(Fabio Cimaglia/LaPresse)

Il Movimento 5 Stelle ne ha un bel po’ da risolvere

Le questioni aperte sono tante, dalla leadership di Conte al rapporto con Casaleggio all'alleanza col PD, e difficili da incastrare

(Fabio Cimaglia/LaPresse)

Le dinamiche che avevano provocato una spaccatura dentro al Movimento 5 Stelle tra l’ala più istituzionale e governista, vicina ai vertici del partito, e quella più critica e intransigente, sembrano da giorni essere arrivate a una fase di uno stallo. Si parla da settimane di una nuova organizzazione interna intorno alla figura dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che tarda però a concretizzarsi principalmente per via di alcuni problemi e sommovimenti interni: un allontanamento dalla piattaforma online Rousseau di Davide Casaleggio, le tensioni sull’appoggio al governo di Mario Draghi, e le discussioni su regole di partito come quelle sul terzo mandato e sulle rendicontazioni. E c’è poi la problematica questione delle alleanze, anche in vista delle prossime elezioni amministrative.

Giuseppe Conte
Il Movimento 5 Stelle è il partito di maggioranza relativa in Parlamento, ma nella realtà sembra aver perso peso politico dopo la caduta del governo Conte e dopo l’elezione di Enrico Letta a nuovo segretario del Partito Democratico, al posto di Nicola Zingaretti che aveva messo al centro della sua linea proprio l’alleanza con il M5S. Al momento non sembra esserci una strategia chiara per uscire da questa situazione.

Il Movimento 5 Stelle in questo momento non ha un leader e, dalle dimissioni di Luigi Di Maio avvenute nel gennaio del 2020, è guidato provvisoriamente dal reggente Vito Crimi. A fine ottobre, quando lo scenario politico era ben diverso da quello attuale, si erano svolti i cosiddetti “stati generali”, terminati i quali si era stabilito di sostituire la figura del capo politico con un comitato di cinque membri, che nonostante l’approvazione online degli iscritti non erano però stati mai indicati.

Lo scorso 28 febbraio si era tenuta una riunione tra i leader del M5S e Beppe Grillo, durante la quale Conte era stato indicato come possibile capo politico in grado di rilanciare il partito. Conte è legato all’ala moderata – fu reclutato dall’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, vicinissimo a Di Maio – ma allo stesso tempo è apprezzato anche dall’ala più radicale. Il problema è che Conte non è iscritto al Movimento 5 Stelle e dunque per il regolamento interno non potrebbe svolgere il ruolo del capo politico. A questo si aggiunge la questione dello Statuto, che dopo le ultime modifiche prevede non un capo ma un direttorio. Conte dunque potrà assumere questo ruolo solo se la base ne voterà una modifica: ma come?

Rousseau
Rousseau è un normale sito internet con una “area riservata” a cui hanno accesso gli iscritti certificati del Movimento 5 Stelle, che possono partecipare a una serie di attività del partito e alle votazioni interne. Rousseau non è uno strumento di proprietà del Movimento 5 Stelle né è gestito direttamente dal partito, bensì è in mano all’Associazione Rousseau, un’associazione senza scopo di lucro fondata da Gianroberto Casaleggio e ora controllata dal figlio Davide insieme ad altri soci. Da tempo è al centro di diverse controversie interne, che hanno a che fare da una parte con i fondi che attualmente gestisce, derivanti dai contributi dei parlamentari e dalle donazioni private, e dall’altra con la gestione dei dati personali degli iscritti.

Davide Casaleggio, presidente dell’Associazione Rousseau, è considerato vicino ad Alessandro Di Battista, che aveva deciso di non ricandidarsi alle ultime elezioni politiche e che è stato a lungo uno dei più popolari dirigenti del Movimento 5 Stelle, leader dell’ala più critica e radicale del movimento.

A metà marzo, Casaleggio aveva presentato un manifesto chiamato “Controvento” che conteneva una serie di condizioni e di indicazioni sui futuri rapporti tra il partito e la sua piattaforma. Tra le altre cose, i punti dicono che «prima di prendere una decisione è necessario uno spazio di confronto ufficiale», che le votazioni devono essere precedute da «tempi di comunicazioni certi», che i quesiti devono essere «neutri, lineari, chiari e non capziosi», che «le regole non sono scritte per gli amici» e che «vanno applicate con equità». Casaleggio chiedeva poi «trasparenza sulle attività svolte nel rispetto della privacy» e il rispetto del «limite dei mandati» (due, con l’eccezione di quello eventualmente svolto in un consiglio comunale) per evitare la formazione di «gruppi di potere». Le decisioni importanti, aveva poi specificato Enrica Sabatini, socia di Rousseau, dovranno essere «assunte dagli iscritti» e non «calate dall’alto».

