(Julian Finney/Getty Images)
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  • giovedì 29 Luglio 2021

La scelta di Simone Biles

Il sostegno è ampio e sta favorendo nuove discussioni sulla salute mentale degli atleti, ma negli Stati Uniti non mancano le critiche

(Julian Finney/Getty Images)

Giovedì a Tokyo la ginnasta americana Simone Biles avrebbe dovuto partecipare al concorso individuale per difendere la medaglia d’oro vinta tra gli applausi ai Giochi olimpici di cinque anni fa, ma si è ritirata in anticipo dalla competizione perché non era nelle condizioni psicofisiche adatte. La stessa cosa era successa il giorno prima, questa volta a gara già cominciata, nel concorso a squadre, vinto poi inaspettatamente dalla squadra russa che ha superato le favoritissime statunitensi.

Alla viglia delle Olimpiadi di Tokyo, la ventiquattrenne Biles veniva data come possibile vincitrice di addirittura sei ori, uno in più di quelli vinti a Rio de Janeiro, quando divenne famosa e si affermò come ginnasta più forte in attività, secondo molti anche di sempre. Era la favorita per il concorso individuale, per il concorso a squadre con le altre compagne, e poi nel volteggio, nel corpo libero, nelle parallele e nella trave. Ora, dopo i primi due ritiri, la sua partecipazione a ciascuna di queste gare verrà valutata di volta in volta. Ma la sua decisione di ritirarsi per motivi di stress è diventata una delle più grandi storie di queste Olimpiadi, celebrata da stampa e atleti ma anche criticata da alcuni commentatori.

Mercoledì, ai giornalisti americani a Tokyo, Biles aveva spiegato il suo ultimo ritiro dicendo semplicemente: «Oggi è stato un no». Il New York Times ha scritto che così facendo «ha scosso il sistema in un atto di resistenza per allontanarsi dal peso delle competizioni e delle aspettative», che forse qua in Italia non percepiamo, ma negli Stati Uniti erano e in un certo senso sono ancora altissime. Negli anni Biles è sempre stata celebrata con toni perentori e sensazionalistici dalla stampa americana, che ha costruito un’immagine di atleta praticamente infallibile e invincibile. Toni peraltro per certi versi simili a quelli con i quali gli stessi media stanno adesso commentando il suo ritiro.

In conferenza stampa Biles aveva ammesso che «queste Olimpiadi sono davvero molto stressanti. Non avere il pubblico alle gare, dover controllare tutto, con così tante variabili. È stata una lunga settimana, è stato un anno lungo, è stata una lunga preparazione: troppe cose da gestire alla fine ti destabilizzano». A questo aveva aggiunto poi di non fidarsi di sé stessa mentre era in aria e di avere dei cosiddetti twisties, cioè brevi mancanze di punti di riferimento nell’eseguire gli esercizi. Incertezze che possono portare anche a gravi infortuni, in uno sport come la ginnastica artistica e ancora di più negli esercizi estremamente complessi che fa Biles.

Negli Stati Uniti la stampa ha estesamente celebrato la scelta di Biles di ritirarsi, descritta per esempio come «radicalmente coraggiosa» dal New Yorker, per come ha saputo riconoscere i suoi limiti in un modo che «ha il potenziale per influenzare la prossima generazione di ginnaste più di qualsiasi medaglia d’oro». In tanti hanno sottolineato l’importanza del messaggio che passa da una decisione simile, riconducibile a quello più ampio con il quale negli ultimi anni si sta cercando di sensibilizzare alla serietà e alla natura clinica dei problemi di ansia, stress e depressione che può causare il modello competitivo che regola tanti aspetti della vita contemporanea, specialmente nei giovani.

Ci sono state però anche molte critiche nei suoi confronti: la accusano di aver abbandonato le sue compagne di squadre nella gara più importante e di nascondersi dietro la salute mentale per giustificare un suo calo di forma rispetto agli standard a cui aveva abituati, per il quale dovrebbe essere sostituita dalla ginnasta più meritevole nelle graduatorie. Altre obiezioni non hanno messo in discussione la scelta di Biles, giudicata più che legittima, quanto i toni entusiasti con cui è stata raccontata: celebrare l’importanza di saper rinunciare alla competizione e al primato per tutelare la propria salute mentale, hanno commentato in molti, non ha senso se si parla di Olimpiadi, animate esattamente da quella competizione tra i migliori.

Fra i tanti che hanno sostenuto Biles — tra i quali il presidente statunitense Joe Biden e l’ex first lady Michelle Obama — c’è stato Michael Phelps, il nuotatore più vincente di sempre, che a suo tempo affrontò seri problemi di ansia e depressione legati strettamente all’attività sportiva. Fra le altre cose, Phelps ha detto: «Spero che questa sia un’opportunità per iniziare a dare il giusto peso alla salute mentale degli atleti».

Quello che si può dare per certo è che per Biles gli ultimi anni non sono stati facili, e non solo per le difficoltà che tutti gli atleti così giovani e famosi possono incontrare nelle loro carriere.

Insieme alla compagne della nazionale americana è stata coinvolta negli scandali sugli abusi sessuali perpetrati per anni e impunemente all’interno della federazione di ginnastica. Per questi scandali ci sono stati arresti e persino suicidi. L’ex medico della nazionale Larry Nassar è in carcere dal 2018 e probabilmente sconterà lì resto della sua vita. Nello stesso anno Biles disse di essere stata una delle vittime.

Tre anni fa, inoltre, suo fratello maggiore, Tevin Biles-Thomas, è stato arrestato a Cleveland con l’accusa di triplice omicidio. I due sono cresciuti in due diverse famiglie: vennero presi in affidamento da bambini dopo essere finiti in orfanotrofio a causa della tossicodipendenza della madre biologica. Dopo la notizia dell’arresto Biles scrisse sui social: «Sto soffrendo molto, lasciatemi stare». Lo scorso giugno, a poche settimane dalle Olimpiadi, Biles-Thomas è stato assolto per mancanza di prove.