(AP Photo/Markus Schreiber, file)

Il Green Deal europeo, spiegato bene

Cosa prevede il complesso piano della Commissione Europea per combattere il cambiamento climatico e, a lungo termine, salvare la Terra

di Luca Misculin
(AP Photo/Markus Schreiber, file)

Da diverse settimane la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ha messo in chiaro che nei primi anni di mandato la sua priorità sarà una sola: promuovere il Green Deal europeo, cioè una serie di misure per rendere più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini europei. Nelle intenzioni della Commissione Europea, il Green Deal «trasformerà l’Unione Europea in una società giusta e prospera, con un’economia di mercato moderna e dove le emissioni di gas serra saranno azzerate, e la crescita sarà sganciata dall’utilizzo delle risorse naturali».

È un progetto molto molto ambizioso, che interesserà direttamente decine di milioni di persone, a cui lavoreranno per anni tutte le principali istituzioni europee, e che ha l’ulteriore ambizione di dare il buon esempio nella lotta per contrastare il cambiamento climatico. Ma cosa dobbiamo aspettarci?

Cos’è il Green Deal
Concretamente, il Green Deal europeo sarà una «strategia», cioè una serie di misure di diversa natura – fra cui soprattutto nuove leggi e investimenti – che saranno realizzate nei prossimi trent’anni. Al momento la Commissione ha pianificato i primi due anni, i più importanti per mettere a punto una struttura che sia in grado di reggere un progetto così ambizioso.

Al Green Deal lavoreranno sia la Commissione – l’organo esecutivo dell’Unione – sia il Parlamento e il Consiglio, che invece detengono il potere legislativo. Per la Commissione il Green Deal sarà gestito da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e uno dei politici più rispettati a Bruxelles, che ha ricevuto una delega ufficiale da von der Leyen.

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Su diverse misure, Parlamento e Consiglio avranno probabilmente idee diverse, sia fra di loro sia rispetto alla Commissione, e il risultato finale in molti casi sarà frutto di un compromesso al ribasso: ma il capitale politico speso dalla nuova Commissione sul Green Deal e la sempre maggiore popolarità di misure del genere hanno convinto diversi osservatori europei del fatto che il piano di von der Leyen non finirà nel nulla, come invece è capitato in passato a diverse ambiziose iniziative europee.

Il Green Deal sarà finanziato con una quantità ingente di soldi, pubblici e privati. Nei primi dieci anni l’obiettivo sarà quello di mobilitare circa 1000 miliardi di euro per finanziarlo, più o meno 100 miliardi all’anno. Quella dei 1000 miliardi è una stima: la cifra reale sarà stabilita dal bilancio pluriennale dell’Unione Europea per il periodo compreso fra il 2021 e il 2027, in discussione in questi mesi.

Quali obiettivi ha
L’obiettivo principale è quello di fare la propria parte per limitare l’aumento del riscaldamento globale, che secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU deve rimanere entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale, per non causare danni enormi al pianeta e quindi alla specie umana. Per rispettare questo limite, stabilito dagli Accordi di Parigi del 2015, l’Unione Europea si è impegnata ad azzerare le proprie emissioni inquinanti nette entro il 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040. Da questo obiettivo principale, a cascata, ne derivano altri più specifici.

Il primo e più importante sarà quello di rendere più pulita la produzione di energia elettrica, che al momento è responsabile del 75 per cento dell’emissione dei gas serra all’intero dell’Unione Europea (il più famoso dei quali è l’anidride carbonica, la cosiddetta CO2). Significa soprattutto potenziare la diffusione delle energie rinnovabili e al contempo smettere di incentivare l’uso di combustibili fossili: sarà un problema soprattutto per i paesi dell’Est Europa, dove la diffusione delle energie rinnovabili è ancora limitata. La Polonia, per esempio, ancora oggi ottiene l’80 per cento della propria energia elettrica dal carbone, uno dei combustibili più inquinanti ancora in circolazione: per questa ragione è l’unico paese che non ha ancora accettato ufficialmente di azzerare le proprie emissioni nette nel 2050. In tutti i paesi dell’est la costruzione di centrali a energia solare o eolica è praticamente nulla, a differenza di quello che succede nell’Europa centrale.