Dentro all’ala più moderata sembrano però prevalere la volontà di non affidarsi a una piattaforma gestita dall’esterno, e una posizione di chiusura verso Rousseau e Casaleggio, accusato tra l’altro di voler fondare un proprio partito. Per ora, le votazioni su Rousseau sono ferme. Al di là delle questioni economiche, questa sospensione ha un valore politico: blocca cioè l’iter per cambiare le norme ed eleggere poi il nuovo leader, Giuseppe Conte.

Rapporti con il governo e con il PD
Le divisioni fra le aree del partito erano rimaste sommerse durante i due governi Conte, anche se avevano prodotto occasionali tensioni, come le dimissioni di Di Maio da capo politico nel gennaio del 2020, dovute proprio al malcontento interno. Sono riemerse concretamente nel voto di fiducia a Draghi, quando 31 parlamentari del M5S, 15 senatori e 16 deputati, avevano votato contro l’indicazione del partito. Crimi aveva dunque annunciato la loro espulsione dal gruppo e dal partito. L’espulsione non si è ricomposta, tanto che alla Camera i deputati espulsi – alcuni dei quali fanno parte dell’ala radicale, altri vanno un po’ per conto loro – hanno formato un gruppo interno al Misto, L’Alternativa c’è.

Una recente intervista di Di Maio al quotidiano spagnolo El Paìs ha causato nuovi motivi di scontro. Di Maio ha detto che chi se ne è andato dopo la nascita dell’esecutivo Draghi era ancora legato «a una certa idea di Italexit», la versione italiana di Brexit: «Il peso di Conte aumenterà il prestigio del M5S e completerà il processo di evoluzione, (…) rafforzerà l’atlantismo e i valori europeisti del M5S. È in linea con ciò che ho cercato di creare», ha aggiunto. I deputati di Alternativa c’è hanno però accusato Di Maio di incoerenza ricordando quando i vertici del Movimento parlavano di referendum contro l’euro.

Nell’intervista, Di Maio ha fatto riferimento a una presunta identità moderata del M5S, citando Enrico Letta e il Partito Democratico: «Ho sempre lavorato bene con Letta, è una persona in cui ho molta fiducia. L’alleanza tra PD e M5S sarà rafforzata», ha detto. Aggiungendo che «non deve essere solo elettorale, è necessario guardare ad orizzonti lontani per crescere insieme. Dobbiamo affrontare insieme le grandi questioni sociali. Letta e Giuseppe Conte troveranno spazio per il dialogo».

Il tema delle future alleanze dovrà risolversi in vista delle prossime amministrative: tra settembre e ottobre si voterà anche in sei grandi città, Roma, Napoli, Torino, Bologna, Milano, Trieste. I giornali, in questi giorni, hanno scritto che nel Movimento si spera di chiudere un patto con il PD in almeno alcune di queste. Il Corriere della Sera scrive ad esempio che «viene data per persa la possibilità di una convergenza a Trieste, la città dove è stato consigliere comunale il contiano Stefano Patuanelli: qui il PD andrà da solo e il Movimento punta su Alessandra Richetti». Ma su tutte, la situazione più complicata sarà quella di Roma dove Virginia Raggi ha già detto di volersi ricandidare ricevendo anche il sostegno di Beppe Grillo che, sul suo blog, ha pubblicato un post dove l’attuale sindaca è ritratta come Wonder Woman: «Massimo sostegno alla nostra guerriera».

Sembra però che dentro al Movimento ci siano due posizioni inconciliabili. La scorsa settimana, Raggi aveva infatti criticato la giunta regionale sulla questione delle discariche. Da qualche giorno nella giunta – per volere del presidente del Lazio Nicola Zingaretti e con il sostegno pubblico di Conte – sono entrate anche Roberta Lombardi e Valentina Corrado, del M5S: «A breve si vota. Chi si candida a Roma abbia il coraggio di disconoscere l’operato di Zingaretti», ha detto Raggi.

Mandati e rendicontazioni
Ci sono poi altre questioni relative alla riorganizzazione interna del partito: la prima ha a che fare con la possibilità di mettere in discussione il limite dei due mandati, il divieto attualmente valido nel M5S di candidare più di due volte deputati e senatori. Rispettarlo significherebbe escludere gran parte dell’attuale dirigenza (ad esempio Di Maio e Crimi, ma non solo), e quindi privarsi dei leader ormai più esperti e visibili, ma anche evitare nuove critiche da parte della componente radicale e possibili nuove uscite.

L’altra questione ha a che fare con il tema delle rendicontazioni. I giornali hanno anticipato che sarà varato un nuovo sistema che prevede un aumento delle restituzioni e che sarebbe pari a 3 mila euro al mese per ciascun parlamentare. L’aumento sarebbe stato giudicato eccessivo da parte di alcuni esponenti.