The trapper, Rockwell Kent, 1921 (Whitney Museum of American Art, New York)

Storia della neve dipinta

Un racconto per immagini per chi quest'anno non potrà vederla dal vivo e ha un po' di nostalgia

The trapper, Rockwell Kent, 1921 (Whitney Museum of American Art, New York)

Per molti questo sarà un inverno senza neve, dato che non potremo uscire dalle città o dal nostro comune per andare in montagna a causa delle restrizioni per la pandemia. Tra le tante rinunce non è certo la più gravosa, ma la mancanza di una collinetta candida dove imprimere un’impronta, del freddo azzurrino di una vallata innevata e della lotta scalmanata a palle di neve può far nascere un po’ di rimpianto e nostalgia. Prendendo spunto da un articolo di Amy Waldman sul New York Times, abbiamo cercato conforto nell’arte e raccolto alcuni dei più significativi dipinti di neve.

La neve compare sporadicamente nei dipinti nel XIV secolo per farlo più frequentemente a partire dal XV. Prima di questo momento non esistevano molti paesaggi nei dipinti europei, perché i soggetti erano quasi esclusivamente religiosi, e avevano l’obiettivo di raccontare la vita dei santi e di Gesù e di glorificare Dio: e in Paradiso pare che non piova e non nevichi.

Anche quando le prime scene paesaggistiche iniziarono ad affacciarsi sulle tele, l’inverno fu l’ultima stagione a comparire: interessava soprattutto la natura rassicurante e addomesticata dall’uomo anziché quella ispida e selvaggia, e l’inverno aveva un che di allarmante e minaccioso: le persone lo passavano chiuse in casa al riparo dal freddo e dal buio precoce.

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Una delle prime scene di neve è raffigurata nell’Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, un ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, realizzato nel Palazzo pubblico di Siena tra il 1337 e il 1339. Agli angoli dell’affresco principale ci sono quattro medaglioni che raffigurano le stagioni. Quello dedicato all’inverno è particolarmente originale: anziché mostrare le consuete immagini di interni tipiche della stagione – il macello degli animali, la lavorazione del legno – mostra un piacevole momento all’aperto: un uomo intabarrato con aria pensosa e con in mano una palla di neve. Secondo alcuni critici non sapeva bene che farsene, altri fanno notare gli occhi socchiusi, quasi a prendere la mira, e suggeriscono una battaglia di palle di neve: se così fosse, Lorenzetti avrebbe dipinto per la prima volta l’idea del divertirsi nel freddo inverno.

L’Inverno – Allegoria del cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti
(Archivio Sala – Cultura Italia)

La prima scena di battaglie di palle di neve nella storia della pittura moderna si trova sempre in Italia, nel Ciclo dei mesi del Castello del Buonconsiglio, a Trento; è un gruppo di affreschi attribuito al maestro Venceslao, un pittore anonimo boemo, e risalente al 1397. Ogni affresco raffigura un mese (sono 11, marzo è andato perduto) e gennaio mostra un gruppo di uomini e donne elegantemente vestiti che si lancia palle di neve davanti al castello; i dintorni sono innevati e sullo sfondo ci sono delle poco realistiche ma bianche montagne. La scena non ha alcuna connotazione religiosa, vuole semplicemente raccontare, con particolari ricchi e realistici, la vita dei nobili e le attività di pastori e contadini.

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È ispirata alle miniature dei Tacuina Sanitatis, manualetti su medicina e benessere illustrati, che descrivevano frutti, spezie e ortaggi, i loro effetti sulla salute e come potenziarli o contenerli. A loro volta i manualetti derivano da un manuale scritto da un medico arabo cristiano di Baghdad, Ibn Butlan, vissuto nella metà dell’XI secolo, e si diffusero in Europa dal XII. I disegni particolareggiati di piante, frutta, metodi di coltivazione, interni di botteghe e paesaggi naturali favorirono la rappresentazione della vita quotidiana nei grandi affreschi e nell’arte occidentale in generale.

Gennaio, Ciclo dei mesi del maestro Venceslao nel castello del Buonconsiglio di Trento
(Wikimedia)

I paesaggi naturali si diffusero anche grazie ai libri delle Ore, volumetti liturgici e miniati che raccoglievano i salmi e le preghiere per i diversi periodi dell’anno. Uno dei più famosi è il Très Riches Heures du Duc de Berry, un codice miniato del 1412-1416 dai fratelli fiamminghi Limbourg. Anche qui vengono illustrati i mesi e Febbraio, realizzato da Paul, raffigura una delle prime e più famose scene invernali. In primo piano c’è una casa – sezionata per lasciar intravedere la vita che vi si svolgeva dentro – mentre tutto quanto attorno è circondato dalla neve: il recinto per le pecore, gli alveari, le colombaie e le botti, mentre su un villaggio lontano accoccolato tra le colline bianche si intravedono il campanile innevato e il fumo dei camini che si stempera nella nebbia. All’aperto un uomo spacca la legna, un altro frusta un asino lungo la strada. La rappresentazione è armoniosa e idealizzata, ma piena di particolari realistici che dimostrano un’attenta osservazione della realtà. È, inoltre, stilisticamente molto più complessa dell’affresco di Trento: la neve non è un ammasso grigino che si distende a terra ma sembra caduta dal cielo e ha riflessi blu, grigi, gialli.

