L’ecologismo di estrema destra

In nome del conservatorismo e della tradizione, movimenti xenofobi e razzisti si stanno appropriando – di nuovo – di temi come la tutela dell'ambiente e i diritti degli animali

Adolf Hitler sbuccia un frutto durante un picnic, 1933 circa (Heinrich Hoffmann/Hulton Archive/Getty Images)

L’attenzione al cibo, all’ambiente, ai diritti degli animali e alle forme di coltivazione eticamente sostenibili viene spesso associata ai movimenti progressisti e di sinistra. Queste pratiche alimentari e agricole hanno a che fare con il desiderio di mangiare in modo sano e salutare, ma anche e soprattutto con questioni morali e sociali. Negli ultimi anni, ha raccontato Politico in un suo recente articolo, la produzione di cibo “pulito” e persino il trattamento degli animali sono diventati però interessanti e popolari anche tra persone e organizzazioni di estrema destra. «Dieta e politica sono sempre state strettamente legate, ma in modi sempre diversi. Il mangiare pulito sta ora tornando a destra», scrive Politico, precisando che però non è una novità.

Politico sostiene che i suprematisti bianchi della Germania, e anche quelli di altri paesi, si stiano convertendo a una dieta che non prevede il consumo di prodotti di origine animale. Uno studio del 2012 condotto dalla Fondazione Heinrich Böll, legata al partito tedesco dei Verdi, ha parlato della presenza di un movimento di questo tipo nello stato federato del Meclemburgo-Pomerania Anteriore (nella Germania orientale), la cui economia si basa sulla coltivazione della terra e sull’allevamento e che è stato definito la “Toscana dei neonazisti”, poiché una buona percentuale delle persone che vi abitano hanno ideologie di estrema destra. Nello studio si spiega che in Germania l’ambientalismo ha radici profonde nei movimenti razzisti, xenofobi e antisemiti, poiché si basa sulla celebrazione del sangue e della terra di fine Ottocento e sulla connessione quasi mistica tra la campagna tedesca e l’identità etnica. Lo stesso Partito dei Verdi, quando venne fondato nel 1980, era composto da alcuni esponenti di estrema destra;  poi prevalse la componente progressista, ma i Verdi tedeschi non sono mai stati organici all’estrema sinistra, com’è accaduto invece in Italia.

La retorica dell’ecologismo di destra è particolarmente evidente nella rivista bavarese Umwelt & Aktiv, che in copertina alterna foto bucoliche di paesaggi tedeschi al tramonto a duri messaggi politici. Nella presentazione del periodico si parla di protezione dell’ambiente, di benessere degli animali e di sicurezza nazionale: «La protezione della natura inizia a livello locale, nelle foreste, sulle montagne, nei laghi e sulle spiagge. In breve, in patria». Alcuni articoli elencano varie erbe da cucina, propongono teorie sull’estinzione delle api e si oppongono alla caccia ai delfini. In mezzo ci sono anche articoli esplicitamente xenofobi. In un pezzo sul valore pedagogico degli “asili naturali” (gli asili organizzati all’aperto in mezzo alla natura in cui i bambini sono supervisionati da un adulto più che guidati nelle varie attività) si spiega per esempio come rappresentino un’alternativa alle scuole materne multiculturali. Un altro articolo prende di mira la “barbarie” delle pratiche di macellazione halal, che segue i principi della legge islamica, e chiede agli attivisti per i diritti degli animali di opporsi al «fondamentalismo islamico dalla mentalità ristretta e dal cuore freddo» (si usano cioè i diritti degli animali per motivare le proprie politiche anti-islamiche).

La storica Corinna Treitel, autrice di un libro sul cibo e sull’agricoltura in Germania, ha spiegato a Politico che i cibi naturali sono politicamente promiscui, nella storia moderna del suo paese. “Naturale” però è una parola interpretabile in diversi modi. Potrebbe voler dire privo di alimenti industriali o potrebbe semplicemente indicare l’eliminazione di zuccheri, alcool e sigarette dal proprio stile di vita. Potrebbe comportare il consumo della carne una volta ogni tanto, il non consumo di carne o l’acquisto di cibo prodotto in aziende biologiche. Ognuna di queste scelte potrebbe essere fatta per seguire ideologie e programmi politici ben diversi.

