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  • lunedì 22 Febbraio 2021

L’apparente svolta ambientalista dei tabloid britannici

Dopo anni passati a negare il cambiamento climatico, Sun e Daily Express ora insistono sulla transizione energetica: c'è da fidarsi?

Nel 2013, l’editorialista del tabloid britannico Daily Express Leo McKinstry scriveva articoli d’opinione con titoli come “Il riscaldamento globale è solo una truffa costosa”. In un articolo uscito due settimane fa invece McKinstry ha sostenuto che “È un nostro dovere patriottico diventare verdi”. Dopo anni passati a dare spazio ai negazionisti del riscaldamento globale e a pubblicare articoli che mettevano in dubbio le responsabilità umane nel cambiamento climatico, nelle ultime settimane in molti hanno notato una apparente svolta ambientalista sui famigerati quotidiani scandalistici britannici, che sono anche i giornali più letti nel paese.

L’edizione dell’8 febbraio del Daily Express, per esempio, era in gran parte dedicata all’importanza delle fonti di energia rinnovabili, e in prima pagina annunciava una «crociata» del giornale per una «Gran Bretagna verde», con tanto di fotografia di Boris Johnson in procinto di caricare un’auto elettrica. Lo scopo principale della «crociata» è chiedere al governo degli incentivi fiscali per l’acquisto di pannelli fotovoltaici.

A ottobre il Sun aveva avviato una campagna simile, invitando i suoi lettori a fare «piccoli cambiamenti quotidiani per contribuire a salvare il pianeta». Per aggiungere enfasi aveva declinato in versione “ambientalista” anche la sua tradizionale pagina 3, quella dove è sempre raffigurata una donna nuda: il 12 ottobre mostrava Danielle Sellers, ex concorrente di un reality show, con il corpo coperto da uno strato di pittura verde, dopo essersi «unita al nuovo Green Team del Sun». Due settimane fa il tabloid ha fatto sapere che coprirà le notizie sulla prossima conferenza sul clima delle Nazioni Unite, che si terrà a novembre a Glasgow, con una corrispondente dedicata.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Tra gli attivisti ambientalisti e i giornalisti britannici che si occupano di cambiamento climatico, la nuova apparente sensibilità dei tabloid su questi temi è stata accolta con stupore e scetticismo, e molti si sono chiesti da dove arrivi e quale finalità abbia. Probabilmente la ragione principale per cui i tabloid hanno cambiato linea sull’ambiente è opportunista: gli ultimi sondaggi dell’istituto di ricerche di mercato YouGov dicono che i britannici ora sono più preoccupati dell’ambiente che della criminalità o dell’immigrazione.

Uno in particolare, risalente a ottobre, diceva che il 56 per cento di chi aveva votato in favore di Brexit – che ebbe tra i suoi principali promotori proprio i tabloid – vuole che il Regno Unito guidi il resto del mondo nell’affrontare il cambiamento climatico. L’interesse per i temi ambientali inoltre è maggiore tra i giovani e con la diminuzione delle vendite delle edizioni cartacee dei giornali, che sta colpendo anche i tabloid, è diventato più importante rivolgersi a questi lettori, che consultano di più le edizioni online.

Un’altra ragione per cui i tabloid potrebbero aver cambiato il modo in cui parlano di cambiamento climatico è che lo ha fatto anche il Partito Conservatore, che governa il Regno Unito dal 2010 e le cui politiche i tabloid hanno tendenzialmente sempre appoggiato. Solo nel 2015, il primo ministro Boris Johnson scriveva che i leader del mondo erano guidati «da una paura primitiva che il clima più mite fosse in qualche modo causato dall’umanità» e che tale paura era «senza fondamento» per la sua comprensione della scienza. Di recente invece Johnson ha promesso di far diventare il Regno Unito «l’Arabia Saudita del vento», con lo sviluppo delle centrali eoliche.

Andando oltre le motivazioni del cambio di linea editoriale dei tabloid, Pawas Bisht, un ricercatore che studia l’efficacia delle strategie di comunicazione sui problemi ambientali, ha analizzato su The Conversation l’approccio scelto dal Sun e del Daily Express per spiegare l’importanza del cambiamento climatico al proprio pubblico tradizionale: non tanto giovane, politicamente conservatore e fino a poco tempo fa invitato con costanza a non preoccuparsi di clima e inquinamento.

In generale, trasmettere questa idea è tutt’altro che semplice. Il cambiamento climatico è un fenomeno molto complesso e difficile da comprendere in tutte le sue implicazioni, e non è facile nemmeno capire bene come risolverlo. Se lo fosse, le conferenze internazionali sul clima non si risolverebbero così di frequente in dei nulla di fatto. Per questo molti scienziati, attivisti, giornalisti e scrittori di tutto il mondo si interrogano da anni su quali siano i modi migliori per spiegare i problemi climatici e i potenziali modi per risolverli a più persone possibili.