Les Très Riches Heures du Duc de Berry, fratelli Limbourg, 1412-1414
(Wikimedia)

Da questo momento, il paesaggio invernale diventò un elemento ricorrente soprattutto nel Nord Europa, dove la neve poteva essere osservata facilmente. Secondo alcuni storici l’innovazione fu favorita anche dall’arrivo della Piccola era glaciale, un periodo che durò approssimativamente dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo in cui si verificò un grosso abbassamento della temperatura media terrestre: gli inverni divennero più rigidi, i ghiacciai presero piede, i fiumi gelavano abitualmente (sul Tamigi si pattinava e si tenevano fiere). Dal Cinquecento in poi tutto questo viene raccontato anche nelle tele, soprattutto in quelle dell’Europa settentrionale.

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Tra i primi esempi, il più famoso è I Cacciatori nella neve, un olio su tavola dipinto da Pieter Bruegel il Vecchio attorno al 1565 e appartenente sempre a un ciclo dei mesi. Secondo gli storici l’inverno del 1564–1565 fu il più lungo e rigido da oltre un secolo: scarseggiavano raccolti, le nevicate erano pesanti, i ghiacciai consumavano le pasture delle Alpi, la vita dei contadini era un inferno. Tutto questo potrebbe aver ispirato Bruegel per quello che è considerato il primo vero dipinto di un paesaggio invernale della storia occidentale.

Raffigura un gruppo di cacciatori con i cani e le picche che dal bosco fa ritorno in città; sullo sfondo si distende la vita quotidiana: chi macella un animale, chi va in carrozza, chi pattina sul lago ghiacciato. Le colline sono costellate di case, chiese, alberelli, locande (come quella in primo piano, “Al cervo”); sullo sfondo si stagliano le montagne appuntite, un elemento estraneo alla pittura fiamminga ma che Bruegel aveva osservato in Italia. Nel dipinto si ritrovano infatti due aspetti del Gennaio del maestro Venceslao: l’importanza dello sfondo naturale alle azioni umane e i monti aguzzi ricoperti di neve.

Cacciatori nelle neve, Peter Bruegel il Vecchio, 1565 (Wikimedia)

Bruegel il Vecchio continuò a dipingere spesso la neve – compresa una natività: l’Adorazione dei magi in un paesaggio d’inverno, che è anche la prima grande scena di nevicata – ispirando la moda dei paesaggi di inverno anche nei Paesi Bassi. Fu favorita dall’imporsi del Calvinismo, che alle raffigurazioni sacre preferiva scene di vita quotidiana, nature morte e paesaggi. Questi ultimi nell’Ottocento divennero i protagonisti dell’arte Romantica: in particolare tra il 1780 e il 1820 i paesaggi invernali diventarono centrali, anche in questo caso insieme al declino della pittura sacra.

Il tedesco Caspar David Friedrich è forse il più celebre paesaggista Romantico, soprattutto grazie a Il viandante sul mare di nebbia; le sue nature, spesso dipinte all’aria aperta, non raffiguravano solo la realtà ma anche uno stato d’animo interiore. Vale anche per i suoi numerosi paesaggi invernali, dove la neve disegna un mondo ovattato, misterioso, sospeso o inquietante. Ne è un esempio Paesaggio invernale con chiesa del 1811, dipinto durante uno degli ultimi anni più rigidi della Piccola era glaciale. L’atmosfera è cupa, quasi mistica, con un uomo appoggiato a una roccia che prega verso un crocifisso di legno tra gli abeti; sullo sfondo una cattedrale gotica scompare nella nebbia, la neve in primo piano sembra voler seppellire tutto, come una tomba. Secondo alcuni critici il quadro sarebbe infatti un’allegoria della morte.

Paesaggio invernale con chiesa, Caspar David Friedrich, 1811
(Wikimedia)

Sempre in Germania, anche la scuola di Düsseldorf, attiva all’inizio dell’Ottocento, apprezzava i dipinti di paesaggi dettagliati, che però contenevano spesso un significato religioso. I suoi seguaci dipingevano all’aperto scegliendo colori tenui e soffusi. I pittori francesi furono più lenti nell’accogliere l’arte del paesaggio fino a quando, attorno al 1830, Jean-Baptiste-Camille Corot, Jean-François Millet e gli altri esponenti della scuola Barbizon fondarono la tradizione paesaggistica francese, che diventò presto la più influente in Europa. Ispirò anche gli Impressionisti, a partire da Pierre-Auguste Renoir e Claude Monet.

