Un bambino in un campo per rifiugiati del Tigrè in Sudan, l'8 gennaio 2021 (Abdulmonam Eassa/Getty Images)
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  • lunedì 25 Gennaio 2021

Dopo la guerra, il nord dell’Etiopia rischia la carestia

Gli aiuti umanitari faticano ad arrivare nella regione del Tigrè, e sembra che sia colpa del governo, che sta rallentando o bloccando la loro consegna

Un bambino in un campo per rifiugiati del Tigrè in Sudan, l'8 gennaio 2021 (Abdulmonam Eassa/Getty Images)

A quasi due mesi dalla fine ufficiale della guerra in Etiopia, terminata con la conquista da parte dell’esercito etiope dei principali centri urbani della regione ribelle del Tigrè, milioni di persone non hanno ancora accesso a cibo, acqua potabile e medicine, e nella regione potrebbe verificarsi una grave carestia. Secondo molte organizzazioni umanitarie e alcune istituzioni internazionali, parte della responsabilità di questa crisi sarebbe del governo, che dall’inizio della guerra non consente o rallenta l’ingresso di parte degli aiuti umanitari nel Tigrè, che si trova nel nord del paese ed è abitato da circa 6 milioni di persone.

La guerra era iniziata nella prima settimana di novembre, dopo mesi di tensioni tra governo federale e governo regionale del Tigrè controllato dal Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), partito che per moltissimo tempo aveva dominato la politica nazionale dell’Etiopia e che aveva iniziato a perdere importanza dopo l’insediamento a capo del governo del primo ministro Abiy Ahmed, nel 2018. Dopo un’avanzata piuttosto rapida, che aveva sorpreso anche gli analisti militari (l’esercito del Tigrè era considerato molto più solido di quanto poi si sarebbe rivelato), a fine novembre l’esercito etiope aveva preso il controllo di Macallè, la capitale della regione, costringendo i leader del TPLF a rifugiarsi sulle montagne.

Pochi giorni dopo, Abiy Ahmed aveva dichiarato vittoria, benché il TPLF controlli ancora vaste aree rurali della regione, e benché gli scontri non siano ancora terminati in molte aree. Ci sono state anche numerose accuse di violenze etniche, di stupri, e in generale di violazioni dei diritti umani, anche se tutte difficili da confermare. Abiy Ahmed è stato anche accusato di aver usato truppe provenienti dall’Eritrea, un paese dittatoriale con cui l’Etiopia ha concluso una lunga guerra nel 2018. L’accordo di pace tra i due Paesi ha tra l’altro fatto guadagnare al primo ministro etiope il premio Nobel per la Pace nel 2019.

Durante gli scontri, che sono durati circa tre settimane, migliaia di persone sono morte, almeno 50 mila tigrini sono fuggiti nel vicino Sudan, e una quantità imprecisata di persone, tra due milioni (stima del governo ad interim del Tigrè, nominato da Abiy Ahmed) e cinque milioni (stima di alcune organizzazioni umanitarie), è stata costretta a lasciare la propria casa. Le cifre sono molto vaghe perché all’inizio della guerra il governo etiope aveva interrotto tutte le comunicazioni via internet e via telefono, rendendo impossibile per gli osservatori esterni capire cosa stava succedendo nel Tigrè, anche se qualcosa si è riuscito a desumere dall’analisi delle immagini satellitari e dalle testimonianze dei rifugiati scappati dal paese. Da allora, la connessione telefonica è tornata in alcune città, tra cui la capitale Macallè, ma non nella maggior parte della regione. Internet non è ancora disponibile.

Benché il governo etiope avesse annunciato, subito dopo la dichiarazione di vittoria all’inizio di dicembre, che la ricostruzione del Tigrè sarebbe ricominciata immediatamente, milioni di persone non hanno ancora accesso nemmeno agli aiuti umanitari. Questo non perché gli aiuti scarseggino, ma perché non riescono a raggiungere chi ne ha bisogno. Alcune regioni sono inaccessibili perché gli scontri non sono mai terminati, ma in molte altre circostanze, invece, il governo ha bloccato l’arrivo degli aiuti, come ha raccontato l’Economist: ottenere i permessi burocratici per entrare nel Tigrè è complesso e richiede fino a 10 giorni, e secondo l’OCHA, l’Ufficio per il coordinamento delle questioni umanitarie dell’ONU, è stato rifiutato circa un terzo delle richieste di visite umanitarie e di forniture di aiuti. Una volta ottenuta l’approvazione del governo centrale, spesso gli aiuti devono attendere anche l’approvazione delle amministrazioni locali, che può essere rifiutata. Arrivati in Tigrè, poi, rischiano di essere bloccati o confiscati dai militari.

