Il primo ministro portoghese António Costa (AP Photo/Armando Franca)

Le enormi e inutili spese del Portogallo per presiedere il Consiglio dell’Unione Europea

Sostenute per allestire sale stampa e strutture destinate a riunioni e incontri, tutte cose inutilizzate a causa della pandemia

Il primo ministro portoghese António Costa (AP Photo/Armando Franca)

Ogni sei mesi la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che insieme al Parlamento detiene il potere legislativo ed è composto da un rappresentante del governo per ogni paese dell’Unione, diverso a seconda del tema di cui si discute, viene assegnata a uno stato diverso. Dal primo gennaio del 2021 è detenuta dal Portogallo, che la manterrà fino a giugno per poi lasciarla alla Slovenia. A causa della pandemia da coronavirus, gran parte degli incontri e delle riunioni che si sarebbero dovute tenere in Portogallo si sta svolgendo in remoto. Tutti gli eventi dal vivo sono stati annullati, ma il governo ha speso lo stesso moltissimo denaro nell’allestimento di strutture dove svolgere gli incontri, in sale stampa, gadget e altro materiale promozionale che non verrà mai utilizzato.

Il Consiglio dell’Unione Europea ha il potere legislativo insieme al Parlamento Europeo e ha anche competenze sulla politica estera, l’economia e la sicurezza. Detenere la presidenza è una grande opportunità per i paesi membri, perché possono influenzare l’agenda politica dell’Unione, ma lo è soprattutto per i paesi più piccoli, come il Portogallo appunto.

A causa della pandemia quelle opportunità non potranno essere sfruttate. Ma come ha raccontato di recente Politico, la presidenza portoghese ha deciso comunque di spendere moltissimi soldi, come se tutti gli eventi si dovessero tenere effettivamente in presenza.

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Per esempio sono stati spesi più di 260mila euro in uno spazio per tenere conferenze stampa a Lisbona, nonostante le conferenze siano svolte online e ci siano limitazioni sui viaggi dei giornalisti stranieri in Portogallo; sono stati pagati più di 35mila euro per la fornitura di vini da offrire nei rinfreschi; e sono stati spesi quasi 40mila euro per comprare centinaia di abiti e camicie per gli autisti che avrebbero dovuto occuparsi dei trasferimenti dei delegati stranieri durante le loro visite nel paese.

La presidenza portoghese ha giustificato queste spese sostenendo di avere sperato nella ripresa degli eventi in presenza a partire dai primi mesi del 2021: la portavoce della presidenza, Alexandra Carreira, ha spiegato che, nonostante la pandemia, non si poteva escludere la possibilità di tenere riunioni fisiche «ad un certo punto nel prossimo futuro», e per questo sono stati organizzati «preparativi adeguati e tempestivi».

Politico ha raccontato però che alcune delle spese fatte dalla presidenza sembrerebbero eccessive persino in un periodo normale senza una pandemia in corso. La presidenza, ad esempio, non ha spiegato perché ha dovuto comprare 360 camicie e 180 abiti per gli autisti, che sono dipendenti statali e che presumibilmente dispongono già di abiti per svolgere il proprio lavoro. Inoltre la costruzione del centro per la stampa di Lisbona è stata affidata a una società che non otteneva un appalto pubblico dal 2011 e che fino a quel momento si era occupata solamente di organizzare feste di paese. Un giornalista portoghese ne ha parlato in forma anonima a Politico, descrivendo l’edificio come una “città fantasma”.

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La maggior parte delle riunioni si sta svolgendo in videoconferenza, ma a inizio gennaio il governo portoghese ha comunque insistito per svolgere alcuni incontri istituzionali con membri della Commissione Europea dal vivo a Lisbona. La scelta è parsa a molti rischiosa, anche considerando che a inizio anno in Portogallo è iniziata una nuova ondata di contagi da coronavirus, che ha raggiunto il suo massimo il 28 gennaio con 16.432 casi giornalieri. È successo quello che ci si poteva aspettare: dopo un incontro con João Leão, ministro portoghese dell’Economia, risultato positivo al coronavirus, tre commissari europei si sono dovuti mettere in quarantena.

Oltre alle spese ingiustificate e ad altre controverse scelte del governo, i dubbi di molti hanno riguardato anche le sponsorizzazioni che la presidenza portoghese ha firmato con varie società, alcune delle quali sembrano andare contro le politiche dell’Unione. Alcuni gruppi ambientalisti hanno criticato soprattutto le sponsorizzazione di società che operano in netta contraddizione con il Green Deal europeo, l’ambizioso piano della Commissione Europea per combattere il cambiamento climatico.

Una società in particolare ha attirato l’attenzione dei più critici, la The Navigator Company, produttrice di carta: lo scorso anno la società, inizialmente di proprietà dello stato e privatizzata solo nel 2004, aveva ricevuto un prestito di 27,5 milioni di euro dalla Banca Europea degli Investimenti, l’istituto di credito dell’Unione Europea, ed è nota da tempo perché molti portoghesi vi hanno lavorato o vi sono andati a lavorare dopo aver interrotto la carriera pubblica.

Gli ambientalisti accusano The Navigator Company per le sue vaste piantagioni di eucalipto, che sarebbero collegate agli incendi boschivi in ​​Portogallo, e per l’accaparramento di terre in Mozambico. La società ha respinto queste accuse e ha detto di non aver avuto politici come direttori e che nessun ex direttore è entrato nel governo portoghese da quando è avvenuta la privatizzazione.

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