Un altro obiettivo importante sarà rendere più sostenibili tutta una serie di attività umane che al momento consumano una grande quantità di energia, o che producono una quota eccessiva di inquinamento: significa introdurre nuove regole per costruire o ristrutturare case e industrie in giro per l’Europa, rendere meno inquinanti i processi produttivi, potenziare i trasporti pubblici e su rotaia, promuovere la biodiversità – cioè materialmente proteggere boschi e specie animali dall’estinzione – rendere ancora più diffusa l’economia circolare, e riservare una quota stabilita dei fondi europei per iniziative sostenibili.

Cosa si farà, concretamente
Per ogni obiettivo del Green Deal, la Commissione diffonderà prima un «piano strategico» e poi una «azione concreta», per cercare di raggiungerlo. Le misure saranno di natura legislativa diversa: le più importanti saranno le direttive e i regolamenti, cioè leggi europee vincolanti per gli stati nazionali. Al momento di molte misure conosciamo soltanto il titolo e una breve descrizione: sappiamo che entro la fine 2021 la Commissione prevede di fissare nuovi limiti per l’inquinamento prodotto dalle automobili e che nei prossimi mesi dovrebbe essere diffusa la nuova «azione concreta» sull’economia circolare, ma poco altro.

Le misure di cui si sta discutendo di più, sostanzialmente perché sono le più importanti che verranno presentate nei prossimi mesi, sono due: la cosiddetta Legge sul Clima, la base legislativa per tutti i provvedimenti che seguiranno nei prossimi anni, e il Fondo per una transizione giusta, cioè il salvadanaio che servirà a finanziare iniziative sostenibili nelle regioni europee più arretrate e vulnerabili. Sono quelle che potrebbero subire ingenti perdite di lavoro nel corso della transizione da un’economia basata sulla manifattura pesante e la produzione a combustibili fossili – altamente inquinanti – verso forme e fonti più sostenibili, che nel breve termine saranno meno bisognose di forza lavoro.

Per quanto riguarda la Legge sul Clima, le aspettative sono alte. «Sarà la prima volta che l’Europa si doterà di una legge quadro sul clima», spiega Mauro Albrizio, che da vent’anni dirige l’ufficio di Legambiente alle istituzioni europee: «finora era sempre stata affidata a regolamenti e direttive diverse». La legge dovrebbe essere presentata all’inizio di marzo e discussa alla fine del mese dal Consiglio Europeo, l’istituzione che comprende i capi di stato e di governo e che detta l’agenda politica dell’Unione, che dovrebbe approvarla formalmente.

La legge servirà a ufficializzare l’intenzione di azzerare le emissioni nette in tutta l’Unione entro il 2050, cosa che renderà l’obiettivo vincolante, oltre a fissare specifici obiettivi intermedi. Secondo le informazioni diffuse dalla Commissione Europea, inoltre, stabilirà alcuni «principi fondamentali che saranno la base di tutte le misure» che l’Unione prenderà in futuro, soprattutto nell’ambito del Green Deal: «riguarderanno il benessere dei cittadini, la prosperità della società, la competitività della sua economia, l’efficienza energetica, la sicurezza, la salute e la protezione dei consumatori vulnerabili, la solidarietà e l’approccio scientifico» dei provvedimenti futuri.

Abbiamo qualche informazione in più sul Fondo per una transizione giusta, che è stato presentato a metà gennaio dalla Commissione ed è la parte più corposa del Meccanismo per una transizione giusta. Sappiamo per esempio che fra il 2021 e il 2027 il Fondo mobiliterà circa 100 miliardi di euro, che nelle intenzioni della Commissione dovranno diventare 143 entro il 2030. I soldi verranno da fondi strutturali europei già esistenti – con qualche taglio piuttosto controverso, come vedremo dopo – da programmi di cofinanziamento degli stati, da prestiti a interessi di favore della Banca Europea degli Investimenti, e da una parte del fondo InvestEU, il nuovo nome con cui è stato chiamato il piano per attirare investimenti privati della Commissione Europea (nella legislatura precedente si chiamava Piano Juncker, dal nome dell’ex presidente Jean Claude Juncker).

