(Darryl Dyck/ The Canadian Press via ZUMA Press/ ANSA)

Le proteste per salvare gli alberi secolari in Canada

Sono iniziate la scorsa estate e si sono intensificate nelle ultime settimane, ma secondo gli attivisti e i popoli indigeni sono parte di una crisi molto più ampia

(Darryl Dyck/ The Canadian Press via ZUMA Press/ ANSA)
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Dalla scorsa estate decine di persone stanno manifestando contro l’abbattimento degli alberi secolari della foresta di Fairy Creek, nel sud dell’Isola di Vancouver, nel Canada occidentale. Queste proteste contro il taglio di alberi vecchi anche mille anni sono soltanto le più recenti in una storica disputa che coinvolge grosse aziende del settore della lavorazione del legno e le Prime Nazioni, il nome con cui vengono chiamati i popoli autoctoni in Canada: specialmente nelle ultime settimane, le proteste degli ambientalisti stanno dando nuova visibilità a un problema su cui le comunità canadesi, sia indigene che no, sembrano essere profondamente divise.

I primi presidi di protesta attorno alla foresta di Fairy Creek, che si trova pochi chilometri a nord di Port Renfrew, nella parte occidentale dell’isola, furono organizzati lo scorso agosto: un ambientalista aveva notato attraverso alcune immagini satellitari che alcuni alberi erano stati abbattuti per fare spazio a una nuova strada che avrebbe agevolato il taglio e il trasporto degli alberi più grossi, cioè quelli più antichi (“old growth” in inglese). Così gli attivisti iniziarono a bloccare la strada e ad accamparsi in vari punti della foresta, cercando di proteggere gli alberi secolari e ostacolare le attività della società Teal-Jones, che aveva ottenuto una licenza per tagliare e lavorare il legno degli alberi di quelle zone.

Ad aprile diversi ambientalisti erano stati fatti sgomberare in seguito a una sentenza della Corte Suprema canadese arrivata su sollecito di Teal-Jones. Col crescere dell’esposizione mediatica dei presidi, inoltre, da metà maggio ha cominciato a rafforzarsi anche la risposta della polizia federale canadese (RCMP): nelle ultime settimane più di 150 persone sono state arrestate e diversi giornalisti che sono andati sul luogo per documentare la situazione hanno accusato le forze dell’ordine di aver provato a impedirgli di fare il loro lavoro.

Nel frattempo le proteste hanno comunque attirato decine di nuovi attivisti e ottenuto diverse dimostrazioni di sostegno sui social network. In alcune città del Canada sono stati organizzati ritrovi di persone che hanno manifestato pacificamente sdraiandosi a terra, come alberi tagliati e morti.



Secondo il quotidiano canadese Globe and Mail, le proteste attorno a Fairy Creek potrebbero diventare le manifestazioni di disobbedienza civile contro l’abbattimento degli alberi più grosse degli ultimi decenni della British Columbia, la provincia canadese dove si trova la foresta.

In British Columbia, che è grande quasi quanto Francia e Germania messe insieme, ci sono più di 13 milioni di ettari di foreste, 3,6 dei quali sono di “old growth”, ovvero alberi che hanno più di 250 anni. Oltre a questi, c’è anche una grande varietà di animali selvatici, tra cui l’urietta marmorizzata, un uccello marino dal corpo paffuto e col collo corto, e l’astore, un rapace simile allo sparviero. Soltanto nella foresta di Fairy Creek ci sono migliaia di cedri che hanno diverse centinaia di anni e alcuni che ne hanno più di mille, e ci sono anche 9 dei circa 350 “grandi alberi” inseriti nella lista delle conifere più antiche e imponenti stilata dall’Università della British Columbia.

Ogni anno circa 50mila ettari di foreste di alberi secolari della provincia sono abbattuti per la lavorazione del legno: un’area grossa più o meno otto volte Manhattan.

Il legno degli alberi antichi è considerato più pregiato rispetto a quelli più giovani perché è chiaro e senza nodi, ed è ideale per la realizzazione di rivestimenti in legno per le case e pavimenti per esterni. Secondo i dati diffusi dal Consiglio delle aziende del legno della British Columbia e citati da Reuters, nel 2019 il mercato del settore del legno nella provincia valeva 13 miliardi di dollari canadesi (quasi 9 miliardi di euro), 3,5 dei quali provenienti dal taglio di alberi secolari (2,40 miliardi di euro). Per dare l’idea, Teal-Jones è il più grosso produttore mondiale di manici di chitarra in legno di cedro.