Una cosa che si è capita nel tempo è che le narrazioni troppo apocalittiche non funzionano con la maggior parte delle persone: quando ottengono l’effetto di spaventarle spingono al fatalismo, e in molti altri casi vengono rifiutate. Un altro approccio considerato oggi sbagliato è quello che evidenzia i problemi legati al consumo di certi prodotti. Perché nasce da una prospettiva privilegiata, che non tiene conto del fatto che quando si hanno poche disponibilità economiche spesso non è possibile, o perlomeno è difficile, scegliere un prodotto rispetto a un altro sulla base della sua sostenibilità ambientale.

È ancora presto per dire se le campagne “ambientaliste” dei tabloid britannici saranno efficaci nel trasmettere ai loro lettori la gravità del riscaldamento globale – anche perché non è chiaro se cambieranno a lungo termine le linee editoriali dei giornali. Secondo Pawas Bisht però si può dire sicuramente che sono state pensate per essere attraenti per i lettori dei tabloid: cercano infatti di rendere compatibile l’ambientalismo con i valori morali condivisi da chi legge di solito questi giornali. È evidente già nel titolo dell’editoriale di McKinstry, “È un nostro dovere patriottico diventare verdi”, una formulazione che evoca i sentimenti nazionalisti cari ai lettori del Daily Express. Ma anche nell’uso dell’espressione “Green Industrial Revolution”, un riferimento al passato del Regno Unito, da cui partì la prima rivoluzione industriale verso la fine del Settecento.

Molti altri articoli suggeriscono che il Regno Unito debba primeggiare nello sviluppo dell’economia “sostenibile”. Un appello ai sentimenti di primato nazionale particolarmente attuale in tempi di Brexit, e usato di recente, seppur in modo autoironico, anche negli Stati Uniti in uno degli spot trasmessi durante il Super Bowl. L’azienda automobilistica General Motors, che peraltro per anni aveva fatto attività di lobbying per ottenere leggi più permissive sulle emissioni inquinanti, ha invitato gli americani a comprare più auto elettriche per battere la Norvegia, paese che ha il primato del maggior numero di auto elettriche vendute pro capite.

Insieme ai sentimenti nazionalistici e ai riferimenti al passato industriale del Regno Unito, l’apparente nuova linea editoriale di alcuni tabloid britannici abbraccia anche l’idea che l’attenzione alle emissioni e alla sostenibilità possa dare un impulso all’economia. Ad esempio con lo sviluppo di aziende che producono energia da fonti rinnovabili, e che possono essere una nuova fonte di posti di lavoro.

L’altro aspetto che caratterizza gli articoli “ambientalisti” dei tabloid è un certo ottimismo. Questo sentimento è ben rappresentato, secondo Bisht, dall’imprenditore Dale Vince, scelto dal Daily Express come uno dei portavoce della sua campagna. Vince è un ex hippy ora amministratore delegato di Ecotricity, una società energetica che produce elettricità con gli impianti eolici. La sua storia è quella di un uomo diventato ricco grazie a una fonte di energia rinnovabile, che quindi trasmette il messaggio che la tecnologia offra delle soluzioni per risolvere il cambiamento climatico e che ci siano grandi prospettive di profitto e successo imprenditoriale nella transizione energetica.

Anche il Sun sta usando un approccio simile. Insieme alla fotografia di Danielle Sellers con il corpo coperto solo da pittura verde aveva pubblicato un articolo che diceva che combattere il cambiamento climatico «non richiede di rovesciare il capitalismo, checché ne dicano gli agitatori di Extinction Rebellion». Coerentemente, il Sun propone come soluzioni ai problemi ambientali una correzione delle abitudini di consumo individuali – quindi ridurre l’uso di plastica e riciclare i rifiuti – invece che una critica delle politiche delle grandi aziende responsabili della grande maggioranza delle emissioni.

Sono approcci rifiutati o perlomeno criticati dalla maggior parte dei movimenti ambientalisti, perché trascurano le questioni sociali legate ai consumi, deresponsabilizzano chi ha maggiore potere (cioè appunto le aziende e i governi) e propongono almeno in parte di replicare gli stessi modelli economici che hanno contribuito a creare la crisi.

Se questi modi di presentare le questioni ambientali dovessero funzionare, in ogni caso, potrebbe aiutare a una maggiore sintonia sulle questioni ambientali tra partiti conservatori e progressisti. A lungo termine potrebbe favorire l’adozione di leggi di salvaguardia ambientale e che disincentivino l’emissione di gas serra. Il Daily Express con la sua campagna sta già chiedendo al governo britannico di sovvenzionare o esentare dal pagamento di alcune tasse le aziende più sostenibili.

Tuttavia, riflette Bisht, questo approccio nazionalista e sostanzialmente conservatore dal punto di vista economico presenta importanti problemi e contraddizioni. Messaggi ambientalisti concentrati sull’idea di preservare il proprio territorio e la sua natura (modo di pensare è già presente negli inviti del Sun a scegliere località del Regno Unito per andare in vacanza e comprare prodotti britannici) mettono in secondo piano le conseguenze globali del cambiamento climatico: un punto di vista nazionalista non può che essere limitato per pensare al cambiamento climatico. La comprensione del problema, e le riflessioni sulle possibili soluzioni, devono necessariamente tenere conto della situazione a livello mondiale.

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