In Germania uno dei pionieri del movimento alimentare naturale fu Eduard Baltzer, che nel 1867 fondò insieme ad alcuni intellettuali l’Associazione per uno stile di vita naturale, prima organizzazione vegetariana del paese. Nelle sue opere parlò a favore del vegetarianismo esponendo ragioni di carattere morale, religioso, salutista, politico e socio-economico. Facendo riferimento nel 1860 alla fame in Prussia, sostenne che una dieta vegetariana e naturale avrebbe reso i cittadini più sani e anche meno poveri. Poiché una dieta vegetariana richiede meno terra arabile per la produzione rispetto a quella necessaria per una dieta a base di carne, la sua diffusione avrebbe potuto aiutare la Germania a diventare autosufficiente dal punto di vista agricolo. Al centro di questa idea c’era una visione sociale più ampia. Baltzer, dice Treitel, «immaginava la dieta come uno strumento per promuovere l’uguaglianza materiale tra i tedeschi in modo che la democrazia potesse emergere».

All’inizio del Ventesimo secolo si sosteneva la necessità di una dieta naturale per i motivi più diversi. Il pacifista Magnus Schwantje fondò una società per la protezione degli animali e pensava che il vegetarianismo avesse un ruolo all’interno dell’etica della compassione che lui professava. Ma in Germania si erano convertiti al vegetarianismo anche un certo numero di ebrei, probabilmente perché eliminare la carne dalla loro dieta avrebbe reso meno evidenti i divieti sull’alimentazione previsti dalla Torah. Più o meno nello stesso periodo il nazionalista antisemita Karl Weinländer era preoccupato di una guerra tra tedeschi e mongoli, in cui questi ultimi avrebbero prevalso a causa della loro dieta priva di carne.

Nel nazismo la questione del cibo e dell’ambiente ebbe un ruolo piuttosto importante.  Si dice che Hitler fosse vegetariano e mangiasse carne solo occasionalmente. La propaganda nazista indicava la dieta “naturale” come la più appropriata per le persone moderne e laboriose. Come ha spiegato a Politico lo storico culinario Volker Bach, le donne venivano educate ai modi migliori per nutrire il «corpo della nazione, un insieme organico quasi mistico», e per la gioventù hitleriana era stato prodotto un manuale per una corretta alimentazione in cui si consigliava di mangiare soia al posto della carne. Uno stato sano e vigoroso richiedeva corpi sani e vigorosi, e si pensava che la carne fosse dannosa per la salute sia fisica che morale. Non solo: Hermann Göring era un convinto animalista e durante il Terzo Reich furono emanate leggi contro la vivisezione. Nello studio della Fondazione Böll si dice anche che «oggi ai neonazisti piace ancora sottolineare che le leggi sulla protezione ambientale di Hitler sono rimaste sui libri fino agli anni Settanta». Un po’ come in Italia si sente spesso citare il fatto che Mussolini fece le bonifiche.

Lo studio della Fondazione Böll avverte infine che i consumatori di insalata biologica potrebbero finanziare indirettamente i movimenti di estrema destra, senza saperlo. Presentando lo studio qualche anno fa, il New Yorker aveva comunque scritto che gli agricoltori biologici di estrema destra erano minoritari all’interno del movimento, che continuava a essere prevalentemente di sinistra e non conservatore. Ma aveva anche precisato che l’allora presidente della Bund Ökologische Lebensmittelwirtschaft (BÖLW), l’organizzazione di produttori agricoli, trasformatori e commercianti di alimenti biologici con sede a Berlino, aveva tenuto a precisare con una nota ufficiale che l’agricoltura biologica rappresentava «un rapporto rispettoso con la natura, gli animali e le persone» e che non era «in alcun modo compatibile con le ideologie sprezzanti dell’umanità».