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Nel frattempo la situazione umanitaria nel Tigrè è molto preoccupante. Secondo l’OCHA, la situazione era già grave prima della guerra, a causa della pandemia da coronavirus e di un’infestazione di locuste nella regione che aveva fatto aumentare del 34 per cento il numero di bambini gravemente malnutriti accolti negli ospedali tra il gennaio e l’agosto del 2020. Con lo scoppio della guerra, le cose sono peggiorate molto. Poiché milioni di persone hanno lasciato le loro case, i campi sono stati abbandonati, e in alcuni casi sarebbero stati bruciati dai militari, secondo testimonianze credibili ma difficili da verificare. Secondo DX Open Network, una no profit britannica, sarebbero state anche distrutte specificamente delle strutture del World Food Program in un campo rifugiati, anche se è impossibile conoscere gli autori dell’attacco.

In molte aree del Tigrè gli ospedali sono stati distrutti dai bombardamenti. Mancano acqua potabile, elettricità e medicine, e questo rende quasi impossibile fornire cure mediche alla popolazione. Con l’eccezione della capitale Macallè, le banche e i negozi sono chiusi e spesso il carburante è introvabile. Secondo il Famine Early Warning Systems Network (FEWS NET), un sistema di prevenzione delle carestie gestito dal governo americano, un’ampia parte del Tigrè è in stato di “emergenza”, che è il livello subito prima della carestia. La situazione, secondo il FEWS NET, potrebbe migliorare nei prossimi mesi.

Alcune testimonianze vengono dall’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, che prima della guerra gestiva nel Tigrè quattro campi per rifugiati eritrei. Con lo scoppio del conflitto, i membri dell’UNHCR sono stati costretti ad abbandonare i campi, e soltanto di recente sono riusciti a rientrare in due di questi. Altri due campi, che ospitano 35 mila persone circa, sono ancora inaccessibili. Secondo Filippo Grandi, alto commissario dell’UNHCR, ci sono «concreti indizi di gravi violazioni della legge internazionale» nei campi, dove gli aiuti umanitari non erano disponibili.

Anthony Blinken, scelto dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden per diventare il prossimo segretario di stato, durante un’audizione al Senato americano ha detto che nel corso della guerra si sono viste «atrocità molto, molto preoccupanti contro la popolazione del Tigrè e contro i rifugiati eritrei in Etiopia», e ha aggiunto che «serve un maggiore accesso alla regione… dobbiamo vedere il ripristino delle comunicazioni e l’accesso all’assistenza umanitaria nella regione».

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La reazione più dura però è stata quella dell’Unione Europea, che a metà gennaio ha sospeso l’erogazione di 88 milioni di euro in aiuti finanziari al governo centrale etiope finché non sarà garantito agli aiuti umanitari l’accesso al Tigrè. «Riceviamo testimonianze credibili di violenza etnica, uccisioni, saccheggi di massa, stupri, rimpatri forzati di rifugiati e forse crimini di guerra… E mentre la popolazione ha un bisogno disperato di aiuto, l’accesso alla regione colpita rimane limitato, cosa che rende molto difficile assicurare assistenza umanitaria», ha scritto in un comunicato l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, Josep Borrell.

Secondo alcuni analisti e diplomatici, il blocco di parte degli aiuti umanitari da parte del governo sarebbe una conseguenza del fatto che in molte aree del Tigrè gli scontri non si sono mai davvero interrotti, e della disorganizzazione generale provocata dal conflitto e dalla inefficiente burocrazia etiope. Secondo altri osservatori, che hanno parlato con diversi giornali internazionali e che per ora ovviamente stanno soltanto avanzando ipotesi, sarebbe una strategia deliberata per sconfiggere la resistenza con la fame. Un diplomatico dell’ONU che ha preferito rimanere anonimo ha detto all’Economist che «l’assenza di aiuti umanitari è parte della campagna di guerra». Mehari Taddele Maru, un professore esperto di migrazioni dello European University Institute, ha detto ad Al Jazeera che «l’ostruzione deliberata dell’accesso agli aiuti umanitari è un metodo classico di privazione sistematica del cibo».

Il governo etiope ha smentito tutte le accuse. Ha negato che nel Tigrè ci sia il rischio di una carestia e sostiene di aver distribuito aiuti umanitari a due milioni di persone nel nord dell’Etiopia, anche se non si capisce quanti di questi aiuti sarebbero andati alla popolazione del Tigrè.