Il New York Times non ha più voglia di gestire il suo gruppo Facebook sulla cucina

Nato come estensione della sezione “Cooking”, ha superato i 76mila iscritti e moderare i contenuti è diventato un lavoraccio

Il New York Times abbandonerà il suo gruppo Facebook dedicato alla cucina che da quando è stato fondato, nel gennaio del 2019, ha raccolto oltre 76mila iscritti. In un post sul gruppo ha spiegato che selezionerà 10-20 volontari e che affiderà a loro la moderazione (ci si può candidare qui); dopodiché rimuoverà qualsiasi affiliazione e cambierà il nome. Gestirlo, e soprattutto moderarlo, era diventato eccessivamente oneroso e sottraeva troppo tempo ai redattori del giornale che se ne occupavano. Col tempo poi i contenuti e i commenti pubblicati dagli utenti erano diventati simili a quelli di un qualsiasi grande gruppo di Facebook, senza più molti legami con il New York Times e con frequenti discussioni e litigi su questioni di politica e società, in violazione alle regole del gruppo.

Il giornale ha spiegato che nel tempo il gruppo è cresciuto enormemente e che il suo interesse «è chiaramente andato oltre le ricette o il New York Times»: per questo «dovrebbe essere guidato da persone che sono coinvolte e informate sulla comunità. È venuto il momento di mettere il gruppo nelle vostre mani, i suoi membri».

La decisione non è stata presa in seguito a un episodio particolare. Sam Sifton, redattore di NYT Cooking, la rubrica di cibo e cucina del New York Times, ha spiegato che si è semplicemente capito che «si tratta di molte persone che vogliono pubblicare foto dei loro cani vicino al loro soufflè, non un posto dove avremmo incanalato le persone verso NYT Cooking»; inoltre il giornale pagava redattori per moderare i commenti, che erano così sottratti al lavoro di scrittura in redazione.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

La mole di commenti da moderare è probabilmente uno dei motivi che hanno più inciso sulla decisione, insieme alla perdita di identità del gruppo, diventato una smisurata comunità di persone che pubblicano i contenuti più vari. Secondo la giornalista freelance Erin Biba, il gruppo era moderato solo da 4 redattori, che se ne occupavano nel tempo libero dovendo lavorare a tempo pieno in redazione. Quando lo scorso dicembre i moderatori scrissero che avrebbero sospeso le attività del gruppo per prendersi una pausa durante le vacanze natalizie vennero anche criticati aspramente da alcuni utenti.

Ultimamente poi le regole di moderazione erano spesso violate. Prevedevano infatti che si discutesse di cibo, cucina e questioni correlate ma che si lasciassero fuori argomenti come la politica, che è invece entrata con forza durante la divisiva campagna elettorale del 2020. Quando i post a sostegno di un candidato vennero rimossi dai moderatori, gli iscritti iniziarono a inserire dichiarazioni o indicazioni di voto nelle foto di cibo.

Lo stesso si è visto durante le feste: per il Ringraziamento c’era chi pubblicava immagini di cene piene di commensali, non distanziati e senza mascherina – nonostante le indicazioni del governo di evitare assembramenti per contenere il contagio da coronavirus – ed erano puntualmente seguite da commenti critici. Sempre negli ultimi tempi, si è discusso con acrimonia anche di razzismo nell’editoria gastronomica e di appropriazione culturale delle ricette, tutti temi che hanno contribuito a inasprire l’atmosfera, hanno richiesto più impegno ai moderatori e allontanato il gruppo dal suo intento iniziale.

Il gruppo era stato aperto in seguito al successo di NYT Cooking, la rubrica e app di ricette lanciata dal New York Times nel 2017. L’iscrizione costa 40 dollari all’anno, oppure è compresa nell’abbonamento digitale con tutti i servizi inclusi, al costo di 8 euro al mese; nel gruppo si entra invece gratuitamente. Allora Emily Fleischaker, che si occupa della strategia aziendale della sezione, disse che l’obiettivo del gruppo Facebook era «di aiutarci a capire meglio il nostro pubblico, imparare quali siano le ricette che hanno più voglia di cucinare e che fotografano, come vengono in foto, come le impiattano. Sul sito e su Instagram abbiamo dei commenti ma qui c’è una sensazione completamente diversa: gli iscritti sono i protagonisti».

Nel 2019 il gruppo era ancora relativamente piccolo, aveva 8.000 iscritti e si autogestiva, come spiegò la social media editor di NYT Cooking, Kiera Wright-Ruiz; inoltre le persone erano molto affezionate al New York Times, consigliavano ai nuovi membri di iscriversi alla app e rispettavano rigorosamente la regola del giornale di non pubblicare sulla pagina screenshot delle ricette, perché sarebbe stato come derubare i redattori del loro lavoro. Alcuni iscritti regalarono anche l’abbonamento a chi non poteva permetterselo. All’epoca Wright-Ruiz lo definì «l’angolino felice di internet»; due anni dopo la crescita di iscritti e l’incapacità di gestirlo del New York Times lo ha trasformato in un posto sui social come tanti.