Il Fondo per la transizione giusta è considerato una priorità sia dalle istituzioni europee sia dagli stati nazionali. Basta pensare all’impatto che potrebbe avere la chiusura di una acciaieria in una città periferica di un paese già di per sé periferico come la Repubblica Ceca o la Romania: i paesi dell’Europa occidentale conoscono bene gli enormi effetti negativi sulla società causati nel breve periodo dalla chiusura delle aziende fallite negli anni della crisi economica e del rapidissimo progresso tecnologico, e hanno voluto sapere da subito, insomma, quanti soldi garantirà l’Unione Europea per facilitare queste transizioni.

La Commissione ha già diffuso alcune tabelle che ipotizzano quanto spetterà ai singoli stati dal 2021 al 2027 se la proposta della Commissione per il Fondo verrà accettata da Parlamento e Consiglio. Secondo le proiezioni, diffuse dal Sole 24 Ore, i paesi dell’Est riceveranno comprensibilmente la quota di fondi più alta in rapporto alla popolazione, ma ci sono alcuni dati notevoli. La Germania, l’unico paese occidentale che ancora oggi dipende in buona parte dal carbone per produrre energia elettrica, riceverà due miliardi di euro di fondi diretti. L’Italia otterrà invece 364 milioni, una cifra simile a quella che andrà a paesi come Francia e Spagna.

Secondo le regole del Fondo, per ogni euro che l’Unione Europea verserà a ciascun paese, il governo nazionale dovrà impegnare fra 1,5 e 3 euro per cofinanziare quei progetti, e far sapere alla Commissione come vuole spendere questi soldi attraverso dei piani territoriali, che verranno preparati da Regione, governo nazionale e aziende e associazioni locali. Secondo i calcoli di Daniele Viotti, che nella scorsa legislatura era parlamentare europeo del Partito Democratico ed è stato relatore per il bilancio dell’Unione Europea per il 2019, significa che se il governo italiano deciderà di investire il minimo richiesto per il cofinanziamento – 1,5 euro per ogni euro del Fondo – avrà comunque un miliardo di euro da spendere per interventi nelle regioni più problematiche.

Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli Affari economici, ha già specificato che questi soldi «possono certamente riguardare l’Ilva, la Puglia e la zona di Taranto», mentre Legambiente ha proposto di impiegarli per chiudere definitivamente e bonificare le centrali a carbone della Sardegna.

Basterà?
È la domanda che si stanno facendo un po’ tutti: a livello globale il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi renderà ancora più complicato contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 gradi centigradi. Le cose però potrebbero cambiare se venisse eletto un nuovo presidente, magari Democratico, nel 2020; a quel punto l’obiettivo sarebbe probabilmente più fattibile, se la Cina – come sembra ormai certo – rispetterà i suoi impegni e soprattutto se l’Unione Europea farà la sua parte adeguando gli obiettivi alle ultime previsioni, ancora più preoccupanti di quelle che circolavano cinque anni fa, quando furono firmati gli Accordi.

Al momento è ancora presto per capire quale sarà realmente l’impatto del Green Deal europeo sull’ambiente, spiega Albrizio: «ci sono una miriade di proposte legislative che nei prossimi due anni dovranno dare corpo» agli impegni presi da von der Leyen, che dovranno passare dal Parlamento e dal Consiglio e soprattutto essere applicati nei vari stati. Una prima valutazione, però, si può fare sugli obiettivi che la Commissione Europea sceglierà di includere nella Legge sul Clima, la direttiva europea vincolante che renderà obbligatorio raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.

La partita si gioca soprattutto sugli obiettivi intermedi, e più nello specifico su quello del 2030. Fra gli ambientalisti, l’opinione più diffusa è che per fare la sua parte e rispettare gli Accordi di Parigi, l’Unione Europea dovrebbe tagliare del 65 per cento le proprie emissioni nette rispetto ai livelli del 1990. Al momento l’impegno preso dalla Commissione precedente prevedeva una riduzione del 40 per cento dei gas serra, ritenuta ormai obsoleta e insufficiente.

Secondo Albrizio, l’ambiziosità della proposta di von der Leyen si inizierà a capire dall’obiettivo intermedio che stabilirà per il 2030: «Con le misure adottate di recente, cioè il pacchetto clima ed energia, e con una piena attuazione a livello nazionale, già oggi si andrà oltre il 40 per cento, e si raggiungerà il 45. La nuova strategia sulla biodiversità [che sarà presentata a marzo e aumenterà la capacita di assorbimento di materiali inquinanti da parte di boschi e foreste] aggiungerà un potenziale 10 per cento».

Qui le cose si complicano. Per ora von der Leyen ha parlato di un generico taglio del 55 per cento, ma non ha specificato se l’obiettivo prevede le sole emissioni di gas serra oppure le emissioni nette, che tengono conto dell’assorbimento di boschi e foreste. «Se il target del 55 per cento comprenderà le emissioni nette, non cambierà nulla», spiega Albrizio: al taglio del 45 per cento già di fatto avviato, si aggiungerà un dieci per cento di maggiore assorbimento, e i paesi non dovranno compiere altri sforzi. «Il taglio dovrà essere del 55 per cento esclusi gli assorbimenti», spiega Albrizio: solo in questo modo si raggiungerebbe il fatidico 65 per cento indicato dagli ambientalisti come il minimo necessario per raggiungere l’obiettivo degli Accordi di Parigi.

Nelle scorse settimane diverse ong ambientaliste si sono dette molto scettiche sul fatto che la nuova Commissione escluda gli assorbimenti dal calcolo del 55 per cento, e hanno spinto la Commissione ad aumentare i propri obiettivi: «il volume di leggi e le promesse fatte sono più significative di quelle proposte dalle vecchie Commissioni», ha spiegato GreenPeace in un comunicato, «ma le misure previste sono troppo deboli o hanno ancora bisogno di essere cucite insieme», per giudicare i primi passi del Green Deal.

Da dove arrivano i soldi?
È un’altra domanda rilevante, quando si parla di un piano così ambizioso. Innanzitutto i mille miliardi non provengono tutti da fondi europei, ma sono una stima dei soldi che potrebbero essere «mobilizzati», come dice la Commissione: saranno in piccola parte fondi europei e in gran parte soldi provenienti da privati “indirizzati” dai bandi, dai cofinanziamenti e dai prestiti europei. Piani del genere funzionano spesso così: sia perché l’Unione Europea non ha così tanti soldi da investire in un solo progetto, sia perché idealmente tutte le misure avviate con un cofinanziamento europeo dovrebbero diventare sostenibili in maniera autonoma.

A guardare bene, nel Green Deal non ci sono nemmeno moltissimi soldi «freschi», cioè fondi che l’Unione Europea decide di stanziare al di fuori del budget ufficiale. Una decisione del genere dovrebbe infatti comportare una richiesta di maggiori fondi che l’Unione Europea chiede ai governi nazionali, che sono sempre molto restii ad accoglierle.

Gli unici soldi «freschi», per ora, sono i 7,5 miliardi di euro che la Commissione propone di versare nel Fondo per la transizione giusta dal 2021 al 2027. La cifra è soggetta ai negoziati col budget pluriennale dell’Unione Europea, che Commissione, Parlamento e Consiglio finalizzeranno nei prossimi mesi.

La Commissione non ha ancora precisato da dove arriveranno i soldi. Daniele Viotti, però, ipotizza che i 7,5 miliardi non siano davvero soldi «freschi»: «arriveranno probabilmente dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo di sviluppo sociale», cioè due dei cosiddetti “fondi strutturali europei” che finanziano soprattutto progetti nelle periferie dell’Unione. «Vallo a spiegare alle regioni, che avranno meno soldi – per esempio – per ristrutturare gli edifici scolastici», ha aggiunto Viotti, secondo cui la Commissione è spesso costretta a tagli e spostamenti di questo tipo per via della scarsa propensione degli stati nazionali a versare soldi all’Unione Europea oltre a quelli previsti dal budget ufficiale (a prescindere dalla popolarità delle misure che prende l’Unione Europea, dato che gli stati ne beneficerebbero solo in parte).

Perché allora la Commissione li chiama soldi «freschi»? Probabilmente perché preleverà i 7,5 miliardi dai fondi strutturali chiedendo in seguito agli stati di versare una quantità maggiore di soldi per coprire il «buco». Dipenderà dagli stati, poi, decidere se versarli o meno.

Tutti gli altri soldi con cui la Commissione vuole finanziare il Green Deal sono già in qualche modo presenti all’interno del budget a lungo termine dell’Unione Europea – il cosiddetto quadro finanziario pluriennale – che nel periodo 2021-2027 sarà più o meno simile a quello del 2014-2020. Per i 27 paesi che rimarranno nel blocco, negli scorsi sei anni è stato in totale di 1.082 miliardi di euro, mentre l’ultima proposta di compromesso avanzata dal Consiglio parla di 1.085 miliardi nei prossimi sette. Considerando le innumerevoli altre voci di spesa che ha l’Unione, il margine è estremamente scarso.

L’espediente con cui si arriva alla cifra di 1000 miliardi è quello di riservare alcune quote per iniziative sostenibili nei programmi già esistenti. InvestEU, il vecchio Piano Juncker, avrà fra gli obiettivi quello di realizzare «infrastrutture sostenibili». In tutto, secondo le previsioni della Commissione, attirerà investimenti pubblici e privati per un totale di 279 miliardi di euro fino al 2027.

La Banca Europea per gli investimenti aumenterà inoltre la quota che riserva ai progetti sostenibili dal 25 al 50 per cento dei progetti totali. Anche Horizon, il principale programma della Commissione Europea per finanziare la ricerca, a partire dal 2021 concentrerà un terzo delle proprie risorse totali per finanziare progetti che possano aiutare i paesi europei a raggiungere i propri obiettivi sul clima e l’ambiente. In totale, la Commissione Europea ipotizza che circa un quarto del nuovo budget pluriennale possa finanziare progetti sostenibili (e quindi finire compreso sotto l’ombrello del Green Deal).

Un grafico della Commissione Europea che riassume i fondi per il Green Deal

E quindi?
Lo sforzo della Commissione, comunque, è stato riconosciuto da molti osservatori. La decisione di giocarsi buona parte del proprio capitale politico su un piano così complesso e delicato, peraltro mai realizzato da alcuno stato nazionale o organizzazione internazionale, era difficilmente pronosticabile. Anche Viotti ha ammesso che la decisione di presentare subito il Green Deal, da parte della nuova Commissione di von der Leyen, «ha un senso molto forte».

La Commissione non potrà fare tutto da sola, ovviamente. Ci sarà bisogno della collaborazione delle altre istituzioni europee e degli stati nazionali, soprattutto in sede di definizione del budget pluriennale. Per essere applicato in maniera efficace, poi, il Green Deal dovrà essere recepito anche dalle aziende private. Secondo Mauro Albrizio, i due passaggi sono collegati: «a seconda delle politiche che metti in campo, aumenta o meno la certezza che dai agli investitori; e maggiore è la certezza, maggiore è la leva» che gli investimenti privati possono garantire.

Da qui ai prossimi anni posso andare storte moltissime cose. Gli stati nazionali potrebbero decidere di stabilire in autonomia le politiche migliori per combattere il cambiamento climatico, e rifiutarsi di applicare le misure europee più ambiziose; il Parlamento e il Consiglio – due organi che si scontrano spesso quando si tratta di prendere le decisioni che contano – potrebbero complicare l’iter legislativo delle varie misure, per poi raggiungere un compromesso al ribasso.

Infine, alcune aziende potrebbero sfruttare le opportunità per fare sostanzialmente i propri interessi. Già da mesi diverse aziende che oggi sono variamente dalla parte del problema, per quanto riguarda il cambiamento climatico, stanno portando avanti a Bruxelles una campagna di greenwashing, una strategia di comunicazione per spacciarsi come attente e sensibili al tema dell’ambiente. Se riusciranno a vendersi come interlocutori legittimi, nei prossimi mesi e anni potrebbero influenzare le leggi e i bandi che scriveranno i funzionari europei, sottraendo fondi e attenzioni ad aziende ben più sostenibili.