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Gli Impressionisti furono grandi osservatori e pittori di neve e coniarono persino un termine, effets de neige (effetti della neve), che cercavano di riprodurre fedelmente nei loro lavori. Furono anche condizionati, soprattutto Monet, Alfred Sisley e Camille Pissarro, da inverni particolarmente freddi che li spinsero a disegnare quello che vedevano attorno a sé. Monet disegnò circa 140 dipinti invernali; il primo è Un carro nella strada nevosa per Honfleur del 1865, molto influenzato dai paesaggi nevosi del pittore giapponese Utagawa Hiroshige (1797–1858).

Il più famoso però è La gazza, realizzato nel 1868–1869. Fu rifiutato dal Salone di Parigi del 1869 perché considerato troppo chiaro e luminoso, quando i codici accademici di allora richiedevano toni scuri e cupi. Qui sono invece trasparenti e perlacei e la neve, dipinta all’aria aperta, è resa attraverso una meticolosa giustapposizione di colori: il blu indaco delle ombre – da quel momento tutti le avrebbero dipinte di blu –, il rosa e il giallo delicato del sole; oggi l’opera viene considerata un capolavoro. Monet continuò per anni il suo studio della neve en plein-air nel gelo della Francia e della Scandinavia; un passante lo ricorda mentre dipinge e osserva imperterrito gli effetti della luce sulla neve, indossando scaldapiedi, guanti e tre cappotti, con il viso mezzo ghiacciato.

La gazza, Claude Monet, 1868-1869
(Google Art Project)

A proposito dell’influenza su Monet delle scene invernali giapponesi: la neve era tipica dell’arte ukiyo-e – le popolari stampe su carta destinate alla classe media urbana – e aveva un valore sia realistico che simbolico. In Mattina dopo la neve a Koishikawa, realizzata da Hokusai tra il 1830 e il 1832, una casa del tè sembra fluttuare in un paesaggio ricoperto di neve, il mondo è pacificato, protetto. L’ambientazione accentua il senso di intimità della casa del tè, dove le coppie si davano appuntamento o gli uomini incontravano le geishe.

Per raffigurare la neve si lasciava spesso bianca la carta washi – quella tradizionale, fatta a mano e più preziosa. Erano frequenti le figurine che cercavano di ripararsi dai fiocchi con ombrelli e cappelli di bambù. Compaiono anche nella stampa Il ponte-tamburo e la collina del tramonto a Meguro di Hiroshige (1857), una delle Cento vedute famose di Edo, l’antica Tokyo. Mostra un ponte-tamburo, cioè ricurvo e in pietra, ricoperto di neve. Chi lo attraversa cerca di ripararsi dai fiocchi (ottenuti lasciando il foglio bianco). Il blu del fiume contrasta con il bianco della neve, la scena sembra immota, senza tempo.

Il ponte-tamburo di Meguro e collina del tramonto, Hiroshige, 1857
(Library of Congress)

Cinquant’anni dopo, la lezione di Monet e degli Impressionisti si ritrova, amplificata, in Paesaggio di inverno (1909) del pittore russo Vasilij Kandinskij. Per dipingere la neve, non usò quasi mai il bianco ma tocchi di rosa, giallo, blu, arancio, sul nero delle case e degli alberi. Nonostante questo, riuscì a riprodurre lo scintillio della neve, i suoi riverberi, la fluida brillantezza.

Le lunghe ombre blu di Monet, che nel frattempo erano diventate la norma, ricompaiono protagoniste in The Trapper, dipinto nel 1921 dall’artista americano Rockwell Kent: un uomo solo con un cane tra montagne bianche e ombre azzurre, cielo azzurro e nuvole pallide. Qui la neve, scrive Amy Waldman sul New York Times, fa risplendere il dipinto; «imbattermi nella tela di Kent è stato come scovare la foto di una persona cara e perduta: ritrovarla, gioirne, addolorarsene».

Kent, come gli Impressionisti, disegnava all’aria aperta e rincorreva la neve in Groenlandia, nel Maine, nel Vermont e nelle isole dell’Alaska. Si trovava qui nel 1920 quando raccontò nel suo diario che dipingere la neve all’aperto era un lavoro «dannatamente gelido»: «nelle ginocchia piegate il sangue scorreva lento, i piedi non li sentivo più, le dita erano rigide rigide»; era più sopportabile farlo da una casetta, circondata anche quella: «era tutto attorno e tutto illuminava, anche le punte degli alberi: una delizia».

The trapper, Rockwell Kent, 1921
(Whitney Museum of American Art, New York)

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