quei limiti e quegli errori, di affrontarli e forse superarli. Una procedura che non riguarda solo i Valori Assoluti (che abbiamo saggiamente relativizzato, nel corso dei secoli) ma anche le forme della nostra vita pubblica, sia nelle strategie collettive che nelle relazioni quotidiane. È il cuore di un pensiero (e di una società, e di individui) capaci di progresso o almeno di rettifica e cambiamento. Ma è qualcosa di delicato, sopravvive solo in un ambiente favorevole e raro, in cui il dibattito pubblico è aperto e non (troppo) inquinato.

L’accoglienza è un valore più semplice da definire ma più difficile da praticare. Non c’è bisogno di indicarlo come l’unico possibile riscatto dall’orrore coloniale (secondo quanto propone impegnativamente Suketu Mehta). Ma certo in questo momento deve manifestarsi anche come accettazione della responsabilità verso le conseguenze della guerra, che in misura diversa appartiene a tutti (a chi ha pervicacemente voluto la sciagurata avventura afghana magari in misura maggiore – ma non possiamo consentirci ingenerosità proprio adesso). Più che augurabili ma striminziti corridoi, dovremmo a questo punto spalancare smisurati varchi di salvezza a tutte le vittime certe o possibili, ma anche a chiunque dall’Afghanistan cerchi un luogo dove esercitare con un minimo di coerenza quei valori che siamo stati capaci di proclamare ma non di difendere. Non si tratta solo di non tradire più una pratica umanitaria già mille volte negata ma di sventolare un’autentica manifestazione di fraternità (per restare al terzo, spesso negletto pilastro della nostra continua dichiarazione di diritti e libertà).

Se la guerra in Afghanistan è davvero finita (e perduta), la battaglia per erodere quanto resta di imperialista, colonialista, bellicista nei valori umani occidentali si combatte qui. Sta nel difendere la qualità e la libertà del nostro dibattito pubblico per aprire spazi e accogliere idee proprio mentre dovremmo accogliere esseri umani che non possiamo più abbandonare a nessun tipo di destino. È l’unico modo ora per restituire agli afghani sconfitti il senso (e il luogo) di una speranza, altrimenti Kabul è sola.

Marino Sinibaldi
Marino Sinibaldi è giornalista, saggista, conduttore radiofonico e curatore di eventi culturali. È stato direttore di Radio 3 tra il 2009 e il 2021 ed è presidente del Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura.