(AP/Photo/Hadi Mizban)
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  • giovedì 4 Marzo 2021

L’attesa e preoccupante visita del Papa in Iraq

Inizierà venerdì e toccherà alcune città prima controllate dall'ISIS: si teme per la sicurezza del Papa, anche a causa della pandemia

(AP/Photo/Hadi Mizban)

Venerdì Papa Francesco inizierà la sua prima visita ufficiale dall’inizio della pandemia da coronavirus. Il Papa non riprenderà i suoi viaggi in maniera graduale e in un paese privo di rischi, come probabilmente avevano auspicato i suoi collaboratori. Per quattro giorni girerà l’Iraq da nord a sud, cioè un paese piuttosto instabile dove la pandemia sembra ancora fuori controllo. La visita si concluderà lunedì 8 marzo dopo 700 chilometri e decine di incontri. Per l’Iraq sarà la prima visita di un Papa nella storia del paese.

Nel corso del suo mandato, Papa Francesco si è fatto notare per le visite in paesi particolarmente remoti e assai meno sicuri di quelli a cui i suoi predecessori avevano abituato i fedeli cattolici. Negli anni ha visitato fra gli altri la Repubblica Centrafricana, il Myanmar, il Kenya, Cuba, la Bolivia, l’Egitto e l’Uganda: tutti posti dove la sua sicurezza non poteva essere garantita al cento per cento. I paesi in questione condividono però un passato di violenza, guerre civili, repressione di minoranze.

In Iraq prima dell’invasione degli Stati Uniti nel 2003 vivevano fra 1,3 e 1,5 milioni di cristiani: dopo le fasi più cruente della guerra e le successive persecuzioni compiute dallo Stato Islamico, si stima che ne siano rimasti meno di 250mila, molti dei quali si ritengono a rischio e stanno valutando se emigrare come fatto negli anni scorsi da decine di migliaia di altri cristiani. Papa Francesco ha giustificato la sua visita nel paese spiegando che si considera «il pastore della gente che soffre» (la visita in origine era prevista nel 2020 ma fu rinviata per motivi di sicurezza e per via della pandemia).

– Leggi anche: La pandemia ha indebolito Papa Francesco?

Il viaggio in Iraq sarà comunque il più pericoloso mai affrontato da un Papa nella storia recente, per varie ragioni. La prima ovviamente riguarda la pandemia.

Da alcune settimane in Iraq il numero dei contagi è tornato paragonabile ai picchi più alti registrati a settembre, con circa cinquemila casi al giorno. Il governo ha dato la colpa alla diffusione della cosiddetta “variante inglese” e a metà febbraio ha imposto nuove misure restrittive fra cui la chiusura di scuole e moschee e un coprifuoco dalle 20 alle 5 di mattina. Il contrasto alla pandemia è ostacolato però dalla scarso rispetto delle precauzioni da parte degli iracheni, notato da alcuni corrispondenti esteri. Gli iracheni sono così abituati alle catastrofi che «per loro la pandemia potrebbe non rappresentare un problema così grande», ha spiegato ad Associated Press Mac Skelton, un sociologo che si occupa di sanità per l’università americana in Iraq.

Il Papa, i venti collaboratori che lo accompagneranno e i circa settanta giornalisti che lo seguiranno nei vari spostamenti sono stati tutti vaccinati, ma le principali preoccupazioni si concentrano sulla popolazione irachena.

Alcuni fedeli seguono una messa cattolica a Qaraqosh, Iraq (AP/Photo/Hadi Mizban)

La visita del Papa «potrebbe essere la tempesta perfetta che causerà moltissimi casi che non saremo in grado di controllare», ha detto ad Associated Press l’esperto di sanità pubblica Bharat Pankhania, che insegna all’università di Exeter, nel Regno Unito. Gli organizzatori e i funzionari del governo iracheno hanno assicurato che il distanziamento fisico sarà rispettato, e che molti incontri saranno all’aperto, mentre in quelli al chiuso la capienza delle strutture sarà ridotta.

Gli osservatori esterni temono però che le visite del Papa attireranno migliaia di fedeli e curiosi a ogni tappa, anche per il loro forte valore simbolico.

Al suo arrivo a Baghdad, dopo un discorso al palazzo presidenziale, il Papa terrà alla cattedrale Sayidat al Nejat un incontro per i cattolici di rito siriaco, più volte perseguitati. Il giorno successivo visiterà Najaf, uno dei siti più importanti per i musulmani sciiti, e terrà un incontro interreligioso a Ur, nel sud del paese, dove secondo la Bibbia nacque Abramo, una figura considerata sacra dal cristianesimo, dall’ebraismo e dall’Islam. Il giorno successivo sarà forse il più significativo della sua visita: il Papa sarà infatti a Mosul e visiterà la piana di Ninive, un’area che fa da sfondo a diverse vicende bibliche ma che negli ultimi anni è diventata famosa per le violentissime persecuzioni dello Stato Islamico nei confronti del popolo degli Yazidi e della minoranza cristiana locale.

A Mosul, controllata dallo Stato Islamico fra il 2014 e il 2017, un tempo viveva una delle comunità cristiane più attive del paese, mentre oggi rimangono circa una settantina di famiglie. Il Papa guiderà una preghiera collettiva nella piazza delle Chiese, dove si affacciano alcuni edifici religiosi fra cui la chiesa dei cattolici di rito siriaco al Tahira, utilizzata dallo Stato Islamico come tribunale della polizia religiosa. Un’altra chiesa del complesso, che appartiene alla comunità armeno-ortodossa, veniva usata come prigione ed è ancora piena delle mine piazzate dai miliziani dello Stato Islamico in fuga. «Praticamente tutte le chiese di Mosul furono utilizzate dallo Stato Islamico», ha raccontato a Reuters l’arcivescovo di Mosul di rito caldeo, diffuso soprattutto in Medio Oriente.

Il Papa dirà invece la sua omelia domenicale nella chiesa dell’Immacolata concezione di Qaraqosh, la più grande in Iraq. Nel 2014 i 50mila abitanti di Qaraqosh scapparono in massa poco prima dell’arrivo dei miliziani dello Stato Islamico, che occuparono la città per due anni e trasformarono la cattedrale in un poligono di tiro. Qaraqosh fu liberata nel 2016, e la prima messa dopo la sconfitta dello Stato Islamico fu celebrata mentre la chiesa era ancora piena di macerie.

Cinque fedeli pregano alla chiesa dell’Immacolata Concezione di Qaraqosh poco dopo la liberazione dallo Stato Islamico, 12 novembre 2016 (AP Photo/Felipe Dana)

«Decine di volontari sono fieri della prospettiva che il Papa visiti la chiesa», ha raccontato Reuters dopo averla visitata qualche giorno fa: «alcuni volontari stavano pulendo il pavimento in pietra e si sono fermati solo per ballare sulle note delle canzoni cristiane che risuonavano nella cavernosa struttura, ancora vuota dopo la sua ristrutturazione».

La tappa finale del Papa sarà a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, dove terrà una messa allo stadio Franso Hariri, che in tempi di pace ospita anche le partite della nazionale irachena di calcio. Lo stadio ha una capienza di circa 30mila posti ma a causa delle misure di distanziamento sarà ridotta a un terzo.

Le tribune dello stadio Franso Hariri durante un raduno del Partito Democratico del Kurdistan nel 2018 (ANSA-DPA/Tobias Schreiner)

Il motto ufficiale della visita sarà «siete tutti fratelli», e molti fedeli cattolici sperano che l’arrivo del Papa ispiri un clima di riconciliazione fra la comunità cristiana e quella musulmana, e che convinca i giovani cattolici del paese a non emigrare all’estero come ha fatto negli ultimi anni la maggior parte della comunità.

In molti però temono che la visita di Papa Francesco possa provocare tensioni settarie e violenze. Alla fine di gennaio un doppio attacco suicida rivendicato dallo Stato Islamico ha ucciso 32 persone ferendone più di cento nei pressi di un affollato mercato di vestiti usati di Baghdad. Prima di allora erano circa due anni che in città non avveniva un attacco di quelle dimensioni. A metà febbraio invece una milizia sciita alleata dell’Iran aveva lanciato alcuni razzi su Erbil, uccidendo una persona e ferendone altre nove.