L’analista di mercato Mark Wilde ha spiegato a Reuters che con la pandemia da coronavirus è aumentata molto la richiesta di legno per le nuove costruzioni in tutto il Nord America, ma che il fulcro del settore adesso si sta spostando negli stati del sud degli Stati Uniti, dove gli alberi crescono più velocemente. Anche se alcune grandi società canadesi come West Fraser Timber Co LTD e Interfor Corp hanno cominciato a investire anche negli Stati Uniti, il legno degli alberi secolari è considerato più prestigioso e remunerativo, tanto che alcune segherie canadesi si sono attrezzate per lavorare esclusivamente alberi molto grossi. Soltanto nella British Columbia il settore impiega circa 38mila persone.

Sia diversi attivisti che indigeni hanno detto di pensare che i problemi evidenziati dalle proteste provengano da molto lontano e abbiano a che vedere non soltanto con lo sfruttamento delle foreste, ma anche con il rapporto tormentato e complesso tra lo stato canadese e i popoli indigeni, spesso caratterizzato dall’oppressione di questi ultimi.

La foresta di Fairy Creek si trova nel territorio del popolo indigeno dei Pacheedaht, che abita in queste zone da centinaia di anni e per cui lo sfruttamento delle foreste è cruciale: nel 2017 i Pacheedaht avevano stretto un accordo con il governo provinciale per ottenere parte dei guadagni provenienti dalle attività di taglio del legname. I Pacheedaht gestiscono anche tre segherie in queste zone, ma nonostante quello che potrebbe sembrare un conflitto di interessi molti di loro si sono comunque opposti al taglio degli alberi secolari, sostenendo che le loro foreste debbano essere salvaguardate. Per questo, tra i Pacheedaht si è creato un notevole conflitto.

Uno dei capi anziani, Bill Jones, ha espresso apertamente il suo sostegno nei confronti degli attivisti ad aprile, dopo che le autorità locali avevano iniziato a farli sgomberare; altri Pacheedaht, invece, non hanno apprezzato il fatto che gli ambientalisti si fossero per così dire intromessi nel loro territorio e nei loro affari. Tra le altre cose, Jones si è unito alle loro manifestazioni e ha accusato le industrie del legno di «pensare che la foresta sia una merce», sostenendo che il disaccordo tra i Pacheedaht sulla gestione delle foreste che abitano da secoli sia stato alimentato dal colonialismo.

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Secondo Jones, infatti, il problema è ben più profondo della disputa sulle foreste, ed è stato creato dall’Indian Act, ovvero la legge del 1876 che per usare le parole di Kati George-Jim, sua nipote, «ha privato le Prime Nazioni delle loro terre, delle loro strutture di governo, dei loro figli e le ha sottoposte forzatamente a una pseudodemocrazia». Per George-Jim dire che le comunità sono divise significa dare una visione parziale della situazione, che non tiene conto del contesto.

Sebbene negli anni siano stati fatti diversi emendamenti e ampie revisioni, l’Indian Act è ancora il principale documento che definisce le relazioni tra il governo canadese e i popoli indigeni, e per questo è ancora oggi oggetto di molte controversie. Per quanto riguarda la British Columbia, però, la maggior parte delle terre fu espropriata senza appositi trattati, e i negoziati tra il governo provinciale e le Prime Nazioni sulla ridistribuzione delle terre e sui diritti degli indigeni cominciarono soltanto negli anni Novanta.

George-Jim ha detto alla rivista scientifica Hakai Magazine che all’interno dei Pacheedaht, come in qualsiasi altra comunità indigena, «è in corso una guerra civile», che sarebbe stata «promossa dal Canada» e che «non potrebbe esistere senza tutte queste terre rubate». Quando si parla di divisioni tra le comunità indigene si parla precisamente «del colonialismo, della violenza e dell’oppressione»: insomma, le tensioni che stanno riemergendo in questi mesi sulla tutela delle foreste di Fairy Creek possono essere ricondotte «all’espropriazione delle terre e del diritto spirituale e ancestrale di rimanere in collegamento con loro».

Anche secondo Duncan Morrison, una guida naturalistica che sta partecipando ai presidi degli attivisti, le proteste di questi mesi sono un risultato di politiche poco lungimiranti, che hanno fatto aumentare la frustrazione negli indigeni e degli attivisti. Morrison ha spiegato ad Hakai Magazine che questa «è una crisi che va avanti da 150 anni» e che anche il resto della comunità è diviso.

Secondo Morrison la selvicoltura avrà sempre un ruolo enorme nell’economia canadese, ma è anche necessario che le aziende si attrezzino in fretta per lavorare soltanto gli alberi più giovani e preservare invece le foreste di alberi secolari «per evitare il baratro»: altrimenti «quelli che soffriranno di più» saranno i lavoratori.