Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (Aris Oikonomou, Pool Photo via AP)

Il Consiglio Europeo si è arrabbiato con l’Ungheria

Per la legge contro i temi LGBT+ nelle scuole, da poco approvata, criticata duramente da quasi tutti i leader dell'Unione

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (Aris Oikonomou, Pool Photo via AP)
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Giovedì i capi di stato e di governo dell’Unione Europea riuniti nel Consiglio Europeo a Bruxelles hanno discusso in maniera molto intensa a proposito di una legge approvata di recente dal parlamento ungherese che vieta di affrontare temi legati all’omosessualità in contesti pubblici frequentati dai minori, e che di fatto paragona l’omosessualità alla pedofilia. La maggior parte dei leader ha criticato il primo ministro ungherese Viktor Orbán, alcuni lo hanno invitato a uscire dall’Unione e altri hanno minacciato di bloccare i fondi comunitari diretti all’Ungheria.

Benché siano state piuttosto forti, le lamentele e le minacce rischiano tuttavia di non ottenere risultati rilevanti: la legge, come ha ricordato lo stesso Orbán durante l’incontro, è già stata approvata e l’Unione difficilmente riuscirà a trovare l’unanimità per ricorrere a misure drastiche. La Commissione Europea potrebbe chiedere l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo per bloccare la legge, ma i tempi rischiano di essere molto lunghi.

La legge ungherese, che originariamente aveva lo scopo di tutelare i bambini dalla pedofilia, era stata stravolta dopo l’inserimento da parte della maggioranza di alcuni emendamenti che accostavano alla pedofilia anche l’omosessualità. Approvata a metà giugno, la legge di fatto vieta alle associazioni legate alla comunità LGBT+ di promuovere i propri programmi educativi e di diffondere informazioni sull’omosessualità o sulla possibilità di richiedere un intervento chirurgico per la riassegnazione del sesso.

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Con la nuova legge sarà possibile vietare o censurare libri per ragazzi che parlino apertamente di omosessualità. Non saranno permesse campagne pubblicitarie in favore dell’inclusione nei confronti della comunità LGBT+, e potrebbero essere mostrati in seconda serata o vietati ai minori anche serie tv come Friends o film come Billy Elliot e Harry Potter, in cui si parla di omosessualità.

La legge, inoltre, è stata al centro di polemiche recenti che hanno riguardato gli Europei e coinvolto l’UEFA, che questa settimana ha vietato all’amministrazione comunale di Monaco di Baviera di illuminare con i colori dell’arcobaleno l’Allianz Arena in occasione della partita degli Europei di calcio tra Germania e Ungheria, dopo le proteste dell’Ungheria.

La riunione del Consiglio Europeo si è tenuta a porte chiuse, ma tutti i giornali, sia internazionali sia italiani, hanno pubblicato resoconti piuttosto precisi di quello che è successo, attribuendoli a “fonti diplomatiche” o a “funzionari” che hanno partecipato all’incontro e che in seguito ne hanno descritto l’andamento ai giornalisti.

In ogni caso, che la legge ungherese sarebbe stata oggetto di dibattito e sarebbe stata criticata dai leader europei era chiaro già da diversi giorni: martedì i rappresentanti di 14 paesi membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, avevano firmato un documento congiunto in cui condannavano la legge ungherese definendola «una evidente forma di discriminazione».

Inoltre diversi leader avevano fatto dichiarazioni molto critiche prima ancora di entrare nel Consiglio Europeo. Mark Rutte, subito dopo il suo arrivo a Bruxelles, aveva detto ai giornalisti che l’Ungheria «non ha più nessun motivo per rimanere nell’Unione Europea». Il primo ministro irlandese Micheál Martin aveva aggiunto che la legge dell’Ungheria mostra come le autorità del paese abbiano «violato un valore fondamentale dell’Unione Europea».

Durante l’incontro, secondo le fonti sentite da vari giornali, i toni sarebbero stati molto duri. Rutte avrebbe affrontato direttamente Orbán, gli avrebbe chiesto perché continui a rimanere nell’Unione e lo avrebbe invitato a invocare l’Articolo 50 del trattato di Lisbona, quello che regola l’uscita di uno stato membro dall’Unione e che è stato usato dal Regno Unito per Brexit. Il discorso più sentito è stato quello di Xavier Bettel, primo ministro del Lussemburgo, che ha parlato della difficoltà di dichiararsi omosessuale e del fatto che alcuni membri della sua famiglia avrebbero fatto fatica ad accettarlo come tale. Bettel ha descritto la legge ungherese come una «linea rossa».

Stefan Löfven, il primo ministro svedese, ha invece detto che «i contribuenti svedesi sono stanchi di inviare fondi a chi non rispetta i nostri valori», minacciando così di bloccare i fondi comunitari di cui l’Ungheria è un grande beneficiario. Effettivamente l’Unione ha approvato l’anno scorso un meccanismo che consente il blocco dei fondi ai governi che commettono gravi violazioni dello stato di diritto, ma è difficile che sarà usato in quest’occasione.

Altri leader europei sono stati critici nei confronti dell’Ungheria ma meno drastici. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che la legge è «sbagliata», e il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che «non è in linea con i nostri valori».

Secondo il Corriere della Sera, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha ricordato a Orbán che anche l’Ungheria ha sottoscritto l’Articolo 2 del trattato di Lisbona, quello che tra le altre cose garantisce il rispetto delle minoranze, e che la Commissione Europea deve decidere se l’Ungheria l’ha violato o meno.

Non tutti i leader si sono schierati contro Orbán. Polonia e Slovenia, dove governano partiti populisti di destra solidali con l’Ungheria, hanno difeso la legge ungherese, mentre una minoranza di paesi, come per esempio la Slovacchia, non ha adottato una posizione esplicita.

Orbán si è difeso dalle accuse ricordando che, quando era un giovane attivista contro il regime comunista, si era battuto anche per la difesa dei diritti degli omosessuali, e sostenendo che la legge avrebbe l’obiettivo di proteggere i minori e garantire il diritto dei genitori a educarli come meglio ritengono. Judit Varga, la ministra della Giustizia ungherese, ha adottato invece un approccio più combattivo, e ha scritto sui social network che «l’Ungheria non vuole lasciare l’Unione Europea. Al contrario, la vogliamo salvare dagli ipocriti».

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I mezzi a disposizione dell’Unione contro la legge ungherese sono relativamente pochi. La Commissione Europea può appellarsi alla Corte europea di Giustizia, che però non ha strumenti coercitivi forti per far applicare le sue sentenze: a dicembre aveva già condannato proprio l’Ungheria per il mancato rispetto delle regole sull’asilo e per i rimpatri illegali.